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CHE MAZZATA PER ZUCKERBERG: FACEBOOK RISCHIA DI PERDERE 6 MILIARDI! - ADEGUARSI AL NUOVO REGOLAMENTO SULLA PRIVACY UE CHE ENTRERÀ IN VIGORE IL 25 MAGGIO POTREBBE COSTARE QUASI 3 MILIARDI DI DOLLARI E GLI ALTRI 3 COME CALO DI FATTURATO PER LA DIMINUZIONE DEL PREZZO DELLE INSERZIONI PUBBLICITARIE - LA “SOLUZIONE” E’ UNA VERSIONE A PAGAMENTO?


 
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Manuela Gatti per “il Giornale”

 

UDIENZA DI ZUCKERBERG AL SENATO UDIENZA DI ZUCKERBERG AL SENATO

Nuovi regolamenti, possibili multe, cali pubblicitari, una futura versione a pagamento: dopo i recenti scandali, Facebook deve giocarsi bene le sue carte per riacquistare credibilità. Sia sul fronte degli azionisti sia su quello degli iscritti. Ma i danni che si profilano all' orizzonte di Menlo Park potrebbero essere meno gravi del previsto.

 

Dopo la stima della banca d'affari Goldman Sachs, secondo cui adeguarsi al nuovo regolamento sulla privacy Ue che entrerà in vigore il 25 maggio potrebbe costare a Mark Zuckerberg quasi 3 miliardi di dollari, un nuovo pronostico poco positivo arriva da oltreoceano. Secondo la società di ricerca Gbh Insights, in seguito al caso Cambridge Analytica Facebook potrebbe perdere tra uno e due miliardi di dollari di fatturato per la diminuzione del prezzo delle inserzioni.

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Grave, dato che la pubblicità è praticamente la sua unica fonte di ricavi, ma neanche troppo: per Facebook si tratterebbe infatti del 6% degli introiti annuali. «Ma l' impatto economico dei recenti scandali è diverso da quello sociale», precisa Nicoletta Vittadini, docente di web e social media all' Università Cattolica di Milano.

 

«Per gli iscritti è una questione di fiducia, ora c' è sicuramente una maggiore attenzione al tema della privacy. Ma, per come il caso Cambridge Analytica è stato presentato dai media, è sembrato riguardare solo una fetta limitata di utenti, soprattutto in Italia, cioè quelli che sono stati avvisati dell' uso illecito dei propri dati. Chi non è stato vittima del furto si è sentito al sicuro». E il mea culpa di Zuckerberg al Congresso sicuramente ha funzionato nel tranquillizzare gli animi, come hanno dimostrato anche i mercati.

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«Le audizioni sono state un'abile prova di comunicazione pubblica», spiega Andrea Albanese, social media manager e fondatore di SmmDay, iniziativa annuale che raccoglie gli operatori della comunicazione digitale. «Facebook è riuscito a passare per la vittima della situazione, mentre le vittime siamo noi utenti con la nostra presenza su Facebook, WhatsApp, Instagram e Messenger (tutti di proprietà di Facebook, ndr).

 

E tuttavia l' utente medio non capisce cosa sia successo a livello globale con il furto dei dati e non comprende i meccanismi complicatissimi che stanno dietro i social media». Vittadini concorda: «Su Facebook ormai abbiamo costruito una rete di rapporti, facciamo parte di gruppi, vediamo i nostri brand preferiti e le testate che ci piacciono spiega la docente Il caso Cambridge Analytica dovrebbe durare ancora molto nel tempo per provocare un abbandono di massa della piattaforma. Anche perché nemmeno gli influencer, per ora, si sono mossi in questo senso».

 

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Fuga di utenti scongiurata? Sembrerebbe. Il target da (ri)conquistare rimane quello dei giovani, che a Facebook preferiscono altri modi per rimanere connessi. Secondo una ricerca di eMarketer condotta prima dello scandalo dati e pubblicata da Wired, la presenza sul social dell' utenza tra i 12 e 17 anni è diminuita del 9,9% nel corso del 2017. I teenager dedicano più tempo a Instagram e YouTube. «E comunque i giovani non sono sensibili al tema dei dati continua Albanese non hanno la percezione dei danni, anche se si sentono padroni della materia».

 

mark zuckerberg mark zuckerberg

Nel corso delle due audizioni al Congresso, qualcuno ha anche visto nelle parole di Zuckerberg un' apertura all' ipotesi di una versione a pagamento di Facebook per chi vuole più privacy. «Oltre a generare profonde disuguaglianze continua Vittadini provocherebbe una fortissima resistenza, perché internet e ciò che ci sta dentro sono percepiti come qualcosa per cui non bisogna pagare».

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