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    IL CAPPIO AL COLLO DEI MERCATI - IL RIALZO DELLO SPREAD DANNEGGIA LE BANCHE A CUI EMETTERE BOND COSTERÀ OLTRE UN MILIARDO IN PIÙ NEL 2019 - E NON PERCHE’ I CONTI DEGLI ISTITUTI SIANO PEGGIORATI MA PERCHE’ ORA GLI INVESTITORI CONSIDERANO MAGGIORE IL “RISCHIO ITALIA” - IL PROSSIMO ANNO, LE PRIME 7 BANCHE ITALIANE AVRANNO OLTRE 45 MILIARDI DI OBBLIGAZIONI IN SCADENZA DA RINNOVARLE CON NUOVI BOND…


     
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    Morya Longo per https://www.ilsole24ore.com

     

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    In modo subdolo, sotterraneo e indiretto, sono mille i modi con cui il rincaro dello spread tra BTp e Bund sta facendo danni in Italia. Unicredit in questi giorni ha dato l’ennesima dimostrazione. Il gruppo ha emesso un bond «senior non preferred» come aveva fatto lo scorso gennaio. Il punto è che a gennaio pagò un tasso d’interesse pari a 70 punti base sopra il tasso europeo swap, mentre ora il “premio” è stato di 420 punti base.

     

    Questa volta il bond è stato emesso in dollari (i 420 punti base rappresentano però il costo in euro) ed è stato venduto ad un unico investitore (il fondo Pimco). Ma il nodo sta nel costo: la stessa banca per emettere lo stesso tipo di titolo ha dovuto sestuplicare il tasso d’interesse.

     

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    Non perché UniCredit sia peggiorata da gennaio, ma perché ora il mercato considera un rischio-Italia maggiore. Anche il vicepresidente della Commissione Ue Dombrovskis ha ribadito che questo aumento dei tassi per UniCredit è dovuto «alle turbolenze di mercato». E questo allarma i banchieri italiani: «Noi non possiamo permetterci di fare operazioni con tassi così alti», ha detto ieri il ceo di Banco BpmGiuseppe Castagna. Il tasso pagato da UniCredit «è impressionante» ha aggiunto il numero uno in Italia di Credit Agricole, Giampiero Maioli.

     

    Il problema riguarda l’intero sistema, perché nel 2019 le necessità di raccogliere fondi saranno consistenti. Secondo le stime di Deutsche Bank, le prime 7 banche italiane nel 2019 avranno oltre 45 miliardi di obbligazioni in scadenza da rinnovarle con nuovi bond.

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    Non solo. Perché nel 2020 scadranno anche i finanziamenti Bce che vanno sotto il nome di Tltro, ma già un anno prima (dunque nel giugno 2019) il 50% di questi prestiti non sarà più utilizzabile dalle banche per soddisfare un requisito (non obbligatorio) che si chiama «Net stable funding ratio».

     

    Morale: per rimpiazzare anche questi finanziamenti (ammesso che la Bce non decida di concederne di nuovi) le necessità di raccogliere fondi delle 7 banche italiane salirebbero da 45 a 108 miliardi totali. E non finisce qui. Perché per soddisfare anche i requisiti Tlac e Mrel (queste sigle indicano i “cuscinetti” di bond che le banche devono avere per prepararsi a un eventuale bail-in), le emissioni potrebbero ulteriormente salire.

    juncker dombrovskis juncker dombrovskis

     

    Proprio nell’anno in cui lo spread tra BTp e Bund rende il mercato obbligazionario in salita e costoso, le banche italiane si trovano dunque grosse necessità finanziarie. Bene inteso: i numeri reali potrebbero essere, alla prova dei fatti, più bassi delle stime. Intesa Sanpaolo - contattata - per esempio afferma di essere in grado di soddisfare i requisiti del “cuscinetto” Mrel «anche senza dover rinnovare i bond in scadenza nel 2019».

     

    E UniCredit ha già raccolto 2,6 miliardi dei 3-5 richiesti per soddisfare i requisiti del “cuscinetto” Tlac. Ma il fatto che le principali banche abbiano abbastanza ossigeno per poter tenere il respiro, non cambia il dato di fatto: per loro il costo del finanziamento aumenta. Stima Deutsche Bank che - per le 7 banche - potrebbe salire nel 2019 di oltre un miliardo nel complesso. A pagare il conto potrebbero essere famiglie e imprese.

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