NON E’ MAI TROPPA VISCARDI (SOFIA) – IN UN LIBRO LE NOTTI PRIMA DEGLI ESAMI DELLA 19ENNE YOUTUBER MILANESE – "UN AMAZZONICO NIENTE. AMORI DI PLASTICA, SCEMATE OSCENE ("SCHOPENHAUER? UN DEPRESSO”) E TANTO “CAZZO” ANCHE SE NON SE NE VEDE UNO IN AZIONE: SEMBRA L’IMITAZIONE DELL’IMITAZIONE DI FEDERICO MOCCIA, IL COMPITINO COPIATO DA UNA COPIA MALRIUSCITA DI UN “ROMANZO” DI FABIO VOLO" - VIDEO


 
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Testo di Sofia Viscardi per Tuttolibri – la Stampa

 

I l mio romanzo Abbastanza parte dalla necessità di raccontare in modo fresco e sincero il periodo vissuto durante la maturità. Mentre vivevo quell' anno mi sono sentita talmente coinvolta e poco rappresentata da tutto quello che gli altri mi avevano raccontato a proposito dell' esame che ho voluto inventarmi una storia e raccontarlo io stessa. Per farlo ho utilizzato quattro protagonisti, tanto diversi e incompatibili quanto in realtà perfetti alleati e grandi amici. Tramite le loro personalità così lontane e loro visioni sul mondo così differenti sono riuscita a raccontare tutti i colori e le sfaccettature dell' anno più importante e più temuto prima dell' effettivo passaggio nel mondo dei «grandi».

 

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Il primo personaggio che ho inventato è stata Ange: trucco nero, occhi neri, capelli neri, vestiti neri e scarpe nere con la suola rialzata perché si sente troppo bassa. Nera lei e apparentemente nero il colore della sua personalità che però è più colorata di quanto non sembri. Non ha il telefono, o meglio ne ha uno dell' anteguerra tutto scassato che non carica mai e ascolta la musica sull' iPod. È cinica da morire, non si sente mai all' altezza e preferisce stare da sola. Tramite Ange ho raccontato tutta la parte «sconnessa» dell' adolescenza, il contrasto, la difficoltà ad aprirsi a qualcosa di nuovo, il coraggio, la sfrontatezza e la sfacciataggine. La forza di una donna che non aspetta nessuno, che decide con la sua testa e che affrontando la timidezza trova qualcuno capace di apprezzarla.

 

Poi è arrivata Cate: solare, tra le nuvole, sempre con il telefono in mano e fissata con i pistacchi, che divora soprattutto quando c' è qualcosa che non va. Bionda, occhi marroni giganti e lentiggini su tutto il viso, che ovviamente lei odia da morire. Non è considerata «figa», ma è bella, che è molto meglio di «figa», ma ovviamente lei questo non lo sa. È in cerca di qualcosa di nuovo, di una passione a cui dedicarsi, o solamente di una dimensione a cui appartenere. Qualcuno per cui essere abbastanza. Grazie a lei ho raccontando il mondo opposto a quello di Ange, la voglia di apparire, la gelosia, l' omologazione quasi forzata, il sogno di una vita che non esiste, le domande apparentemente futili, ma colme di significato che si fanno tutti, ma che nessuno dice mai ad alta voce. Ho raccontato la possibilità di riscattarsi, di ritrovare la fiducia perduta, l' amore tenero, sincero, naturale. La voglia di vivere, di fare, e la paura del giudizio altrui.

 

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È stato poi il turno di Leo: figo, bullo, bocciato tre volte e fiero di esserlo, perché secondo lui fa uomo vissuto. Sa tutto lui, sempre. Guai a chi lo contraddice. È scontroso e saccente. Il suo vero, unico, più grande desiderio è quello di liberarsi una volta per tutte della scuola, passando finalmente la maturità. Lui mi ha permesso di raccontare come un' amicizia contro ogni regola sociale possa fare incredibilmente bene, quanto il gioco di squadra in un anno come la maturità sia importante, quanto un piccolo dettaglio, da un punto di vista diverso dal nostro possa sembrare enorme, ribaltato. Imparerà a sue spese che l' amore vero non è il primo che trovi appena lo cerchi, ma è invece quello che ti coglie di sorpresa quando un po' hai smesso di crederci.

 

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Infine ho inventato il personaggio di Marco: secchione, intelligente e coltissimo. Bassino, sempre vestito a modo. Dice sempre la cosa giusta al momento giusto, o quella sbagliata al momento sbagliato, dipende dai punti di vista. È solare, gentile e inizialmente solo e insicuro. Gli piace la musica, i classici italiani, e si diverte ad osservare le persone da lontano.

 

Marco è quello, nel gruppo, che insegnerà la serietà, l' amore per la letteratura, per la filosofia. Tramite la sua timidezza ho raccontato quanto una paura sia meno pesante se condivisa, l' adrenalina delle prime volte, il coinvolgimento emotivo all' interno di un gruppo. Ho descritto la sorpresa di chi pensava di essere solo e invece scopre di non esserlo mai stato, la gioia di condividersi e la severità.

 

In modo molto estremizzato si può dire che le caratteristiche principali di questi quattro protagonisti partano dai quattro punti opposti della mia personalità. Ho messo in ognuno di loro tanto di me, e tanto del mondo che mi appartiene e mi circonda.

sofia viscardi sofia viscardi

 

L' elemento particolare e secondo me caratterizzante è che tutti quanti i quattro protagonisti parlano. Al contrario del mio primo romanzo, Succede , che era un monologo della protagonista ho voluto dare voce a tutte e quattro le diverse personalità che compongono la storia e mi sono divertita a diventare prima Marco, poi Ange poi Cate e poi Leo in momenti sparsi e confusi. Il tutto è raccontato in ordine sparso. Ho deciso di mettere prima cose che succedono dopo e viceversa, perché trovo che renda meglio l' idea di confusione che si prova vivendo la maturità.

 

La storia è ambientata nella grigia e poi colorata Milano, al liceo Virgilio, che è lo stesso liceo dei protagonisti del precedente romanzo. Oltre alle vicende dei liceali ho voluto raccontare, sempre dal punto di vista dei ragazzi, una storia di adulti alle prese con i social network e gli «incontri» online.

 

Abbastanza è nato tra i miei banchi di scuola, tra una birra e un libro di storia, in mezzo a paura e speranza, tra il non poterne più e il non averne mai abbastanza. Una storia di emozioni frenetiche che spero possa coinvolgere, emozionare, tenere compagnia e trascinare all' interno dell' anno più incasinato di tutti con la malinconia serena che si prova quando lo si vive. Spero possa divertire e far riflettere con il cinismo sarcastico di Ange, le strane domande di Cate, la rassegnata compostezza di Marco e l' esuberanza travolgente di Leo che insieme capiscono tante cose di loro stessi e del mondo. Ci sono positività, gioia, curiosità ma anche paura per che cosa verrà dopo. Tra limiti infiniti, e orizzonti vicini è tutto abbastanza un concetto relativo.

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2. VISCARDI

Davide Brullo per www.linkiesta.it

 

Il bastone. Siamo dei pessimi genitori. Vedo svettare in testa alle classifiche dei libri più venduti Sofia Viscardi, diciannovenne milanese, youtuber evoluta in scrittrice. E mi dico. Siamo dei pessimi genitori. Rewind. Io non ho tanti piccoli Oscar Wilde al posto dei denti.

 

Non sono dandy. Odio decorosamente lo snobismo. Per quanto mi riguarda, tutto ciò che viene pubblicato con la dicitura “romanzo” è un romanzo, è letteratura. Abbastanza di Sofia Viscardi, perciò, in quanto “romanzo” pubblicato dalla più nota casa editrice d’Italia, Mondadori, va valutato come gli altri romanzi editi da Mondadori. Madame Bovary, ad esempio. O Anna Karenina. Ora.

 

 

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Visto che Abbastanza di Sofia Viscardi è un “romanzo” sufficientemente inutile, anche le sogliole in pescheria risorgono e schizzano via pur di non essere accartocciate in quelle pagine, la conclusione è aristotelica. Se è vero che solo il 40% e poco più di italiani legge un libro all’anno e che per molti di loro, evidentemente, l’unico libro letto è un libro della Viscardi, beh, meglio smettere di leggere libri e ricominciare a leggere le stelle. 

 

Il problema, però, non è della Viscardi, ennesima ragazzina sfruttata da una casa editrice consenziente per vendere qualche copia in più (ragion per cui gli scrittori, quelli veri, schiena dritta e penna con le palle, dovrebbero pubblicare solo con i microeditori di qualità, dovrebbero avere il coraggio, in un tempo estremo, di optare per scelte estreme). Il problema è che siamo dei pessimi genitori.

 

Leggete il libro. 220 pagine di niente. Amazzonico niente. Non accade nulla. Non c’è nulla da raccontare. C’è il vuoto dentro cui vaga, in bolla di sapone, una truppa di ragazzini che si preparano per la maturità, “che è tutto un po’ un casino” (complimenti per l’italiano). Il libro, a dire il vero, inizia bene. Cate va in ormoni per il nuovo prof di filosofia (“evvai! quanto è figo!”), sogna di farselo (“mi perdo a fantasticare su come potrebbero essere i nostri figli”), ma l’eccitazione è definitivamente defunta in un linguaggio che sta tra il galateo di Barbie e una variazione posticcia di Notte prima degli esami. Detto questo – sesta pagina del “romanzo” – finito quanto c’è da dire. La pista – per altro canonizzata – dell’amore violento tra prof e allieva si spegne, in favore di una litania perbenista dove i giovani – Ange, Leo, Marco, che hanno la psiche di un pupazzo di neve a Ferragosto, nel Sahara – paiono più vecchi di un ottuagenario all’ospizio. 

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Non c’è brillio eroico, non c’è avventatezza, la giovinezza – che per i Greci era l’epoca d’oro, ora è di un grigiore che agghiaccia – è sprecata in un trito rito di abbracci&baci, di sentimenti da discount (“Due moto, quattro caschi. Il sole che tramonta. Le braccia al vento, Milano che si colora di rosa. In testa un casino. Quattro sorrisi sincronizzati”), l’imitazione dell’imitazione di Federico Moccia, il compitino copiato da una copia malriuscita di un “romanzo” di Fabio Volo. Il mix di amori di plastica (“Perché non mi ama più? Perché è sempre la persona sbagliata?”), di scemate oscene (Schopenhauer? “Un depresso del cazzo che pensava solo alla sofferenza come perpetua e infinita”; anche qui, italiano gambizzato), di ragazzine che pigliano l’iniziativa (“Mi piaci. Mi fa schifo che ci scriviamo i messaggini del cazzo…”: c’è tanto cazzo in questo libro, ma non se ne vede uno in azione), sono una droga sintetica capace di narcotizzare il senso estetico di un santo.

 

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La sintesi filosofica del “romanzo”, comunque, è a pagina 118, è questa: “Perché viviamo, cosa viviamo a fare, a cosa serviamo su questa terra… Sono tutte stronzate e saperle ti fotte il cervello”. Tranquilli, ad ogni modo. Nel “romanzo” non si fa sfoggio di cervello e non si fotte neanche, dunque, a che pro leggerlo? Ve l’ho detto. Per farci l’esamino. E capire che siamo dei pessimi genitori. I buoni genitori non permettono ai propri figli di scrivere robe simili.

 

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I bravi genitori insegnano ai figli a colonizzare il proprio niente, non a vomitarlo sulla pagina. Insegnano a ripartire da Rudyard Kipling e da Joseph Conrad, da Robert Louis Stevenson e da William Golding. Anche da Emilio Salgari, da Pinocchio e da Gianni Rodari, se è il caso. Partono dall’abbecedario della scrittura. E poi dicono al figlio. Scrivi quando hai qualcosa da scrivere. Perché di ogni cosa che avrai scritto ti verrà chiesto conto. Invece nulla. Siamo pessimi genitori che comprano i pessimi libri scritti dai nostri figli incompetenti. 

 

A meno che. A meno che, con l’avallo degli editori-transatlantico, non esista un piano. Rincretinire i ragazzi. Intorpidire la vitalità dei ragazzi con questi “romanzi” castranti, senza sale né parte. Capisco. Se leggessero il coetaneo Arthur Rimbaud si convertirebbero all’urlo, comincerebbero a vagare per il mondo con occhi che sembrano spade, sovrani, pieni di una libertà che uccide.

Sofia Viscardi, Abbastanza, Mondadori 2018, pp.226, euro 16,90

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