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TIM, LA GUERRA DEI VENT’ANNI: TANTI SONO PASSATI DALLA PRIVATIZZAZIONE – DAL “NOCCIOLINO” DEGLI AGNELLI AI FRANCESI DI VIVENDI E, CHISSA’, GLI AMERICANI DI ELLIOTT – MA A PAGARE E’ STATO SEMPRE (E SOLO) QUEL MEZZO MILIONE DI PICCOLI AZIONISTI: DAL 2006 AD OGGI IL TITOLO HA PERSO IL 70%


 
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Fabio Pavesi per la Verità

 

GUIDO ROSSI TELECOM GUIDO ROSSI TELECOM

Poco capitale, il minimo indispensabile. E poi solo debito, tanto. Tale da bloccare la società in una sorta di cul de sac. Una morta gora dove i flussi di cassa prodotti finivano in buona parte a ripagare gli interessi sul debito. Spegnendo sul nascere ogni velleità di espansione, di sviluppo, di crescita futura. È un fotogramma che dipinge la storia degli ultimi vent' anni di Telecom Italia, da quando cioè nel 1997 venne privatizzata.

 

LA PRIVATIZZAZIONE

Da allora molti protagonisti passarono sulla tolda di comando del colosso telefonico italiano. Più un luogo di potere, di controllo rarefatto tra scatoli cinesi e leve finanziarie tirate a dismisura. Dopo la privatizzazione del cosiddetto nocciolino duro che videro gli Agnelli governare di fatto il gruppo con solo lo 0,6% del capitale, arrivò subito dopo nel 1999 l' Opa a debito di Roberto Colaninno e soci. Nel 2001 sbarca (senza Opa) al vertice la Pirelli di Tronchetti Provera.

 

telecom colaninno telecom colaninno

Qualche anno e nel 2007 ecco le banche italiane e la spagnola Telefonica salire sul carro di Telecom. E infine la scalata del bretone Vincent Bolloré nel 2015 che giunge a controllare il 24% del capitale con la sua Vivendi. E oggi la contesa con il fondo americano Elliot che vuole scalzare il francese dalla società, accusandolo di badare più ai propri interessi che alla redditività della società. Ieri la Consob è intervenuta nella diatriba chiedendo una integrazione di documenti in vista dell' assemblea. Mentre il ministro Carlo Calenda è intervenuto a gamba tesa definendo alla faccia della terzietà di un governo, Vivendi «un pessimo azionista».

 

TRONCHETTI TELECOM TRONCHETTI TELECOM

In questo scenario di battaglie per il controllo dell' ex monopolista c' è un grande assente. Un convitato di pietra che conta su mezzo milione di investitori. A tanto ammonta il numero degli azionisti, spesso piccoli e silenti, della società che hanno subìto di fatto in 12 anni un depauperamento del 70% circa. E soprattutto vedendo il loro investimento sfumare lentamente nel quasi nulla.

 

Come documenta R&S Mediobanca, l' investimento nel titolo Telecom è stato una delle più cocenti delusioni per i suoi azionisti. Da fine del 2006 il rendimento medio annuo del titolo ha segnato un -6,2% annuo. Vuol dire per gli ostinati cassettisti avere bruciato in Borsa due terzi del loro investimento. Solo le banche nel decennio hanno fatto peggio. Ma lì ha giocato un ruolo chiave l' innegabile crisi bancaria.

 

paul singer fondo elliott paul singer fondo elliott

Per Telecom il lunghissimo letargo borsistico affonda le sue ragioni nel peccato originale. Aver scambiato da tutti quelli che si sono succeduti nella cabina di regia, la società per una mucca da mungere. Andavano assicurati ricchi dividendi e nel contempo andavano però pagati oneri finanziari sempre più consistenti che si mangiavano completamente i margini d redditività. Basti un dato. Nel 2007 gli oneri finanziari erodevano un terzo del reddito operativo prodotto dalla gestione. Cinque anni dopo nel 2012 la spesa sul debito era salita oltre il 100% dell' utile operativo.

 

bollore1 bollore1

E la metamorfosi da società pubblica ricca e con una struttura patrimoniale-finanziaria equilibrata a società privata pluri-indebitata è raffigurata in questi numeri. All' indomani della privatizzazione il debito netto è di 27 miliardi e vale quanto il capitale. Nel 2001 sale di ben 10 miliardi e nel 2005 toccherà il record di 40 miliardi. Quasi 2 volte il capitale. Ogni anno la società deve accantonare 2,5 miliardi solo per pagare gli interessi su quella montagna di denaro. E per fortuna che la redditività industriale lorda tiene con il margine operativo lordo che riesce a stazionare al 40% dei ricavi. Sono gli anni dell' espansione all' estero.

 

PIAZZA AFFARI PIAZZA AFFARI

Espansione che verrà completamente ridimensionata nel tempo sempre per l' equilibrio patrimoniale precario e che ridurrà la Telecom a operare di fatto solo sul mercato domestico con l' unica appendice del mercato brasiliano. Si dimagrisce fortemente l' attivo per tenere a bada sempre il solito mostro: quel debito caricato dai vari soggetti succedutesi nel cambio di controllo. Una stasi che si riflette inevitabilmente sui corsi di Borsa.

 

Solo per venire ai tempi vicini il titolo viaggia da ormai cinque anni in un range medio di valore di 90 centesimi. Scende a 0,6 per salire a 1-1,2. Lo stesso Bollorè nella sua scalata ha comprato nel 2015 a 1,2 euro i titoli e oggi conta una minusvalenza di oltre 1 miliardo. Prima del lungo letargo borsistico degli ultimi cinque anni ci fu la caduta rovinosa della bolla Internet che portò il titolo da 6 euro del 2000 ai 2 euro del 2003. Oggi 15 anni dopo Telecom fa fatica a riagguantare la soglia psicologica di un euro per azione.

 

CATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANO CATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANO

Telecom capitalizzava ancora nel 2005 40 miliardi di valore, oggi tocca a malapena i 13 miliardi di valore di mercato. E dal 2012 anche il ricco dividendo delle azioni ordinarie è venuto a mancare. La Borsa continua così a snobbare Telecom, anche se i risultati economico-finanziari sono assai migliorati. Negli ultimi anni Telecom ha mantenuto redditività alta con il margine lordo al 40% e il margine operativo netto al 20% dei ricavi.

 

Nel 2017 ha chiuso con ricavi a 19,8 miliardi, un utile operativo a 4 miliardi e un indebitamento finanziario netto a 26 miliardi. I recenti sforzi per ripristinare quell' equilibrio patrimonial-finanziario andato perduto vent' anni fa non sono stati vani.

 

LA REDDITIVITÀ

TIM ANTENNE TIM ANTENNE

Oggi Telecom pur con un mercato molto competitivo e un attivo di bilancio dimagrito è molto più solida degli anni delle scorribande. Ma, e questo suona oggi come un paradosso, la Borsa continua a non accorgersene. Forse quel peccato originale di aver indebitato oltre misura la compagnia telefonica continua ad aleggiare come un marchio indelebile nel Dna della Telecom anche dei giorni nostri. Chissà se chiusa la nuova battaglia franco-americana la Borsa tornerà a guardare ai fondamentali accorgendosi che la Telecom si è rimessa in carreggiata? Agli azionisti, a quel mezzo milione di investitori testardi, più che chi governa la società interessa che il loro investimento torni a recuperare di valore soprattutto nel lungo termine.

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