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    CIAK! LOTTA DI CLASSE A SEUL - RIPUBBLICHIAMO LA RECENSIONE DI MARCO GIUSTI DI ''PARASITE'', LA SORPRESA RIVOLUZIONARIA DEGLI OSCAR 2020 - COMMEDIA ULTRADARK TRA RICCHI E FAMIGLIE MISERABILI CHE VIVONO DA PARASSITI NEI SOTTOSCALA. CI SONO PROBLEMI DI IDENTITÀ, DI SDOPPIAMENTI, DI VITE RUBATE CHE HA CREATO IL CAPITALISMO. E C’È, OVVIAMENTE, IL MOMENTO DELLO SCOPPIO DI TUTTA QUESTA VIOLENZA REPRESSA E DI VITE NON VISSUTE CON LA PROPRIA FACCIA - TRAILER


     
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    Marco Giusti per Dagospia

     

    Parasite di Bong Joon-ho

     

    Siete pronti per la lotta di classe? Mi sembra il tema dell’anno no? Arriva sui nostri schermi, fresco di Palma d’Oro al Festival di Cannes e di ottimi incassi in tutto il mondo, Parasite di Bong Joon-ho, il regista di The HostSnowpiercerOkja, che è proprio una sorta di commedia ultradark che ha come tema la lotta di classe in quel di Seoul. Non arriviamo all’horror ma allo splatter pesante alla Joker sì.

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    Del resto viviamo in una società dove da una parte ci sono i super-ricchi che abitano in case stupende firmate da celebri architetti e da un’altra famiglie miserabili che vivono da parassiti nei sottoscala. I due mondi si incontrano solo quando i ricchi assumono come camerieri, autisti, i poveri. Ma il divario e l’odio fra loro è ormai davvero grande per una coesistenza pacifica.

     

    L’inizio del film, con la presentazione dei membri della famiglia di Ki-taek, interpretato da Son Kang-ho, e di sua moglie Chung Sook, interpretata da Chang Hyae-jun, che si ritrova in una fetido sottoscala senza wi-fi e cercano in ogni modo di capire come possono rubare la connessioni dalla famiglia più ricca del piano di sopra, è magistrale. Notevoli sono anche i piccoli trucchi della famiglia di Ki per sopravvivere, fra documenti falsi, cartoni di pizza da asporto mal costruiti.

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    Quando il figlio di Ki, Choi Woo-shik, viene assunto come istitutore di una ragazza nella ricca villa disegnata da un architetto di grido di un potente amministratore delegato, le cose cambiano. Anche perché non si piazza solo il ragazzo, ma presto il padre prende il posto dell’autista, la madre quello della tata e la sorella diventa psicoterapeuta del figlio dei ricconi che pensa di essere un guerriero indiano. Come in Us di Jordan Peele, come nel Joker di Tod Phillips e come in Shoplifters di Kore-eda ci sono problemi di identità, di sdoppiamenti, di vite rubate che ha creato il capitalismo.

     

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     E c’è, ovviamente, il momento dello scoppio di tutta questa violenza repressa e di vite non vissute con la propria faccia. I figli di Ki si fanno chiamare Kevin e Sophie, fingono dei modelli che non sono i loro. Ma anche i ricchi supersnob dei quartieri alti sembrano vivere un’altra vita. Un po’ come gli zombi di Jim Jarmusch in cerca di una connessione wi-fi anche da morti e dello Chardonnay, la lotta di classe parte dalla perdita di identità sia personale che di famiglia.

     

    Come in Us non c’è moralismo, ma solo descrizione accurata, con una struttura da horror e un linguaggio da black comedy, nello scivolamento sempre più pericoloso della famiglia povera nel succhiare vita e modelli dalla famiglia ricca, che al tempo stesso è già implosa dentro perdita di identità personali, vedi il bambino che si è costruito il teepee indiano in giardino. Film di sicuro impatto popolare, diretto da un regista capace di manovrare macchine importanti come Snowpiercer, non ha magari la grandezza di sceneggiatura di Kore-eda, ma va dritto al punto che si è prefissato. In sala da giovedì 7 novembre.

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