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    IL CINEMA DEI GIUSTI - “THE FRENCH DISPATCH” DI WES ANDERSON È DIVERTENTE, RICCHISSIMO, PIENO DI GUSTO, MA ANCHE NOIOSETTO E UN PO’ INUTILE - UN FILM SUL NEW YORKER SCRITTO E PENSATO PER I LETTORI DEL NEW YORKER. MA, FORSE, NON BASTA. QUESTO NON TOGLIE NULLA AL TALENTO DEL REGISTA, MA IL PROCESSO INVOLUTIVO È EVIDENTE. QUANDO I DETTAGLI, I COSTUMI DI MILENA CANONERO, LE MUSICHE DI DESPLAT DIVENTANO PIÙ IMPORTANTI DELLA STORIA C’È QUALCOSA CHE NON FUNZIONA… - VIDEO


     
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    Marco Giusti per Dagospia

     

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    Oh! Il bel giornalismo americano di una volta… Le pagine del New Yorker, del Paris Review, le cronache del joli mai del 68, gli art dealer che creavano gli artisti…

     

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    Datemi subito un basco e una bicicletta. Andiamo tutti a Ennui-sur-blasé a fare i giornalisti chic americani.

     

    Insomma, vedendo questo divertente, ricchissimo, pieno di gusto, ma anche noiosetto e un po’ inutile malgrado i grandi sforzi di tutti, tecnici e attori, “The French Dispatch”, ultima opera di Wes Anderson, premiato a Cannes per la miglior regia, è vero che viene voglia di parlare del grande giornalismo del passato.

     

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    Non solo di S. N. Behrman, di E. B. White, di James Thurber, ma anche dei nostri Giancarlo Fusco e Camilla Cederna.

     

    Ma, detto questo, fatta una telefonata di consolazione a Dante Matelli, che ha sempre un bel racconto di vecchio giornalismo da farmi, alla fine il film, pur così pieno di spunti, di battute e di attori meravigliosi, basterebbero Benicio Del Toro come artista criminale e pazzo e la sua musa Léa Seydoux, Bill Murray come il direttore che tutti avremmo voluto e Tilda Swinton in versione arancione, Frances McDormand a letto con la sua macchina da scrivere e col giovane rivoluzionario Thimothée Chalamet, si perde narrativamente sia come struttura del singolo racconto che come struttura generale.

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    Al punto che salutiamo i graziosissimi inserti animati costruiti sul modello delle tavole di Tin Tin perché ci danno un po’ di sollievo rispetto all’affollamento di idee e di battute e di riferimenti più o meno fighetti.

     

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    Un film sul New Yorker scritto e pensato per i lettori del New Yorker, diciamo, e infatti Richard Brody del New Yorker lo trova il miglior film di Wes Anderson. Ma, forse, non basta. Questo non toglie nulla al talento del regista, non sia mai, ho adorato quasi tutti i suoi film, lo confesso, ma il processo involutivo è evidente. Quando i dettagli, i costumi di Milena Canonero, le musiche di Desplat diventano più importanti della storia c’è qualcosa che non funziona in un film.

     

    Il primo episodio, certo, quello dell’art dealer Julian Cadazio interpretato da Adrian Brody che fa del pazzo criminale Moses Ronsenthaler, un grande Benicio Del Toro, una star dell’arte contemporanea è molto riuscito e molto divertente. E la storia d’amore che ha Benicio Del Toro con la secondina Simone, una Léa Seydoux che si permette una strepitosa scena di nudo integrale, è molto romantica.

    il regista wes anderson il regista wes anderson

     

    Ma gli altri due episodi sono molto più fumosi e confusi. E finisce per non rendere fumosa l’intera costruzione. Che dovrebbe essere un grande atto d’amore al giornalismo americano che ragguagliava la provincia americana sulle mode culturali e politiche francesi. Il fittizio French Dispatch è infatti un fittizio supplemento di un ancor più fittizio giornale americano di Liberty, Kansas, il Kansas Evening Sun, che ha la sua redazione nella inesistente cittadina di Ennui-sur-blasé ricostruita a Angouléme.

     

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    Solo che articoli, personaggi e toni letterari sono ripresi da quelli reali delle pagine del New Yorker. Ovvio che non possa non piacermi vedere sullo schermo tutto questo sfoggio di passioni giornalistiche e di celebrità, in ruoli minori ci sono anche Owen Wilson, Ed Norton, Saoirse Ronan, Christoph Waltz e non so quanti altri, ma, a parte la tristezza che mi può venire quando apro La Repubblica di Maurizio Molinari, e non di Bill Murray, e, al massimo, se mi va proprio bene, leggo un articolo di Natalia Aspesi, oltre alla nostalgia del passato, non mi resta molto di più. E ho speso 6,50 di biglietto ridotto per oltre sessantacinquenni e 13 euro di parcheggio. Domani mi metto un basco

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