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    IL PATTO ITALIA-FRANCIA, CHE CREA UNA SORTA DI DIPLOMAZIA PARALLELA A QUELLA UE, PIACE MOLTO AGLI STATI UNITI PER DEPOTENZIARE LA GERMANIA FILO-CINESE - WASHINGTON POTRA' FARE LEVA SU ROMA E PARIGI PER CONTRASTARE L'ESPANSIONISMO NEL MEDITERRANEO DELLA TURCHIA - E VISTO CHE L'ACCORDO PREVEDE UN DIALOGO PRIVILEGIATO TRA ELISEO E QUIRINALE, SE DRAGHI VA AL COLLE POTREBBE REALIZZARSI UN PRESIDENZIALISMO DI FATTO LASCIANDO AL GOVERNO SOLO L'ORDINARIA AMMINISTRAZIONE…


     
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    1 - IL PATTO ROMA E PARIGI SEGRETO FINO ALL'ULTIMO LA CINA E L'UE IN ANSIA

    Claudio Antonelli per "la Verità"

     

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    […] il Trattato del Quirinale, uno dei documenti più segreti nella storia della nostra Repubblica. […] A lasciare però stupiti è la massima segretezza che rende difficile valutare i dettagli e capire, a fronte degli innumerevoli rischi di cessione della ricchezza sovrana, quali e quanti siano esattamente i benefici. Dalle informazioni raccolte emerge però un quadro in grado di formare una diplomazia sostanzialmente parallela rispetto a quella Ue. Firmare un accordo bilaterale (il concetto è semplice) all'interno dell'Unione significa di fatto aprire un tavolo parallelo che valuti ogni scelta geopolitica ed economica prima che arrivi sul tavolo di Bruxelles.

     

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    Uno degli impegni principali del Trattato è quello di istituire un comitato permanente tra Roma e Parigi che gestisca ciascuno degli undici paragrafi alla firma domattina. Si va dalla giustizia alla Difesa passando per lo spazio fino all'immigrazione. Che il Parlamento ratifichi o no il Trattato, lo schema di lavoro congiunto potrà in ogni caso partire.

     

    Supponendo che l'accordo riesca a proteggere almeno una parte dei nostri interessi senza cedere troppa sovranità, sforziamoci di immaginare i vantaggi che potremmo avere al fine di contenere la vecchia politica di Bruxelles di cui Ursula von der Leyen è ancora portatrice. Vogliamo sforzarci di immaginare che la politica tedesca filocinese sia stoppata prima che Bruxelles possa intervenire a prendere decisioni.

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    Un po' come passare da un piano in cui comanda la burocrazia a un piano in cui le economie con maggior peso anche strategico anticipino tutte le decisioni formali. A quel punto alla Germania non resterebbe che unirsi al Trattato in una forma di triangolo. Non è un caso che in queste settimane si stia allineando una congiunzione astrale che sblocca innumerevoli partite.

     

    Il futuro della rete e della dorsale delle informazioni (francesi contro americani) ma anche Oto Melara e gli investimenti sul cloud e sullo spazio. L'incredibile fretta con cui si vogliono chiudere non tanto le singole partite industriali ma il perimetro che permetterà di gestirle in futuro non può essere un caso. La firma di questo Trattato avviene all'indomani dalla nascita del nuovo governo tedesco targato Olaf Scholz. Letteralmente all'indomani, come dire che Berlino non avrà una linea preferenziale con la Bce e con la Commissione. Ma la firma del Trattato avviene anche due mesi prima dell'elezione del nuovo capo dello Stato.

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    Unendo i puntini non è sbagliato immaginare che se Mario Draghi riuscisse ad andare al Colle si troverebbe tra le mani uno strumento che nessun suo predecessore ha mai avuto. Le decisioni geopolitiche prese nell'ambito del Trattato, come abbiamo detto, passeranno da tavoli diplomatici esterni al Parlamento ma anche al governo. Il che significa che a dialogare saranno in primis Eliseo e Colle. Passateci il paragone, ma il Trattato potrebbe consentire a chi starà al Colle di rendere il nostro Paese una Repubblica presidenziale se non nella forma nella sostanza. A quel punto a incidere in Europa sarà il Quirinale.

     

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    Altro che moral suasion. Certo tutto dipende da che cosa succederà a fine gennaio. Però è chiaro che in questo modo la suggestione americana di avere un Draghi vero sostituto di Angela Merkel potrebbe realizzarsi. E a quel punto cambierà poco chi voterà il popolo italiano. Palazzo Chigi si occuperà di frattaglie di politica locale. Certo, resta da capire in cambio che cosa potremmo ricevere.

     

    Se è vero che a spingere per la firma del Trattato sono anche gli americani, significa che Washington vede nell'alleanza Francia-Italia l'opportunità per creare una sorta di alleato dentro l'Ue e per quanto riguarda il nostro Paese un proxy di penetrazione, come si dice in gergo militare. Non volendo contrastare la Turchia direttamente, gli Usa potranno suggerire a Francia e Italia che azioni intraprendere per bloccare l'impero blu sognato da Recepp Tayyip Erdogan.

     

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    Un discorso simile vale per Pechino. Joe Biden non può più permettersi scontri con la Cina, lascerà a noi e ai francesi alzare le barricate nei confronti del Dragone. Per questo nell'ottica della Casa Bianca la Germania va depotenziata. Con tali premesse restano comunque due enormi incognite aperte.

     

    Che succede se Draghi non va al Quirinale? Che succede se Parigi approfitta del Trattato per mangiarsi il nostro mercato interno? Nel secondo caso qualunque sforzo per tornare a essere una potenza del G7 verrebbe vanificato. Nel primo caso forse perderemmo l'appoggio Usa. Ma qui si rischia di uscire dall'analisi e finire nelle illazioni.

     

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    2 - DAI CONFINI ALLA POLIZIA COMUNE IL TRATTATO DEL QUIRINALE RILANCIA L'ASSE TRA ROMA E PARIGI

    Estratto dell'articolo di Ilario Lombardo per "la Stampa"

     

    Il legame appare talmente forte che in Germania, dove la curiosità si mescola all'ansia di sapere cosa accadrà quando Angela Merkel lascerà la cancelleria, l'hanno ribattezzato «Dracon». […] Con il Trattato del Quirinale […] il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron si getteranno alle spalle gli ultimi anni di tensioni, sgarbi, e crisi più o meno diplomatiche.

     

    Un patto postpopulista, che i parlamenti dovranno ratificare […] dalle anticipazioni sul testo e dalle parole pronunciate da Sergio Mattarella a Macron, durante la visita al Quirinale, si sente forte la necessità di rassicurare i partner su un aspetto: che non ci sarà uno sbilanciamento bilaterale a danno dell'Unione europea.

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    Il trattato, «di ampio respiro», che unisce i due Paesi fondatori dell'Ue, secondo il Capo dello Stato aiuterà il processo di integrazione. […] è proprio sui temi della politica estera e degli Affari europei che Italia e Francia hanno deciso di consultarsi regolarmente in modo da stabilire posizioni comuni e di agire in asse, dove possibile, durante i vertici multilaterali come Consiglio europeo, G7, G20.

     

    […] La diplomazia ha lavorato molto per smussare le differenze su Europa, Difesa, Sicurezza/Immigrazione, Politica estera, Transizione ecologica e digitale. Dieci capitoli, partnership irrobustite. E piattaforme che potrebbero rivelarsi innovative. Tra queste un'unità operativa italo-francese «per sostenere le forze dell'ordine in funzione di obiettivi comuni, in particolare nella gestione di grandi eventi e per contribuire a missioni internazionali di polizia». […]

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    Chi ha lavorato sul negoziato racconta che si è raggiunto un buon compromesso sull'agricoltura e sulla cooperazione nei settori strategici della transizione digitale e delle nuove tecnologie (ad esempio, un intero articolo sarà dedicato al lavoro in comune sul settore spaziale). L'equilibrio sull'immigrazione è confermato dalla formulazione in cui i due Paesi si impegnano a sostenere «politiche d'asilo europee e di integrazione basate sui principi di responsabilità e solidarietà condivise tra gli Stati membri». […]

     

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    l'idea di un Trattato modellato su quello tra Parigi e Berlino è della fine del 2017. A Palazzo Chigi sedeva Paolo Gentiloni e da pochi mesi, a 39 anni, Macron era stato eletto presidente. Sono i mesi delle incomprensioni sulla Libia e sulla fusione tra Fincantieri e i cantieri ex Stx France. Ma sono soprattutto i mesi a ridosso delle elezioni in Italia, quando tutta l'Europa attende di conoscere l'entità dell'ondata populista che si appresta a travolgere la terza economia dell'Unione. Il patto di oggi è figlio di una parentesi di quasi due anni, di sgrammaticature e strappi culminati con il richiamo dell'ambasciatore francese dopo la visita amichevole ai gilet gialli di Luigi Di Maio, allora vicepremier, nei giorni dell'assedio di Parigi. Sembrava che nella marea grilloleghista dovesse affogare ogni speranza di intesa. Alla fine, non è stato così.

     

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