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    “CREDEVAMO CHE LA LETTERATURA FOSSE MORTA, POI È ARRIVATO IL CAPOLAVORO DEL CASO ROGATI” - GUIA SONCINI IN LODE DI EMILIANO FITTIPALDI E GLI SCOOP SUL CASO ROGATI: “DA QUANDO VOIALTRI A DOMANI (UN GIORNALE CHE NESSUNO DI NOI SI ERA MAI FILATO) AVETE DECISO DI BULLIZZARE QUEI POVERINI DI FANPAGE, DA QUANDO SCRIVI DIECI CARTELLE CHE SONO DIVENTATE IL SALUTO AL SOLE DI TUTTI QUELLI CHE CONOSCO, IL RISVEGLIO È UNA MERAVIGLIA. IERI LA MATA HARI DELLA CAMILLUCCIA PARLAVA. DICEVA COSE MERAVIGLIOSE, COMPLETAMENTE PRIVE DI LOBI FRONTALI…”


     
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    Guia Soncini per https://www.linkiesta.it

     

    Ci sono periodi in cui si vive (dovrei dire «si soffre», ma sarebbe insincero) di monomaniacalità condivisa. Sanremo. I mondiali di calcio. Quelle cose che devi proprio essere il tipo che mi-si-nota-di-più per piccarti di non seguirle.

     

    Vorrei quindi farvi un elenco non esaustivo dei periodi di monomaniacalità condivisa della mia vita di lettrice, quelli in cui la mattina prestissimo compulsavo i giornali per leggere cosa scrivessero dell’ossessione stagionale, e per il resto del giorno con chiunque parlassi sapevo che aveva letto le stesse cose e stava seguendo gli stessi avvenimenti. I momenti in cui si congedava la cronaca, ed entrava la letteratura.

     

    emiliano fittipaldi foto di bacco emiliano fittipaldi foto di bacco

    La settimana in cui morì Diana Spencer, e tutti gli editoriali erano dolenti, e L’Unità titolava «Scusaci, principessa», e tutti si contrivano sull’averla uccisa noi (ma noi chi? Ah, noi lettori di tabloid che le davamo da vivere), e poi arrivò Arbasino e scrisse che «la solita casalinga di buon senso continuerà a osservare noiosamente che chi si imbarca in una carriera regale – o monacale, o parlamentare, o didattica, o infermieristica, o camionistica – sa benissimo che cavoli si dovrà sobbarcare», e mancavano ancora ventiquattr’ore al funerale e improvvisamente capimmo la settimana di scemenza collettiva che avevamo attraversato.

    LODOVICA ROGATI LODOVICA ROGATI

     

    La settimana in cui morì John Kennedy jr, e i giornali italiani proprio non riuscivano a capire chi fosse la sorella di lui e chi quella di lei, chi morta e chi viva, si confondevano tra le caroline, sbagliavano le vocali, e a Capri («Dov’eri quando finì il Novecento?» «A Capri per il weekend») in piazzetta ero l’unica italiana che arrivava all’edicola presto, tra americani che si facevano tradurre i giornali dai camerieri (abbiamo vissuto un tempo senza la Cnn sul telefono, e i camerieri saranno stati pure fluent ma ti facevano pagare un cappuccino diecimila lire).

     

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    L’estate in cui ogni mattina trovavo trascrizioni di «stamo a fa’ i froci col culo degli altri» e altre meraviglie per cui sembrava fosse tornata la stagione dell’oro del grande cinema italiano, e per fortuna ero in un albergo per ricchi dove se pretendevo i giornali all’alba non mi facevano pernacchie così quando arrivavano i primi sms che commentavano le intercettazioni di Stefano Ricucci ero preparata (abbiamo vissuto stagioni senza le foto degli articoli su WhatsApp, noi sì che siamo temprati dalle privazioni).

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    L’estate di Avetrana, quella che ci fece apparire le nostre famiglie tutto sommato normali e affettuose, quella che ci fece capire che quale grande omologazione, i brutti esistono ancora, i brutti e poveri, i fisiognomicamente proletari, quelli che ti pare non possano che essere cattivi; e quindi quella ragazzina potrebbero averla ammazzata tutti. L’estate seguita da un autunno a dire però hai visto la cugina com’è dimagrita, un po’ di galera farebbe bene anche a noi: oggi ci darebbero il 41 bis per body shaming.

     

    L’autunno del MeToo, quando ogni mattina si correva sul sito del New York Times per scoprire se quel giorno avevano messo in mezzo un altro cretino che faceva l’elicottero con l’uccello davanti a tizie lì per lì allibite e che poi invece di raccontarlo ridendo alle amiche l’avrebbero raccontato contrite a un’intervistatrice; o se invece era il giorno in cui disseppellivano l’ultima molestia perpetrata da Harvey Weinstein: a un certo punto mancava praticamente solo la testimonianza postuma di Lauren Bacall.

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    L’estate in cui due turisti americani, non si capisce come e perché, ammazzano un carabiniere a Trastevere, e niente ma proprio niente in quella storia torna, ma ogni mattina ci sono nuove foto sempre più inimmaginabili fuori da un film di Fincher di questi ragazzetti che fanno i gradassi sui social, perché nel frattempo sono arrivati i social, e il lavoro dei giornali è diventato perlopiù recuperare dalle nostre bacheche i nostri esibizionismi scellerati.

     

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    E poi questa fine estate qui, quella della Rogati, o chiunque sia la tizia che secondo Fanpage sarebbe stata molestata da un senatore. Al cui proposito, ricevo da Striscia la notizia e integralmente trascrivo: «Gentile Guia Soncini, abbiamo letto la sua rubrica L’avvelenata del 19 settembre sulla questione Richetti/Fanpage. Tutto il mondo è Gabibbo, tranne il Gabibbo: la storia delle presunte molestie che coinvolge il senatore Richetti era stata proposta al Gabibbo mesi fa, ma dopo essersi consultato con il Tapiro d’oro, aveva deciso di non dare visibilità televisiva al caso. Siamo affranti per gli sviluppi della vicenda, perché pensavamo che con il Gabibbo si fosse toccato il fondo».

     

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    E poi questa fine estate qui, quella di Fittipaldi. Emiliano, ascoltami. Ti devo fare le mie scuse. Io non sapevo tu potessi diventare la mia brama del mattino. Io ti avevo sottovalutato. Io, fino a Lodovica Mairè Rogati, non sapevo che la Sharon Stone delle sciroccate fosse un personaggio che la letteratura italiana – dagli osservatori superficiali scambiata per cronaca, dagli osservatori paranoici scambiata per complotto politico – potesse produrre.

     

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    Diceva sempre Arbasino, in un altro articolo micidiale su Diana Spencer, che «in queste faccende, la psicologia delle masse è attentissima anche per istinto animale», ed è il battito animale che all’alba degli ultimi tre giorni ha fatto comparire sul mio telefono commenti agli articoli di Fittipaldi o richieste di foto degli stessi. Un amico a New York mette la sveglia apposta, credo, oppure mi chiede «ti prego mandami l’intervista» prima di andare a dormire, non so, fatto sta che tra le sette e le otto pretende la sua dose di letteratura fittipaldica.

     

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    Da quando voialtri a Domani (un giornale che nessuno di noi si era mai filato; certo, c’era Walter Siti, ma lo leggevamo con calma al pomeriggio: aveva a che fare con la riflessione intellettuale più che con l’istinto animale), da quando, dicevo, avete deciso di bullizzare quei poverini di Fanpage, da quando ogni giorno tu (posso darti del tu?), Emiliano, scrivi dieci cartelle che sono diventate il saluto al sole di tutti quelli che conosco, il risveglio è una meraviglia.

     

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    Ieri, poi. Ieri tutto si è azzerato. «Rossella O’Hara non era bella, ma gli uomini se ne accorgevano raramente allorché soggiogati dal suo fascino come i gemelli Tarleton». «Chiamatemi Ismaele». «È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo facoltoso debba sentire il bisogno di prendere moglie». «Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono niente, non è niente». Tutti gli incipit della storia della letteratura come la conoscevamo fin qui, spazzati via da «Lodovica Mairè Rogati chiama in mattinata».

     

    Ieri, la Mata Hari della Camilluccia parlava. Diceva cose meravigliose, completamente prive di lobi frontali (signora Rogati, è un’iperbole, non mi metta nella lista delle sue querele: ho capito in questi giorni che se le ritirasse tutte i tribunali italiani smetterebbero d’essere intasati). Se una ci prova il senatore mica si tira indietro. E secondo lei la Rogati [in terza persona, nota di Soncini; più volte, sempre nota di Soncini]. Aldo Moro era il padrino di battesimo di mia sorella. Federico Fellini mi ha vomitato sul tappeto.

     

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    I blog che si trovano in giro per l’internet, quelli in cui qualche cronista oggettivo che sicuramente non è la Rogati stessa scrive cronache della vita della Rogati in cui ella viene definita come minimo «la bellissima» e si racconta che gli uomini tentano il suicidio per lei, quei blog sono niente in confronto a un’intervista in cui Lodovica Rogati nel ruolo di Lodovica Rogati parla con aggettivi altrettanto alati di una tizia che chiama «la Rogati».

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    Credevamo che la letteratura fosse morta, credevamo che la campagna elettorale fosse noiosissima, poi è arrivato il capolavoro. Se al prossimo Strega non premiate come coautori del Grande Romanzo Italiano coloro che hanno creato la nostra monomaniacalità di fine estate (e inizio autunno: vi prego, mica vorrete farla finire) 2022, non so proprio cosa organizziate dei premi letterari a fare. Già me li vedo: Lodovica fa il discorso, Emiliano ingolla il liquore. La letteratura è viva, viva la letteratura.

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