AMOREGGIARE PALLIDO E ASSORTO – EUGENIO MONTALE FOLGORATO DALLE FANCIULLE DEI BORDELLI: “CHE BELLE, MICA COME LE MOGLI DEI NOSTRI AMICI” - LE SCINTILLE CON UNGARETTI, LE TRESCHE, I GRANDI AMORI E QUELLA VOLTA CHE SI MISE A DANZARE COME UNA BAIADERA - MONTANELLI DISSE: "NON SAI MAI SE VUOLE ACCAREZZARTI O AMMAZZARTI" – A BIAGI RACCONTO’ CHE I SUOI PERSONAGGI PREFERITI ERANO…


 
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Cesare Lanza per La Verità

 

montale montale

Nel 1975 Eugenio Montale vinse, finalmente!, il premio Nobel. In precedenza c' erano state interessanti polemiche perché Stoccolma aveva deciso di assegnare l' ambitissimo riconoscimento non a lui, ch' era considerato il nostro poeta più importante, e neanche a Giuseppe Ungaretti o ad Umberto Saba, suoi antagonisti, ma a Salvatore Quasimodo. Montale era la firma più illustre del Corriere della Sera, e in via Solferino decisero di organizzare, per celebrare il successo, una grande festa. Ricordo Piero Ottone, allora direttore, che si aggirava sorridente, da padrone di casa.

 

«Sembra che il Nobel lo abbia vinto lui», sussurrava qualche maligno. Montale era accasciato in una poltrona: in coda, tutti coloro che sinceramente o ruffianamente volevano congratularsi, fargli i complimenti. Volevo scrivere un pezzo, mi misi in fila almeno tre volte e, resistendo agli spintoni e alla fretta degli altri, provai a stuzzicarlo: «Dunque anche a Stoccolma capiscono la poesia?», «Tutti dicono che il premio ti è arrivato in ritardo... Cosa ne dici?», «Quali poeti ti hanno chiamato, per congratularsi?». Come d' abitudine, Montale restava in silenzio, impenetrabile, non rispondeva. Neanche un borbottìo. Bisognava interpretare qualche battito di ciglia, o un lampo negli occhi, le smorfie pressoché invisibili. Il Vate mi conosceva, ma non ebbi la sensazione che mi riconoscesse.

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Mi parve solo che, forse, una sfumatura di ironia, o di semplice divertimento, si accendesse nel suo sguardo, quando gli proposi una domanda spudoratamente più perfida: «Se esiste un aldilà, Ungaretti sarà felice di essere morto prima di sapere dell' assegnazione del Nobel a te...». Quanto sarei stato felice, se Montale mi avesse risposto «L' aldilà per fortuna sua non esiste», oppure «Sapere? Quello (cioè Ungaretti, che non nominava mai) è sempre stato felice di non sapere». Invece, neanche una parola. E tuttavia, presuntuoso come sono e fui, giurerei che abbia pensato qualcosa di simile.

 

Meglio di tutti, è stato Indro Montanelli a descrivere l' impassibilità leggendaria di Montale. Divideva con lui l' ufficio al Corriere, una scrivania di fronte all' altra. Quando Montale ti guarda - ha scritto in uno dei suoi magistrali ritratti - non sai mai se voglia dedicarti una carezza, o se stia pensando in che modo assassinarti, e con quale arma. Anche Enzo Biagi ha conosciuto bene Montale (non quanto Indro).

 

Lo ha intervistato e ha scritto: «Montale non si intervista. È lui che, ogni tanto, interroga.

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Vuol sapere che cosa succede, o quello che pensi. Va poco in giro, ma sa tutto: è curioso, non pettegolo, segue anche i fatti della cronaca minuta. Le sue battute spesso nascondono nel paradosso la verità... Ma alla fine, di questo poeta solitario, che conosce tutte le piante dei boschi, i pitosfori, gli eucalipti, le agavi, i sambuchi, e riconosce il canto di tutti gli uccelli, le ghiandaie, le upupe, i merli d' acqua, e quello che c' è nel cuore dell' uomo, la disperazione e la speranza, qualcosa, certo, rimarrà».

 

Ha detto bene Biagi, aggiungerei: nessuno, conoscendolo superficialmente, avrebbe mai immaginato che quel taciturno, scontroso e orgoglioso poeta, fosse anche nella vita privata un seduttivo conquistatore di cuori femminili, un amante perenne e perennemente riamato. Ma prima di parlarvene, ecco, dopo Montanelli e Biagi, come Montale fu descritto da chi lo conosceva a fondo. Maria Luisa Spaziani, che fu un suo amore: «Poveri come quasi tutti i letterati del tempo, Montale, Macrì e Landolfi per cinque lire andavano a cena alla trattoria del Troia, dove avevano diritto a un primo, un piatto di verdure cotte o crude, una mela e un quarto di vino. La carne, la domenica...

 

Viveva nell' ossessione di essere licenziato. E finiva per adattarsi a pezzi molto lontani dai suoi interessi, la morte di un grande sportivo o l' intervista alla diva. Ci fu un periodo che non riusciva più a scrivere le recensioni, così gli diedi una mano».

 

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Gaetano Afeltra, che fu una colonna del Corriere: «Negli anni Trenta fu Carlo Bo a introdurre Carlo Emilio Gadda ed Eugenio Montale nel salotto fiorentino di madame Saffo, leggendaria maitresse dell' epoca... Montale, folgorato dalla bellezza delle fanciulle di cui amava soprattutto la pulizia («Potresti mangiarci sopra»), si lasciò sfuggire una volta con tono acido: «Pensa, in confronto, alle mogli dei nostri amici».

 

Dino Buzzati: «Ma è vero che Montale lavora in redazione? È vero che viene al giornale tutte le sere? È vero che lo si può trovare verso le sei, le sette nel suo ufficio? Questo mi sento chiedere spesso, dalla gente di fuori, a cui la cosa sembra inverosimile. Sì, è vero. Verso quell' ora il lungo corridoio bianco al primo piano del Corriere della Sera è ancora quieto e silenzioso. Non è ancora cominciata, o sta per cominciare, la cateratta quotidiana di servizi e di notizie. Ma da una porta a vetri smerigliati aperta per metà, di fronte a quella del caporedattore, viene un tic tic di macchina per scrivere. Un battito minuto, discreto e regolare, quasi timido e impacciato a confronto del mitragliamento velocissimo degli stenografi, qualche sala più in là. Chi passa può darsi che metta dentro la testa per curiosità. Vede di schiena Eugenio Montale su una sedia, che scrive un articolo, battendo sui tasti con un dito solo».

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«Montale senatore, Ungaretti fa l' amore»: questo il commento di Giuseppe Ungaretti alla notizia della nomina di Eugenio a senatore a vita. Tra i due, come avrete ben capito, non vi fu mai buona amicizia. Carlo Bo: «Nonostante la sua cautela, sapeva essere molto maligno, vi considerava delle mezze seghe». E Montale cosa ha detto di sé stesso?

 

«Pensai presto, e ancora penso, che l' arte sia la forma di vita di chi veramente non vive; un compenso o un surrogato... Ho scritto sempre da povero diavolo e non da uomo di lettere professionale. Non posseggo l' autosufficienza intellettualistica che qualcuno potrebbe attribuirmi, né mi sento investito di una missione importante. Ho avuto il senso della cultura d' oggi, ma neppure l' ombra della cultura che avrei desiderato, e con la quale probabilmente non avrei mai scritto un verso».

 

Nel discorso, il 12 dicembre 1975, all' Accademia di Svezia, il giorno in cui ricevette il Nobel, Montale propose una domanda valida ancor oggi: «In un mondo nel quale il benessere è assimilabile alla disperazione e l' arte ormai è diventata bene di consumo, la poesia ha perso la sua essenza primaria?». In un' intervista a Enzo Biagi: «Meglio, certo meglio gli analfabeti. Da loro c' è sempre da imparare. Possiedono alcuni concetti fondamentali, quelli che contano. Purtroppo, pare ne siano rimasti pochi».

 

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Raccontò a Biagi che i suoi personaggi preferiti erano «Gesù Cristo, un po' meno anche Satana, tutti quelli finiti sul rogo per ragioni teologiche, e quelli che sono stati uccisi per le loro idee».

Montale era nato a Genova il 12 ottobre 1896. Morì a Milano il 12 settembre 1981, a 84 anni, per problemi causati da una vasculopatia cerebrale. Una sua passione: cantava benissimo, da bravo baritono, e amava esibirsi in ogni possibile occasione, anche le più bizzarre.

Ha avuto, oltre al Nobel, importanti riconoscimenti: tre lauree honoris causa, a Milano nel 1961, a Cambridge nel 1967 e a Roma, La Sapienza, nel 1974. Il 13 giugno 1967 il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat lo nominò senatore a vita. Ho anticipato che Montale ebbe grandi amori. Il 23 luglio 1962 sposò Drusilla Tanzi, di dieci anni più anziana di lui.

 

Drusilla morì a Milano il 20 ottobre 1963, a 77 anni. La storia iniziò nel 1929 , quando Montale era ospite in casa sua e del marito, lo storico d' arte Matteo Marangoni. Quando Matteo scopre la tresca, i due amanti vanno a vivere insieme, destando scandalo. Montale le infligge il soprannome di Mosca, a causa dei suoi occhiali spessi. Drusilla indubbiamente è il più grande amore di Eugenio, che tuttavia incontra altre donne, una in particolare: nel 1933 l' italianista americana Irma Brandeis, con cui avvia una storia d' amore durata cinque anni. Irma, nata a New York, è folgorata da «Ossi di seppia», e decide di andare a salutare Montale in quello che poi ricorderà come «un incontro disastrosamente stupido». In vacanza a Londra con Drusilla, Montale le scrive che gli manca terribilmente. È una di ben 154 lettere complessive.

MONTALE MORAVIA PASOLINI MONTALE MORAVIA PASOLINI

 

Quelle di lei, trafugate, sono invece tutte perdute. Mosca, scoprendo la relazione, arrivò a una teatrale minaccia di suicidio. E così Montale si decise a rivelare a Irma, ignara dell' esistenza di Drusilla, tutta la verità. La reazione non fu migliore di quella di Mosca: accusò l' altra di isterismo e lui di spregevolezza. Con varie minacce, anche quella di fare l' amore con un altro. I due amanti si rivedono nell' estate del 1938, entrambi consapevoli che quell' incontro sarebbe stato l' ultimo.

 

Tuttavia, nel giugno 1981 - dopo quasi cinquant' anni! - Irma ricevette un biglietto di Montale, su carta del Senato («Quando ci rivedremo?»). Lui morì tre mesi dopo, lei dopo nove anni. Nel 1949 al Teatro Carignano di Torino aveva conosciuto Maria Luisa Spaziani, giovane letterata dalla «falcata prodigiosa». Cancella tutti gli impegni e le dà appuntamento per il giorno seguente.

 

Lei, la notte, rincasando, dice alla madre: «Mamma, non ti spaventare, domani viene a pranzo Montale».

 

piero ottone eugenio montale piero ottone eugenio montale

Già durante il piccolo convivio Montale appare un po' sopra le righe. La Spaziani racconta: «Ebbe l' idea di mostrarci come aveva visto danzare una baiadera durante una sua visita in Libano. Si alzò da tavola, prese un grosso tovagliolo e con passetti di danza cominciò a sventolarlo a destra e sinistra e dietro al capo». Eugenio ha il doppio degli anni di Maria Luisa, le dà il nomignolo di Volpe e scrive «che non soltanto mi regala la luce della sua giovinezza, quanto mi restituisce la mia che non ho mai avuta».

 

ungaretti ungaretti

La Spaziani dice di lui: «Mi chiese di sposarlo più volte. Eugenio ed io non avevamo il coraggio di staccarci da due persone. Lui dalla Drusilla Tanzi, io da Elèmire Zolla».Nel bilancio totale della sua vita affettiva è Gina Tiossi la figura femminile più assidua, (forse) senza implicazioni sentimentali. Gina, governante di Eugenio e Drusilla, è una presenza discreta, l' unico filtro tra Montale e il mondo. «Che cosa posso dire di lui? Che è buono, è grande, è dolce, che io lo considero come un padre».

 

MONTALE MONTALE

Nella sua stanza, Gina accumulava i regali del poeta, prime edizioni con dedica, disegni, biglietti autografi. Anche le lettere a Drusilla. Un patrimonio da cui non ha mai voluto guadagnare nulla: ne ha poi fatto dono gratuito a una fondazione, insieme alla macchina per scrivere di Montale, il suo bastone, i suoi occhiali. Fedeltà, hanno scritto, è la parola che la descrive meglio.

MONTALE BENE MONTALE BENE Montale e Ottone Montale e Ottone Montale Montale ungaretti ungaretti MARIA LUISA SPAZIANI MARIA LUISA SPAZIANI

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