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    QUANDO LA NOTTE ERA “TENAX” – DA KEITH HARING A VITTORIO GASSMAN IN GIACCA E CRAVATTA, DA AMANDA LEAR CHE SCEGLIEVA GIOVANOTTI DA PORTARSI IN CAMERA FINO A UN TIMIDISSIMO LAPO ELKANN: LE SERATE RUGGENTI DELLA DISCOTECA PIU’ TRASGRESSIVA DI FIRENZE - OLIVIER ROUSTEING, OGGI DIRETTORE CREATIVO DI “BAILMAN”: "QUELLE NOTTI A FARE ANIMAZIONE MI HANNO REGALATO IL CORAGGIO DI CERCARE LA MIA STRADA" - VIDEO


     
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    Raffaele Panizza per Uomo Vogue

     

     

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    Era nato come costola di Controradio, stazione militante e megafono degli scontri studenteschi del ’77. Negli anni Ottanta, i punk pisani ci calavano in massa per ascoltare i Killing Joke: sfondavano le transenne e poi invadevano il palco coi loro pantaloni scozzesi, sputando sulla folla con relative bestemmie in toscano, sorvegliati con pazienza da una sicurezza fatta di gente tosta, bestioni presi dal servizio d’ordine di Lotta Continua sezione Prato e capitanati da tale Pestolo, centodieci chili di rifiuto di arrendersi.

     

    Era nato così, nell’underground antagonista, il Tenax di Firenze, fondato nel 1981 e considerato tra i cinquanta club culturalmente più importanti del mondo. Ci avevano suonato gli Spandau Ballet, i New Order, i Talk Talk e i Frankie Goes to Hollywood.

     

    Vivienne Westwood l’aveva scelto per far sfilare una delle sue collezioni “pagane”, subito dopo il periodo punk, l’8 gennaio 1988. E l’anno successivo, lo street artist Keith Haring ci aveva festeggiato il compimento del murales Tuttomondo, disegnato sulla facciata orientale della canonica di Sant’Antonio a Pisa. «Fece anche un disegno a pennarello sullo specchio, vicino alla console», racconta Jacopo Monini, storico direttore del locale, «la mattina dopo fu cancellato dalla signora delle pulizie». Per le sale giravano nomi noti ma soprattutto volti e destini che non lo erano ancora, ma lo sarebbero diventati presto, in particolare nel mondo della moda.

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    C’era Vittorio Gassman in giacca e cravatta con Elio Fiorucci in magliettina pop. Grace Jones che cantava e Amanda Lear che sceglieva giovanotti da portarsi in camera. Piero Pelù e Morgan. Valentino Rossi che parcheggiava all’ingresso una Subaru superelaborata e un timidissimo Lapo Elkann. Tutte star che inconsapevolmente dividevano gli sguardi con un ragazzino francese che ballava sul cubo, ornato da una gigantesca chioma afro, arrivato da Bordeaux in cerca d’avventura, in cerca di se stesso, e per uno stage non retribuito nell’atelier di Roberto Cavalli.

     

    «Avevo diciott’anni, non sapevo nulla del mondo e non avevo avuto mai neppure una vera vita gay», racconta Olivier Rousteing, nel suo italiano ancora perfetto, al telefono da Parigi. «Quelle notti a fare animazione al Tenax, in mezzo a personaggi così colorati, davanti a migliaia di persone, mi hanno regalato il coraggio di cercare la mia strada». “Olivier”, come lo ricordano ancora, ora è il direttore creativo di Balmain. Ma quattordici anni fa, giunto a Firenze senza un soldo, lasciato a cavarsela da solo dai genitori indispettiti perché aveva mollato l’accademia di moda e pure l’università di Giurisprudenza, era solo uno dei tanti golden boys del Tenax.

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    Ballava tutti i venerdì e i sabato, a 150 euro a notte, unico modo di pagarsi l’appartamentino in via Montebello, a due passi da Ponte Vecchio. Proprio come faceva Lea T, la figlia transessuale del calciatore Toninho Cerezo divenuta poi musa di Riccardo Tisci e una delle modelle più richieste del mondo. O come Salvatore Congiu, che dopo gli anni al Tenax andrà a disegnare borse da uomo per Givenchy: «Venivo da Nuoro e studiavo design di accessori al Polimoda. Anche se il mio sogno segreto era diventare un ballerino classico», rivela lui. E poi Federico Curradi, che per dieci anni ha fatto selezione alla porta e ora è direttore artistico di Peuterey, oltre a disegnare una linea a proprio nome che ha debuttato alle ultime sfilate di Milano.

     

    «Ci creavamo i costumi da soli, e ciascuno aveva un proprio personaggio», ricorda ancora Rousteing, «io per esempio ero una sorta di ballerino fashion, con indosso abiti di Gucci e Cavalli che compravo coi miei soldi, spendendo tutto. Ricordo una serata a tema, “Vintage Versace”: spesi un capitale per una camicia che Gianni aveva fatto sfilare a Miami negli anni 90». Olivier non ha scordato neppure le notti d’estate, quando lo staff si spostava a Forte dei Marmi per la versione estiva del club: «La clientela però era più esagitata. Una volta, un cliente ubriaco mi spense una sigaretta sulla gamba».

     

    amanda lear in for your pleasure amanda lear in for your pleasure

    A vegliare sugli angeli del Tenax c’era Federico Curradi, nel doppio ruolo di buttafuori e giudice implacabile di chi potesse entrare, e chi invece no. «Sono nato nel quartiere popolare del Battistero e giocavo al calcio tradizionale fiorentino, nella squadra dei Verdi», racconta Curradi, che a 42 anni vive in un casale nel Chianti con cavalli, mucche e cani lupo cecoslovacchi, «all’epoca, tutti i buttafuori di Firenze erano scelti tra gli atleti».

     

    La sua serata si chiamava “Nobody’s Perfect”, partita nel 1999 e divenuta la one night gay-friendly e trasgressiva di Firenze. Sesso nei bagni e sui divanetti, e quattromila persone che gli sfilavano davanti agli occhi ogni sabato, da salvare o condannare. Decidere, come si fa con gli scampoli di tessuto, se un dato pretendente facesse pendant con l’ambiente oppure no: «Ma era un fatto di atteggiamento più che di look, e avevo sviluppato un istinto preciso. La strafottenza per esempio non era tollerata. Dovevo impedire che chi non capiva lo spirito della serata entrasse a fare casino».

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    Come quella notte in cui si presentarono alla porta una decina di ceffi per metà travestiti da donna e per metà da personaggi di “Arancia meccanica”. Si misero in fila, come per entrare tranquillamente, finché a un certo punto, scambiato un segnale, cominciarono a menare le mani alla cieca. «Quando accadevano fatti di questo tipo in sala s’accendevano tutte le luci e calava un gran silenzio», sorride Curradi. «In cinque minuti sistemavamo tutto, e cacciavamo i seccatori fuori dal locale. Poi il dj rimetteva un nuovo disco. E come niente fosse, ripartiva la festa».

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