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    LA VERSIONE DI MUGHINI - "RENZI S’È GIOCATO IL TUTTO E PER TUTTO SU UNA LEGGINA DA QUATTRO SOLDI, PASTICCIATISSIMA, AVEVA CONTRO MEZZO MONDO E NON POTEVA NON FINIRE COSI’: IN TUTTO QUESTO L’AVERE “STRAVOLTO” LA COSTITUZIONE PIÙ BELLA DEL MONDO NON C’ENTRA UN BEATO CAZZO"


     
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    Giampiero Mughini per Dagospia

     

    Caro Dago, è fuor di dubbio che in politica c’è uno che perde e uno che vince, c’è uno cui appartiene la sconfitta e uno cui appartiene la vittoria. A capire che cos’è successo, ad esempio in occasione del referendum italiano di domenica 4 dicembre 2016, contano tutt’e due le cose.

     

    Chi abbia perso ieri è lampante, e del resto Matteo Renzi lo ha riconosciuto lealmente e direi quasi orgogliosamente. Perché abbia perso, è lampante anche quello. S’è giocato il tutto e per tutto su una leggina da quattro soldi, pasticciatissima e inane rispetto alle sue ambizioni di partenza. Aboliva qualche sparuto senatore per metterci al suo posto dei consiglieri regionali, gente che se li incontri a tarda sera al buio sei costretto a scappar via.

     

    matteo renzi dopo il referendum matteo renzi dopo il referendum

    Era riuscito, politicamente parlando, a farsi circondare da destra e da sinistra, peggio che gli americani a Fort Alamo. Aveva pensato di potere sfottere tutti, da Silvio Berlusconi (col quale aveva prima stipulato una sacrosanta alleanza) a Massimo D’Alema, che invece è una risorsa del suo partito e che se l’è legata al dito.

     

    Aveva contro mezzo mondo e non poteva non finire così (personalmente avevo previsto un 55% di “no” e 45% di sì). E’ riuscito a tirar fuori dalla loro case domenicali un bel po’ di gente che è accorsa alle urne pur di tirargli un calcio negli stinchi, e in tutto questo l’avere “stravolto” la Costituzione più bella del mondo - come dicono i rétori del “Fatto” – non c’entra un beato cazzo.

     

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    Detto questo, a chi appartiene la vittoria? E’ un quesito decisivo in politica. Un esempio per tutti. Prendiamo l’esito della battaglia di Stalingrado, dicembre 1942-gennaio 1943. La sconfitta appartenne all’orgoglioso esercito nazi, che ci rimise 300mila uomini di cui 100mila fatti prigionieri (ne tornarono vivi in Germania 6mila).

     

    Un esito ottimo dal punto di vista del buttar giù il nazismo (anche se non è vero affatto che fu la svolta decisiva della Seconda guerra mondiale, lo era stato l’ingresso in guerra degli Usa).

     

    E invece la vittoria a chi appartenne? Al possente esercito staliniano che ci mise due anni d’avanzata incessante per papparsi metà e passa dell’Europa e a condizionare i successivi 40 anni e oltre della storia del mondo. Semplice.

     

    E la vittoria di ieri, a chi appartiene? A D’Alema, ai 5Stelle, a Matteo Salvini e compagnia schiamazzante, al risorto Berlusconi, a Casa Pound, agli ex fascisti che adesso si chiamano in altro modo? Mi viene da ridere a leggere l’intervista a “Repubblica” del piddino Roberto Speranza, il quale si dice contento che ci sia uno spicchio del “centrosinistra” nella vittoria del “no”.

     

    E invece non è vero, perché è una vittoria in cui la destra e la sinistra e il centro, per come siamo abituati a pensarli, non c’entrano nulla. E’ un fatto inedito del terzo millennio, della post-politica, di quando tutti gli assembramenti e le “accozzaglie” sono possibili se non addirittura necessarie.

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    Da quale dei vincitori di domenica verrà qualcosa di politicamente necessario in ordine ai problemi reali del nostro Paese, sul come pagare il monte pensioni che si fa sempre più alto, sul come gestire l’invecchiamento pauroso della popolazione, sul come sostenere una spesa sanitaria che permette a moltissimi se non a tutti di essere curati gratis? Più ancora.

     

    Sul come far coesistere l’ampiezza della discussione preliminare e dei contrappesi democratici con la necessità di una decisione politica che sia la più tempestiva e rapida possibile, con la necessità di quella “Grande Riforma” che Bettino Craxi (uno che dei politici odierni se ne metteva in tasca 50 alla volta) aveva auspicato 40 anni fa.

     

     

    Giampiero Mughini

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