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    1. IL NUOVO ORRENDO VIDEO DELL’ISIS, CON QUELLE DECAPITAZIONI SULLA BATTIGIA E IL SANGUE CHE SCORRE NELL’ACQUA VERSO DI NOI, CI CHIAMA DIRETTAMENTE IN CAUSA 2. SE L’ISIS CI RAPISSE UNA DOZZINA DI PILOTI E LI SGOZZASSE, NOI BOMBARDEREMMO LA MATTINA DOPO, COME FA L’EGITTO? CHE COSA SIAMO DISPOSTI A FARE PER “DIFENDERE SAN PIETRO”?


     
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    Colin Ward (Special Guest: Pippo il Patriota) per Dagospia

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    1. LA GUERRA ALLE PORTE

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    “Siamo a Sud di Roma”, dice minaccioso l’Isis, e la politica italiana si ricompatta. Con l’eccezione dei Cinque Stelle, sempre contrari alle bombe, tutti i principali partiti sono pronti a mandare l’esercito in Libia dietro le insegne dell’Onu. Silvio Berlusconi dimentica la rabbia per la rottura del patto del Nazareno e dice sì a una missione militare, sebbene da prendere in considerazione “come ultima risorsa”.

     

    Matteo Salvini, senza troppi distinguo, dice che “quelli dell’Isis ci hanno dichiarato guerra, meglio schierare le truppe lì anziché ai confini tra Russia e Ucraina”. Matteo Renzi, dopo le fughe in avanti di qualche ministro, frena ma incassa la disponibilità dei partiti d’opposizione.

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    Il nuovo orrendo video dell’Isis, con quelle decapitazioni sulla battigia e il sangue che scorre nell’acqua idealmente verso di noi, ci chiama dunque direttamente in causa. E ci costringe a reimpostare l’agenda dei nostri problemi, oltre Sanremo e le riforme costituzionali. Aspettiamo tempi e modi di una missione Onu, ma intanto tifiamo tutti quanti per i raid aerei degli egiziani in Libia che bombardano postazioni del Califfato. Di sicuro non potevamo continuare a ignorare quanto avviene in Libia. E a parte rimpiangere Gheddafi, dovremmo forse chiederci che cosa facilita l’espansione dell’Isis.

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    Forse i barconi pieni di migranti che arrivano su Lampedusa a getto continuo sono parte del problema. Forse la povertà e le ingiustizie sociali di intere comunità andrebbero affrontate seriamente. Forse non si è saputo gestire il dopo Gheddafi e ce ne siamo fregati. Forse una nazione impoverita come la Libia era nelle condizioni ideali per cadere nelle mani della propaganda del Califfo, mentre noi continuavamo a pompare petrolio come nulla fosse. Forse il conto delle ingiustizie e degli egoismi prima o poi si paga. E adesso pare che non restino che le bombe, che però non hanno mai risolto alla radice i problemi che rendono una nazione terreno fertile per l’Isis.

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    Ma che Italia è quella che si dice pronta alla guerra, seppure con la copertura dell’Onu? Lo siamo davvero, pronti alla guerra? Se l’Isis ci rapisse una dozzina di piloti e li sgozzasse, noi bombarderemmo la mattina dopo, come fa l’Egitto, oppure aspetteremmo di andare in missione in Libia con australiani e filippini? Che cosa siamo disposti a fare per “difendere San Pietro”? Ha senso nascondersi sempre dietro l’Onu? Forse bisognerebbe cominciare a parlarne, prima che sia troppo tardi.

     

     

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    2. ITALIA MINACCIATA

    Quel coltellaccio alzato verso il cielo nel video dell’Isis è il simbolo della minaccia all’Italia. Il Corriere riporta le impressioni dei servizi segreti: “Nel video dell’Isis la minaccia al nostro Paese. E 200 mila migranti sono pronti a sbarcare. Secondo gli 007 mai come in questo momento si sono fatti concreti i rischi per il nostro Paese. Una motovedetta italiana costretta ad abbandonare un barcone a cui stava prestando soccorso” (p. 3).

     

    Anche il Messaggero ha un pezzo con veline dei servizi: “L’intelligence avverte: dialogo subito, altrimenti l’intervento sarà inevitabile. Scambio di informazioni tra 007 italiani e statunitensi: ‘c’è ancora margine per una mediazione’. ‘C’è il rischio che il Paese diventi una rampa di lancio dei jihadisti verso l’Europa” (p. 3).

     

    Repubblica racconta l’espansione dell’Isis: “Le milizie in guerra per il potere, così l’Is ha conquistato la Libia. Bande, brigate e gruppi nati nell’era post-Gheddafi ammainano le loro bandiere per abbracciare la causa di Al Bghdadi. I primi sono stati i miliziani di Ansar al Sharia. E la minaccia jihadista arriva a soli 350 chilometri dall’isola di Lampedusa” (p. 4).

     

    Sulla Stampa, la grande fuga: “Aliscafi e truppe scelte, via i primi italiani dalla guerra in Libia. Da Tripoli alla Sicilia, con la scorta degli uomini del Tuscania. Chiusa l’ambasciata. L’Isis minaccia Roma: ‘Ora siamo vicini’” (p. 2). Il Giornale scodella una prima pagina ansiogena: “L’Italia torna in guerra. Caos islamico in Libia. Pronti 5mila soldati. Berlusconi dà l’appoggio. Rimediamo all’errore di Napolitano che ci costrinse ad attaccare Gheddafi”.

     

     

    3. INTERVENIRE O NO?

    il pilota giordano bruciato vivo da isis il pilota giordano bruciato vivo da isis

    Il governo si muove ancora con grande cautela ed è chiaro che l’Italia non vuole restare da sola nell’affrontare il problema libico. “Renzi: noi pronti, ma sia priorità di tutti. Offensiva del governo perché le Nazioni Unite affianchino un’altra personalità al diplomatico Leon. L’obiettivo di un intervento multinazionale in primavera” (Corriere, p. 4). Poi, ecco di mezzo i soliti affari: “Il rischio di esporsi con Mosca senza petrolio e gas libico. Le possibili ricadute di una crisi e i rapporti con la Russia” (p. 4).

     

    Su Repubblica parla il pallido Alfanayev e si contraddice in poche parole: “Non c’è più tempo da perdere, il Califfato è alle porte di casa. L’Onu si muova per fermarlo” (p. 3). E noi? E noi che facciamo? Poi dicono che apprezzare il decisionismo di Putin è sbagliato.

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    Berlusconi dimentica la guerriglia parlamentare e apre: “Berlusconi applaude il governo. ‘Sì a un’azione militare. E anche Salvini offre una sponda al premier: ‘Meglio schierare truppe lì che al confine ucraino’. Ma Pinotti precisa: solo come parte di una missione Onu” (Stampa, p. 4). Il Giornale già sogna nuovi equilibri: “Dal Nazareno al Cireneo, la crisi favorisce un nuovo patto” (p. 3).

     

     

    4. SCONTRO DI INCIVILTÀ

    Dopo l’attentato di Copenhagen, parla il vignettista Lars Vilks, che ricorda quante volte ha dileggiato la religione cristiana: “Ma nessun vescovo, neppure il più bigotto, sa della mia esistenza. Questo dovrebbe chiudere ogni discorso sul grado di intolleranza di un certo Islam, e dell’autocensura che ormai abbiamo incorporato dentro di noi” (Corriere, p. 8).

     

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    Intanto si scopre che il giovane attentatore di Copenhagen era ben noto alla polizia: “Omar, l’arabo di Danimarca affascinato dalla jihad. ‘Ispirato dai volantini dell’Is’. L’assassino di Copenhagen aveva 22 anni. Ucciso dalla polizia, era uscito dal carcere appena due settimane fa” (Repubblica p. 6).  

     

     

    5. SORCI VERDI

    Tensione sempre alta tra maggioranza e opposizioni sulle riforme. Messaggero: “Riforme e governo, Fi contro Renzi. Il Pd: l’opposizione adesso torni in aula. Brunetta: al voto con il Consultellum. Ma Toti frena: noi ragionevoli. I dem abbassano i toni però avvertono: si cambia, avanti in ogni caso” (p. 6). E Renzi fiuta l’arrivo della ripresa: “Il premier: la ripresa è vicina, non spreco questa occasione.

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    Oggi la direzione Dem, l’appello del leader a non disperdere l’unità di queste settimane. ‘I segnali economici sono incoraggianti. L’Aventino? Le minoranze sono spaccate” (p. 7). Sul Giornale, le mosse di Forza Italia: “Forza Italia sfida il premier. ‘Al voto con il Consultellum’. Brunetta: ‘Non abbiamo paura delle urne’. Domani da Mattarella al Colle le opposizioni che hanno lasciato la Camera sulle riforme: ‘Il metodo Renzi una ferita per la democrazia” (p. 5).

     

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    6.AGENZIA MASTIKAZZI

    “Il Colle: serve una dialettica corretta” (Messaggero, p. 9). Grande scoperta. Grande monito.

     

     

    7. LOMBROSIANI PER SEMPRE

    Ritagliare e rimirare l’immaginetta di Pupone Toti pubblicata a pagina 13 del Corriere. Vi si rimira il consigliere politico del Banana che sorride tutto soddisfatto per essere stato invitato in tv da Lucia Annunziata. Basta così poco per renderlo felice.

     

     

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    8. SILENZIO, PARLA UNO DEI VERI CAPI

    Repubblica intervista il boss di Morgan Stanley, James Gorman, ed ecco che cosa ordina per l’Italia: “L’Italia resta una forza molto significativa, un centro di innovazione e produzione di beni di qualità, esportabili su vasta scala. Un modo per liberare la sua crescita varrebbe anche per il Giappone: creare incentivi finanziari per affrontare il problema del numero delle nascite” (p.13). Più culle, ragazzi! Ce lo ordina il Grande Capitale, mica la Cei. Renzie è pregato di prendere nota e predisporre appositi bonus bebè. Del resto anche l’amico Davide Serra di Algebris è pieno di figli.  

     

     

    9. BANCHE MOLTO POPOLARI

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    Il Corriere dedica una paginata al racconto di una furbatella della Popolare dell’Etruria per ripulirsi il bilancio: lo spostamento di una serie di immobili in una società controllata da alcuni suoi clienti, dove compaiono il forzista Vincenzo Crimi e un birrificio noto per piacere a Matteo Renzi (p. 15). Onestamente un po’ pochino per montare su uno scandalo che possa anche solo impensierire Palazzo Chigi. Sulle Popolari, aspettiamo la Consob.

    Michele Ferrero Michele Ferrero

     

     

    10. FREE MARCHETT

    Va bene piangere Michele Ferrero e salutare come si conviene un grande imprenditore illuminato, ma i giornaloni continuano a riversare sulla nutella chili e chili di miele. Il Corriere si scopre innamorato di un modello distante anni luce dalla cara Fiat: “Il capitalismo ‘modello Alba’. Alleanza con fornitori e lavoro. Ma la nuova sfida è far dialogare la finanza e i tanti Ferrero d’Italia” (p. 19).

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    Anche Repubblica si spella le mani: “L’autobus, l’asilo, le gite. Quel patto con noi operai che rese unica la Ferrero” (p. 21). E da domani, di nuovo tutti compatti a inneggiare alla flessibilità e ai contratti da fame.

    Sulla Stampa, si sbandiera la beneficenza: “Così i profitti della Nutella aiutano l’Africa e l’India. Le Imprese sociali: scuole per il mondo più povero” (p. 15).

     

     

    11. LA CINA È MOLTO VICINA

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    Il Corriere Economia fa il punto sull’avanzata del Dragone nell’Italia “dei tanti Ferrero”: “L’assegno in giallo. Dieci miliardi spesi per contare in Italia. La mappa aggiornata del potere orientale. I nuovi signori del 2%. Pechino è seconda solo al fondo americano BlackRock. E spazia dall’Eni all’Ansaldo, da Mediobanca alle Generali. La svalutazione dell’euro sul dollaro richiamerà ulteriori capitali nella Penisola” (p. 2).

     

     

    12. CHAPEAU!

    Oggi su Repubblica splendida e umanissima pagina dedicata a Emma Bonino e al coraggio con cui sta affrontando il suo cancro ai polmoni (“Raccontare il male mi ha aiutato. Ora vediamo chi la spunta”, p. 23).

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