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    KIM-MI AMA, MI SEGUA – IL CINEMA, LA PAURA DELLE DONNE (“MI SPAVENTAVANO, AVEVO PAURA DI ESSERE FAGOCITATO”…), IL RITORNO IN TV CON ‘IL COMMISSARIO MALTESE’, PARLA KIM ROSSI STUART: "MI SONO ISPIRATO AI VERI EROI COME ANTONINO CASSARÀ E BORIS GIULIANO. OGGI LA VIOLENZA HA PRESO FORMA DI VALORE E QUALCUNO DEL BENE SE NE DEVE OCCUPARE" - IL TIFO PER LA ROMA: "UNA SQUADRA PERVASA DALLA SPERANZA DEI FOLLI" – VIDEO


     
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    Giovanni Audiffredi per GQ - www.gqitalia.it

     

    Kim Rossi Stuart 2 Kim Rossi Stuart 2

    «La gioia di passare la palla o di riceverla è unica, meravigliosa». Da qualche settimana Kim Rossi Stuart ha ripreso a giocare a calcio a otto. Lo dice come se avesse sconfitto un demone. E assaporasse il nettare di una coppa proibita. «Quando mi sono sfasciato per bene le gambe in un incidente in moto, rientravo a casa da una sfida. Sono passati 12 anni. E mi sono ripreso quello spazio di autonomia maschile: la partita».

     

    Quelle della sua Roma le guarda allo stadio con la famiglia: la compagna Ilaria Spada e loro figlio Ettore. «Tifo per una squadra che è pervasa dalla speranza, quella dei folli. La mia teoria è che la Roma sia ferma alla notte in cui perse la finale di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, ai rigori».

     

    Era il 30 maggio 1984, le bandiere Bruno Conti e Ciccio Graziani, davanti ai 70mila dell’Olimpico sparano fuori i calci di rigore. E i giallorossi di Nils Liedholm e Paulo Roberto Falcão si fermano a 11 metri da una vittoria storica. «Quella sconfitta è radicata nell’inconscio collettivo di una società. Emerge all’improvviso, a distanza di anni e di generazioni, in momenti strani, quando ai nostri giocatori viene la tremarella e si fanno fregare. Consiglierei una terapia profonda».

    Lei in moto ci è risalito?

     

     

    «Sì, ci vado sempre. Ho la mia Yamaha Ténéré». 

    E per non farsi venire la tremarella ha seguito una terapia?

    «La mia vita è imperniata sul cercare di crescere, nonostante le sofferenze».

     

    Ci riesce?

    Kim Rossi Stuart 3 Kim Rossi Stuart 3

    «Mi barcameno in un’altalena emotiva che è la struttura dell’esistenza. Sono abituato dall’adolescenza a non identificare nel dolore qualcosa di negativo, ma di necessario. È una presenza che non mi sovrasta, ma è al mio fianco per dirmi qualcosa. Non sono masochista, col tempo ho capito che se ti ritagli degli spazi di piacevolezza la vita matura ugualmente».

     

    Per i radar del divismo, Kim è un estraneo. Niente pubblicità, niente apparizioni nei parterre di moda, red carpet solo quando è necessario: per presentare i suoi film a Cannes o a Venezia, dove l’anno scorso è stato anche presidente della giuria del premio Opera Prima Luigi De Laurentiis. Davanti ai fotografi, il più delle volte, sorride spostando le guance. Ma non è un tipo ombroso, è solo che gli piace guardarsi dentro e tirare fuori il meglio nei film. È un uomo che ti invoglia a ricordare: come siamo stati da piccoli. E a pensare: come vorremmo essere da grandi.

     

    Dall’8 maggio su Rai 1, con Maltese - Il romanzo del commissario, regia di Gianluca Maria Tavarelli, produzione Rai Fiction-Palomar, Kim Rossi Stuart torna in tv. Dopo 10 anni. L’ultima volta è stata con Romanzo criminale, versione integrale, di Michele Placido. È la prima volta che fa il poliziotto. Fino a oggi è stato sempre un fuorilegge: il Freddo della banda della Magliana, il bel René Vallanzasca del Giambellino. Dario Maltese, invece, è un commissario antimafia, pervaso dal senso della giustizia di Stato che combatte nella Trapani degli anni Settanta.

     

    Kim Rossi Stuart 1 Kim Rossi Stuart 1

    «È una serie buona, sana, positiva. Di solito, gli stimoli per fare un lavoro li ho prima. In questo caso, no. Mi è un po’ caduto addosso. Poi ho pensato ai veri eroi come Antonino Cassarà e Boris Giuliano, e si è accesa la passione. Sono orgoglioso di aver fatto questo personaggio, perché qualcuno, del bene, se ne deve occupare. Anche se è diventato quasi impossibile».

     

    Perché dice così?

    «La cattiveria è solo la parte più visibile. Siamo coinvolti in un meccanismo di partecipazione del male. Il torpore della coscienza ci tiene in una condizione di effimero piacere, che ci rende refrattario guardarci dentro e approfondire: questo è il male».

    Perché la violenza è diventata così affascinante?

    «Ha preso forma di valore. Oltre a essere la capacità di espressione più comune. Prigionieri della paura che la nostra esistenza sia nulla, l’unica cosa che sembra avere senso è la violenza, il dominio, il potere, che dà agli uomini la sensazione di prendere decisioni».

     

    Dal padre iracondo di Anche libero va bene a Vallanzasca - Gli angeli del male, le scene di rabbia sono uno dei suoi pezzi forti.

    «Anche se per natura sono più incline alla commozione, lo sbrocco ha caratterizzato il mio modo di recitare. Meglio: le emozioni estreme sono linfa per questo mestiere. La rabbia non risolve, ma la provo spesso: per l’ingiustizia e per la sensazione di non essere capito».

     

    A sentirla parlare, sembra appesantito. Da che cosa?

    «Tutti portiamo la croce di un’eredità: soprattutto le aspirazioni e le proiezioni genitoriali. Questo compito, che poi sarebbe il dovere di innalzare il nostro nome, ci rende prigionieri. Il mio percorso è smantellare questa cazzata. Quindi sono tanti i momenti in cui sento la fatica e la prigionia di un fardello, di un imprinting troppo condizionante».

    L’ha seppellita, questa infanzia incasinata?

    KIM ROSSI STUART KIM ROSSI STUART

    «No, perché non voglio rimuoverla, ma piuttosto farle prendere aria. Trova il tuo bambino e liberalo. Un lavoro continuo. In passato mi sono sentito in obbligo di assumermi l’identità di uomo quando era troppo presto. Il mio primo film da regista, Anche libero va bene,  è un po’ la mia storia: genitori che non riescono a essere tali perché troppo occupati a risolvere infantili questioni esistenziali. Un ragazzino che deve assumersi l’identità materna e paterna nei confronti di se stesso e dei propri genitori».

     

    Un ragazzino che ha scelto a 13 anni di fare l’attore.

    «È un lavoro contro la mia natura. Lo sanno tutti che sono di indole pigra. Ma è stata una necessità. Ho iniziato molto presto e mi sono dovuto dare dei ritmi che non mi appartengono. Mi dicevo: o faccio così oppure ci lascio le penne. Per me riuscire era una questione di sopravvivenza. E me la sono fatta anche un po’ addosso». 

    Invece, oggi come sono cambiate le cose?

    KIM ROSSI STUART E ILARIA SPADA KIM ROSSI STUART E ILARIA SPADA

    «Sono cambiate in parte. Quando lavoro il rapporto è sempre totalizzante, non riesco a pensare ad altro. In passato ho equiparato il set a una trincea, un luogo simbolo di una battaglia che poi è tutta interiore. Però faccio un mestiere di lusso. Se giro un film per un anno, poi ne ho due per trastullarmi. Se recito, invece, lavoro quattro mesi».

     

    In passato dove ha sbagliato? 

    «È prioritario trovare l’equilibrio in se stessi. Invece, ho cercato per tanto tempo l’equilibrio in qualcosa al di fuori di me. Per esempio, nelle relazioni con le donne. Uno dei miei primi ricordi d’infanzia è che ero follemente innamorato di una ragazzina di un’altra classe. La distanza più ravvicinata da cui la guardavo saranno stati quaranta metri. Eppure, vivevo per lei. Emblematico della mia personalità nel rapporto con l’altro sesso».

    Come è stato questo rapporto?

    «Al centro di tutto fino a quarant’anni. Direi il motivo di ogni cosa: amore, attrazione, paura».

     

    Ma come, lei, il Romualdo di Fantaghirò, dal 1991 per quattro stagioni ha fatto sbarellare le ragazzine, un uomo che si sarà sentito dare del bello un milione di volte, spaventato dalle donne?

    «Io, io. Per il timore di essere fagocitato. Ho avuto storie d’amore che ho elaborato gradualmente». 

     

    Quando ha capito che stava maturando come uomo?

    TOMMASO KIM ROSSI STUART 9 TOMMASO KIM ROSSI STUART 9

    «Sono cresciuto in un ambiente e in un’epoca in cui imperava la cultura machista. Dovevi sempre dimostrare di avercelo grosso. Aberrazioni di questo tipo. Quando ho capito che si trattava di valori sbagliati,  ho iniziato a crescere».

    Sul fronte sentimentale, quando si è sentito più sicuro?

    «È stato fondamentale l’incontro con la mia compagna,  Ilaria. Lei è la svolta grazie alla quale ho smesso di farmi soffocare dal senso del dovere e ho aperto le porte alla mia vera coscienza, alla sperimentazione delle cose più piacevoli della vita».

     

    Lo sa che Il ragazzo dal kimono d’oro compie trent’anni?

    TOMMASO KIM ROSSI STUART 6 TOMMASO KIM ROSSI STUART 6

    «Che grande avventura. Avevo già viaggiato da solo. Ero stato sei mesi in Jugoslavia per Il generale, poi negli Stati Uniti, ma le Filippine erano esotismo e palme. Il primo episodio era carino, il secondo osceno. Non ero in grado di doppiarmi, ma volli farlo ugualmente, e fu un disastro».

     

    Quando non lavora, come trascorre il tempo?

    «Il migliore, quello più pieno e con maggiore senso, è il tempo che passo con mio figlio Ettore. Ho gusto, piacere, lui mi fa stare là. A volte cado nel timore di non fare abbastanza. I sensi di colpa ti portano a essere iperprotettivo ed è una tentazione dalla quale bisogna stare alla larga, perché ha solo effetti negativi».

    Perché? Non è un istinto naturale?

    «Ma non lascia sperimentare al bambino cose come l’ansia e la paura. In questa maniera, li rendiamo deboli, privi di anticorpi, in situazioni nelle quali comunque si troveranno».

     

    Non le viene da pensare: Ettore, sei tutta la mia vita.

    «Certo, ed è un errore. Temo proprio che sia in quel momento che s’inneschi, più o meno inconsapevolmente, il principio delle proiezioni sui nostri figli. È complicato: ma lui è la sua vita».

    Si spieghi meglio, in che senso?

    «Posso dedicare a mio figlio attenzioni, esperienze, cure, ma la sua vita è solo sua. Io lo devo aiutare a essere indipendente sulle sue gambe».

     

    Si è mai trovato in difficoltà con lui? 

    TOMMASO KIM ROSSI STUART CRISTIANA CAPOTONDI TOMMASO KIM ROSSI STUART CRISTIANA CAPOTONDI

    «Una volta è successo che, all’asilo, Ettore non si sentisse a suo agio con altri bambini. Questo mi ha fatto profondamente soffrire. Sono riemerse ferite della mia vita. E mi sono preoccupato per lui. Però ho cercato di fare uno sforzo: separare le mie emozioni da quelle di Ettore. Ho rischiato di trasferirgli un pathos che non era dell’esperienza che stava vivendo. Sono stato contento di aver scampato il pericolo».

    Avrebbe preferito avere una figlia femmina?

    «Avere un maschio mi fa sentire più sicuro».

     

    Come si giudica come padre?

    TOMMASO KIM ROSSI STUART TOMMASO KIM ROSSI STUART

    «Mi domando spesso se non eccedo nel pretendere un po’ di rigore». 

    Ilaria invece che tipo di madre è?

    «Siamo molto uniti, ma cerchiamo di compensarci. Di sicuro, lei si occupa ampiamente dello svacco di Ettore. E io mi sento chiamato, fino all’eccesso, a dire dei no. Per esempio sul tema del gioco sono dell’idea che il bambino non vada sempre intrattenuto. Può anche annoiarsi. Il genitore che diventa bambino non è un bambino che gioca».

     

    La sorprende mai suo figlio?

    «Concedetemi un certo orgoglio paterno. Da due genitori che non sanno fare una divisione è venuto fuori un bimbo che ama la matematica. Gli piace contare e gli piacciono gli scacchi. Insisteva, e con una certa riluttanza mi sono messo a insegnarli le mosse. Ovviamente più e più volte. Oh, Ettore gioca».

    Ma lei riesce a ritagliarsi dei momenti soltanto suoi? 

    «Ecco, questo è un aspetto della vita di coppia che quando raggiungi capisci di avercela fatta».

     

    Perché dice così?

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    «La donna è solitamente più incline a voler attirare a sé il suo uomo. A reclamare le sue attenzioni. E quindi è un tema sempre aperto. Con un po’ di buon senso, l’altruismo in una coppia si deve trovare. Fa parte della voglia di comprendersi. L’uomo che non è in quel momento presente viene sempre considerato una minaccia. Ma non è così e bisogna farci i conti. I miei spazi sacrosanti me li prendo».

    E cosa fa, a parte giocare a calcio?

    «Godo come un pazzo a camminare per la strada. Camminare guardando sul serio, osservando gli altri, alzando lo sguardo, mettendo a fuoco, perdendomi nei dettagli».

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