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    QUEER BRITISH ART 1861- 1967 ALLA TATE - I VERI PROTAGONISTI NON SONO TANTO LE OPERE D'ARTE DI SARGENT O DI BACON MA PIUTTOSTO LA BIGOTTERIA E L'OMOFOBIA DEL “FU IMPERO BRITANNICO” - SOLO NEL 1861 IL REGNO UNITO APPROVA LA LEGGE CHE TOGLIE LA PENA DI MORTE AGLI OMOSESSUALI TROVATI IN FLAGRANZA DI "ATTO SESSUALE CONTRO NATURA" - VIDEO


     
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    Antonio Riello per Dagospia

     

    Oggi Londra è senz'altro una delle capitali del Mondo più ecumeniche e tolleranti in fatto di libertà sessuale. Un posto dove ogni possibile inclinazione, per quanto bizzarra o eccentrica, può trovare facilmente e felicemente soddisfazione. Ma non basta. Qui una mentalità “politicamente corretta” proibisce per davvero in pratica qualsiasi atteggiamento, anche solo vagamente o ironicamente, discriminatorio, Tutto è sempre e assolutamente “normale”.

     

    Ma non è sempre stato così. I veri protagonisti di una  interessante mostra alla Tate di Millbank non sono tanto le opere d'arte ma piuttosto la bigotteria e l'omofobia del “fu Impero Britannico”. Fino a non molti decenni fa, complicate e implacabili norme legali contro omosessualità hanno tormentato le vite e la creatività anche di parecchi artisti anglosassoni.

     

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    Solo nel 1861 il Regno Unito approva (peraltro a stretta maggioranza) la legge che toglie la pena di morte agli omosessuali trovati in flagranza di "atto sessuale contro Natura". Pena che era prevista fin dal 1533 dal cosiddetto "Buggery Act". Questa decisione certo non depenalizzava il "reato", ma rendeva almeno la punizione meno drastica e feroce. In Scozia, misteriosamente, la pena di morte per atti "contro Natura" verrà eliminata dal codice penale addirittura sedici anni dopo, nel 1877.

     

    Bisogna comunque aspettare fino al 1967 (sì, il 1967!) perchè il parlamento di Westminster vari finalmente una piena e totale de-criminalizzazione delle “pratiche omosessuali". Peraltro va detto che l'omosessualità senza "penetrazione" era in qualche modo tollerata o almeno diplomaticamente ignorata. L'omosessualità femminile, meno direttamente percepibile (quindi meno "scandalosa", per lo più limitata ad esperienze conventuali e ovviamente senza la possibilità che si presentasse il pericolo della famigerata penetrazione) non era penalmente perseguita. Le problematiche transgender ovviamente erano al tempo ben al di là di ogni possibile immaginazione del legislatore.

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    Una nota curiosa è che nel diciannovesimo secolo gli italiani colti e con una certa esperienza internazionale definivano spesso l’omosessualità proprio come “il vizio inglese”. Possiamo immaginare le strizzatine d'occhio e il repertorio di gesti e cenni che certamente accompagnavano questo genere di affermazioni.

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    Evidentemente qualche aristocratico o qualche intellettuale che partiva da Londra per il “Gran Tour” (un lungo giro di formazione attraverso le città d’arte dell’Europa e in particolare dell’Italia - oggi una esperienza del genere lo si potrebbe chiamare gap year) approfittava per fare con tranquillità all’estero quello che in patria era così’ pericolosamente proibito.

     

    Questo collegamento tra britishness e diversità sembrava allora scaturire da una ineluttabile necessità quasi metafisica. Forse il clima. Forse la "razza".  Era, pregiudizi a parte, probabilmente alimentato probabilmente da varie ragioni che interagivano fra loro.

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    Intanto i parecchi anni passati in college che caratterizzavano la vita dei maschi delle classi agiate in inglesi. In pratica il lungo confinamento in un ambiente sessuale omogeneo e monotono (così come accadeva del resto anche per situazioni del genere come le prigioni e i lunghi viaggi per mare) in qualche modo rendeva determinate scelte sessuali abbastanza frequenti, anche se statistiche attendibili in proposito, a dir la verità, non ce ne sono.

     

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    Poi bisogna considerare la diffusa e dominante passione britannica per il teatro. Tutti fin da piccoli facevano teatro e continuavano poi da adulti a farlo, per lo più in modo amatoriale. Questo certo contribuiva a rendere familiare a molti l'idea che si potesse cambiare, con una qual certa qual semplice naturalezza, anche il proprio ruolo sessuale oltre che i propri abiti e il proprio aspetto.

     

    Infine va ricordato che alcuni famosi e popolari pittori della tarda età vittoriana,  Lord Frederick Leighton, Alma Tadema, Simeon Salomon, indipendentemente dai loro interessi sessuali, erano estremamente affascinati dalle antichità romane e greche. Londra viene immaginata come la vera erede di Roma e Atene. Anche nei loro aspetti più decadenti e licenziosi.

     

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    Le immagini di corpi nudi (maschili e femminili) diventavano, almeno in certi ambienti, un elemento essenziale e stimolante del'immaginario visivo. Si costruisce insomma un visual display piuttosto languido ed ammiccante che arriva, in qualche occasione più esplicita, quasi al limite della pornografia. Un quadro in mostra, "Sappho and Erinna in a Garden at Mytilene" può essere un buon esempio di tale tendenza, è stato dipinto da Salomon in stile quasi Pre-Raffaellita, nel 1864.

     

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    Siamo insomma di fronte ad una situazione paradossale. Alcune figure importanti del mondo culturale vittoriano emigrano in Italia alla ricerca di quella libertà sessuale negata nella (politicamente) liberale Inghilterra. Mentre esattamente l'opposto accade sul fronte della politica: patrioti e pensatori italiani raggiungono e trovavano nell'isola rifugio lasciando un Italia autoritaria e soggetta a dispotismi di vario genere (prima di tutti quello papale, almeno fino al 1870).

     

    Havelock Ellis e John Addington Symonds pubblicavano nel frattempo a Londra il libro "Sexual Inversion" nel 1896. Influenzerà parecchio sia la morale corrente che le idee (forse un po' in ritardo) dei legislatori.

     

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    Queer British Art dunque. Il termine “queer” ha una storia abbastanza interessante perché ha significato a lungo la “diversità” in modo piuttosto dispregiativo (qualcosa di simile al nostro "invertito" o forse addirittura anche al classico “frocio”) per poi divenire negli ultimi anni una espressione spesso usata, anche con un certo orgoglio, dalle varie comunità di diverso orientamento sessuale per autodefinirsi. Infatti sempre più’ spesso il classico acronimo LGTB (Lesbian, Gay, Transexual, Bisexual) viene sostituito da LGTBQI, che aggiunge al precedente appunto le voci Queer e Intersexual, rendendolo più onnicomprensivo ed universale.

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    Perfetta la scelta dell’immagine simbolo della mostra. Un autoritratto dell’artista Hannah Gluckstein del 1942 che fa immediatamente intuire una difficile situazione fatta di sottile ambiguità e doloroso silenzio. Un silenzio forse anche un po’ altero, almeno in questo caso. Una notevole espressione. Il soggetto sembra di fatto disprezzare un po' la banale "normalità".

     

    Molti gli artisti e altrettante le storie. Tutte molto personali e impregnate di sentimenti nascosti. Di finzione ma anche certo di orgoglio. Alcune sono decisamente toccanti. Ci sono tanti filmati (eccezionali e inediti), lettere e fotografie che rendono molto bene e da vicino la "temperatura" della situazione.

     

    Il gruppo di amici ed intellettuali che formavano il cosiddetto Bloomsbury Set  ha un posto speciale in questa mostra. Virginia Woolf, E. M. Foster, Lytton Strachey, John Maynard Keynes sono naturalmente i primi nomi che saltano in mente. Il gruppo comprendeva anche artisti tra cui Dora Carrington, Roger Fry e Duncan Grant.

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    Numerose loro opere sono presenti in mostra. All'epoca, tutti questi personaggi costituivano un influente punto di riferimento della cultura europea più impegnata ed attenta a temi come femminismo, pacifismo e sessualità. Scherzando qualcuno diceva di loro: "vivono in un quadrato e amano in triangoli" (la maggior parte di essi vivevano vicino a Bloomsbury Square - Square in questo gioco di parole sta evidentemente sia per "piazza" che per "quadrato").

     

    Esisteva realmente una certa disinvoltura di ruoli e di aggrovigliate combinazioni che li rendeva piuttosto ecumenici in fatto di partners. Un esempio? Vanessa Bell (la sorella di Virginia Woolf) regolarmente sposata con Clive Bell, ebbe una stabile e pubblica relazione con il bisessuale Duncan Grant senza comunque disdegnare a sua volta la compagnia di affettuose amicizie al femminile.

     

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    Il pittore John Singer Sargent rappresenta con i suoi elegantissimi ritratti il disagio dell’ ambiente artistico della Belle Epoque rispetto “all’ambiguità nell'ambiguità”: la bisessualità. Lettere e documenti scritti da amici e parenti raccontano nei dettagli le innumerevoli volte nelle quali, sinceramente innamorato, è stato sul punto di sposare qualche bella signora.

     

    D'altra parte le stesse persone contemporaneamente spettegolano, sempre scrivendo, della passione dell’artista per i gondolieri veneziani, soprattutto quelli più’ prestanti. Sargent, di origine americana, nacque a Firenze e passò la sua vita tra Londra, Parigi e l’Italia. Il suo studio e il centro delle sue relazioni umane erano saldamente a Londra. Non si è mai sposato, comunque.

     

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    Molto intriganti anche le donne eleganti e asessuate di William Strang, in particolare la sua "Lady with Red Hat", sembra pronta alla trasgressione ma con molto aplomb. Una controllata disponibilità insomma.

     

    Claude Cahun (il suo vero nome era Lucy Renee Mathilde Schwob) è stata una pittrice, fotografa e scrittrice francese con frequentazioni britanniche. Una figura che ha incarnato con forza l'impegno delle lesbiche nel difendere e sostenere pubblicamente la propria omosessualità. Artista complessa e coraggiosa è arrestata dai nazisti sull'isola di Jersey nel 1944 per la sua attività di resistenza. Scampa fortunosamente per poco alla fucilazione. La sua attività artistica è felicemente funzionale al suo impegno ideologico. E' una nota icona del movimento LGTB, celebrata dallo stesso David Bowie.

     

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    In ogni caso la vittima più eclatante ed arcinota di questa intolleranza legalizzata e very British, fu notoriamente uno scrittore, Oscar Wilde. Dopo una terrificante esperienza carceraria a causa di una dura condanna per “sodomia”, e la successiva messa al bando dalla Londra elegante e mondana, il grande dandy fu costretto a migrare a Parigi dove mori solo (e povero) in un albergo riuscendo comunque ad esalare, in punto di morte, il suo ultimo leggendario aforismo: "muoio al di sopra delle mie possibilità”.

     

    Non aveva infatti abbastanza denaro per pagarsi la camera. Rimane uno dei grandi misteri della Storia della Letteratura Inglese chi alla fine abbia effettivamente pagato il conto, o se questo “chiodo” sia ancora lì in attesa di essere saldato da qualcuno. Per la cronaca questo Hotel, si chiama proprio "L'Hotel", c'è ancora in Rue des Beaux Art, nel Sesto Arrondissement (e pare sia rimasto abbastanza costoso anche ai nostri giorni). Per consolarci ecco in mostra un suo bel ritratto del 1881 dipinto da  Robert Goodloe Harper Penningt.

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    Anche il "matematico della Modernità" per eccellenza, il timido e geniale Alan Turing diversi problemi con la giustizia a causa della sua omosessualità.  Tanti e tali da decidere alla fine di suicidarsi per evitare una umiliante incarcerazione. Qui stiamo parlando di appena una sessantina di anni fa e di uno scienziato che aveva personalmente contribuito (grazie al suo straordinario lavoro sui codici cifrati nemici a Bletchley Park) alla vittoria degli Alleati sulla Germania nazista. Impressionante, a pensarci bene, e quasi incredibile. Povero Turing....

     

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    Londra negli anni cinquanta annovera una serie di artisti di talento, come Joe Orton, che iniziano lentamente (e prudentemente) a lasciar trasparire la proprie scelte sessuali. Ma il fenomeno interessante è che l'omosessualità da esperienza in qualche modo d'elite, quasi un lusso riservata a pochi abbienti o blasonati, diventa una sorta di diritto "democratico".

     

    Il quartiere londinese che ospita questa evoluzione è SoHo. Edward Burra, John Minton, John Craxton ne celebrano gli spazi e le atmosfere. Quella che gioiosamente era nota negli anni sessanta come una vera e propria "palestra di sesso", rimane comunque anche oggi un area dove la trasgressione è particolarmente benvenuta.

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    L'ultima sala della mostra è dedicata a due giganti dell'arte britannica che non hanno mai fatto mistero delle proprie inclinazioni.

    Francis Bacon racconta nei suoi diari essere stato espulso da casa ancora molto giovane perchè scoperto ad indossare della biancheria intima della madre. E trova in SoHo il luogo ideale per vivere le sue tormentose passioni. Straordinarie e devastanti le sue opere che si possono ammirare, tutte di prima del 1967. Una meglio dell'altra. La sua omosessualità in questi anni ha anche una nota di violenza fisica che si mescola con l'alcolismo. Questo stato quasi di dolorosa trance, a quanto scrive l'artista nei suoi diari era in qualche modo propedeutico alla realizzazione dei suoi quadri. Nelle sue tele questo tormento è più che visibile, davvero palpabile e travolgente direi.

     

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    David Hockney. Mi ricorda un po' Emilio Vedova (peraltro comunque bravissimo) alla Biennale di Venezia, dove per molti anni è stato una presenza costante ed onnipresente. Non c'è museo o mostra importante a Londra dove, negli ultimi anni,  in un modo o in un altro, Hockney (anche lui bravissimo, intendiamoci) non sia coinvolto. La sua relazione con le problematiche della discriminazione omosessuale è evidentemente meno drammatica e viscerale di Bacon. I suoi quadri hanno una atmosfera decisamente assai meno angosciata. Il sole caldo e tollerante della California è già all'orizzonte per lui.

     

    In fondo questa è una mostra più "archeologica" che storica, nel senso che parla di un mondo così lontano ed improbabile rispetto alla nostra percezione della realtà che viene da pensare di esser di fronte a vicende davvero molto, molto lontane. Cose che vanno sicuramente bene per racconti mitologici o epici. Roba che sembra arrivare da un altro mondo.

     

    QUEER BRITISH ART 1861- 1967

    TATE BRITAIN

    Millbank, Londra SW1P 4RG

    dal 5 Aprile al 1 Ottobre 2017

     

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