"ASSASSINS" - VA IN SCENA A BROADWAY L'ECO DELL'11 SETTEMBRE: ALLA FINE DELLO SPETTACOLO, I NOVE KILLER, PUNTANDO LE PISTOLE, CANTANO: "TUTTI HANNO IL DIRITTO DI SOGNARE!". POI PRENDONO LA MIRA VERSO LA PLATEA E FANNO FUOCO.
Frank Rich per The New York Times- La Repubblica
Quando mi è capitato di vedere il pubblico di Broadway alzarsi in piedi per applaudire persino i più clamorosi insuccessi dell'ultimo decennio, mi sono spesso chiesto che cosa avrebbe mai potuto non essere meritevole di una standing ovation. Ora la mia domanda ha una risposta: la paura che i terroristi siano in agguato da qualche parte dietro il foyer.
E' questo disagio a far sì che il pubblico resti seduto durante l'acclamazione, peraltro entusiastica, di "Assassins", il musical di Stephen Sondheim e John Weidman, ritornato a New York in aprile. Alla fine dello spettacolo, i nove killer protagonisti del titolo, guidati da John Wilkes Booth e Lee Harvey Oswald, si dispongono in riga davanti alla platea puntando le pistole, in modo assai macabro. "Tutti hanno il diritto di sognare!", cantano. Poi prendono la mira e fanno fuoco. In quel momento soltanto un pazzo si alzerebbe in piedi ad applaudire.
"Assassins" era in cartellone Off Broad¬way nel gennaio 1991, proprio quando scoppiò la guerra del Golfo, ma meno di un mese dopo la prima scomparve nel nulla. Perché allora quest'anno è diventato il più travolgente successo di Broadway? Non è tanto lo spettacolo in sé a essere cambiato rispetto ad allora, quanto il mondo.
L'enorme differenza tra le reazioni di allora e quelle di oggi è il più empirico segnale che si possa trovare di quanto sia cambiata la nostra cultura all'indomani dell'undici settembre. Se una vecchia massima vuole che non si debba mai urlare "Fuoco!" in un teatro affollato, è ancora peggio impugnare una pistola in un teatro affollato di New York nel momento in cui l'Associated Press rivela che due terzi degli americani temono un attentato terroristico prima delle elezioni, mentre l'altro terzo ritiene che le convention politiche saranno un obiettivo a rischio.
Nel finale di "Assassins" tutto ciò cui sono riuscito a pensare è stato che cosa si proverà assistendo a questo spettacolo alla fine di agosto, quando i repubblicani si riuniranno a una ventina di isolati da qui, alla vigilia del terzo anniversario dell' 11 settembre.
"Gli Stati Uniti bombardano le stazioni petrolifere del Kuwait" era il titolo di testa del New York Times il giorno in cui, 13 anni fa, uscirono le recensioni per la prima di "Assassins". Appena sotto, sempre sulla prima pagina, l'altro titolo era: "La paura del terrorismo fa calare i viaggi". "Assassins" non aveva riferimento alcuno con l'attualità. Le paure del terrorismo di cui parlava il giornale erano confinate al terrorismo all'estero, non in patria.
E poi gli assassini sul palco non erano affatto minacciosi: sembravano personaggi bizzarri del passato, provenienti dalle lontane epoche dei subbugli americani. Nel 1991, dopo tutto, il paese era compatto, sosteneva in pieno il popolarissimo presidente di guerra, il primo George Bush. Ora il 57 per cento del paese crede che l'America sia sulla "rotta sbagliata".
In un simile sinistro contesto, esacerbato dalla guerra permanente al terrorismo, "Assassins" ha una risonanza ancora maggiore. Secondo le entusiastiche recensioni della nuova versione dello spettacolo, la sua rinnovata attualità è dovuta alla diffusione dei reality show televisivi: alcuni degli assassini del musical intendevano diventare famosi uccidendo americani famosi. Ma sarà proprio questo a rendere lo spettacolo così inquietante? Non credo.
Come Weidman ha bene messo in evidenza, gli assassini della sua sceneggiatura sono molto simili ai giovani dirottatori arabi dell'11 settembre nella loro abilità di distorcere le loro marce sensazioni di impotenza e di umiliazione in una "causa psico-politica" che credono possa legittimare le loro gesta efferate. Inoltre gli assassini dei presidenti americani e al Qaeda spesso scelgono i loro obiettivi con le medesime modalità: gli occupanti della Casa Bianca, del World Trade Center e del Pentagono sono attaccati non in quanto sono chi sono, ma in quanto incarnano il potere americano, nei confronti del quale i loro aggressori nutrono un odio patologico.
"II paese è un luogo molto meno rassicurante e consenziente rispetto al 1991", dice Weidman. "Nel 1991, quando gli attori puntavano le pistole contro la platea, sembrava soltanto uno scherzo da quattro soldi. Ora invece ci sentiamo tutti vulnerabili".
Gli americani vedono le cose ben diversamente, adesso. E' come se i killer di "Assassins", nutrendosi di "caos e disperazione" - come in una loro canzone - fossero rimasti in attesa al varco per 13 anni, preparandosi per saltar fuori dal buio al momento opportuno. In questo caso, non è affatto entusiasmante constatare che gli artisti spesso sono dotati di quella preveggenza che manca a tutti noi.
Dagospia 13 Maggio 2004
Quando mi è capitato di vedere il pubblico di Broadway alzarsi in piedi per applaudire persino i più clamorosi insuccessi dell'ultimo decennio, mi sono spesso chiesto che cosa avrebbe mai potuto non essere meritevole di una standing ovation. Ora la mia domanda ha una risposta: la paura che i terroristi siano in agguato da qualche parte dietro il foyer.
E' questo disagio a far sì che il pubblico resti seduto durante l'acclamazione, peraltro entusiastica, di "Assassins", il musical di Stephen Sondheim e John Weidman, ritornato a New York in aprile. Alla fine dello spettacolo, i nove killer protagonisti del titolo, guidati da John Wilkes Booth e Lee Harvey Oswald, si dispongono in riga davanti alla platea puntando le pistole, in modo assai macabro. "Tutti hanno il diritto di sognare!", cantano. Poi prendono la mira e fanno fuoco. In quel momento soltanto un pazzo si alzerebbe in piedi ad applaudire.
"Assassins" era in cartellone Off Broad¬way nel gennaio 1991, proprio quando scoppiò la guerra del Golfo, ma meno di un mese dopo la prima scomparve nel nulla. Perché allora quest'anno è diventato il più travolgente successo di Broadway? Non è tanto lo spettacolo in sé a essere cambiato rispetto ad allora, quanto il mondo.
L'enorme differenza tra le reazioni di allora e quelle di oggi è il più empirico segnale che si possa trovare di quanto sia cambiata la nostra cultura all'indomani dell'undici settembre. Se una vecchia massima vuole che non si debba mai urlare "Fuoco!" in un teatro affollato, è ancora peggio impugnare una pistola in un teatro affollato di New York nel momento in cui l'Associated Press rivela che due terzi degli americani temono un attentato terroristico prima delle elezioni, mentre l'altro terzo ritiene che le convention politiche saranno un obiettivo a rischio.
Nel finale di "Assassins" tutto ciò cui sono riuscito a pensare è stato che cosa si proverà assistendo a questo spettacolo alla fine di agosto, quando i repubblicani si riuniranno a una ventina di isolati da qui, alla vigilia del terzo anniversario dell' 11 settembre.
"Gli Stati Uniti bombardano le stazioni petrolifere del Kuwait" era il titolo di testa del New York Times il giorno in cui, 13 anni fa, uscirono le recensioni per la prima di "Assassins". Appena sotto, sempre sulla prima pagina, l'altro titolo era: "La paura del terrorismo fa calare i viaggi". "Assassins" non aveva riferimento alcuno con l'attualità. Le paure del terrorismo di cui parlava il giornale erano confinate al terrorismo all'estero, non in patria.
E poi gli assassini sul palco non erano affatto minacciosi: sembravano personaggi bizzarri del passato, provenienti dalle lontane epoche dei subbugli americani. Nel 1991, dopo tutto, il paese era compatto, sosteneva in pieno il popolarissimo presidente di guerra, il primo George Bush. Ora il 57 per cento del paese crede che l'America sia sulla "rotta sbagliata".
In un simile sinistro contesto, esacerbato dalla guerra permanente al terrorismo, "Assassins" ha una risonanza ancora maggiore. Secondo le entusiastiche recensioni della nuova versione dello spettacolo, la sua rinnovata attualità è dovuta alla diffusione dei reality show televisivi: alcuni degli assassini del musical intendevano diventare famosi uccidendo americani famosi. Ma sarà proprio questo a rendere lo spettacolo così inquietante? Non credo.
Come Weidman ha bene messo in evidenza, gli assassini della sua sceneggiatura sono molto simili ai giovani dirottatori arabi dell'11 settembre nella loro abilità di distorcere le loro marce sensazioni di impotenza e di umiliazione in una "causa psico-politica" che credono possa legittimare le loro gesta efferate. Inoltre gli assassini dei presidenti americani e al Qaeda spesso scelgono i loro obiettivi con le medesime modalità: gli occupanti della Casa Bianca, del World Trade Center e del Pentagono sono attaccati non in quanto sono chi sono, ma in quanto incarnano il potere americano, nei confronti del quale i loro aggressori nutrono un odio patologico.
"II paese è un luogo molto meno rassicurante e consenziente rispetto al 1991", dice Weidman. "Nel 1991, quando gli attori puntavano le pistole contro la platea, sembrava soltanto uno scherzo da quattro soldi. Ora invece ci sentiamo tutti vulnerabili".
Gli americani vedono le cose ben diversamente, adesso. E' come se i killer di "Assassins", nutrendosi di "caos e disperazione" - come in una loro canzone - fossero rimasti in attesa al varco per 13 anni, preparandosi per saltar fuori dal buio al momento opportuno. In questo caso, non è affatto entusiasmante constatare che gli artisti spesso sono dotati di quella preveggenza che manca a tutti noi.
Dagospia 13 Maggio 2004