PRESENTAZIONI "LIBRIDINOSE" LINA SOTIS E IL BON-PINO DELLE VANITA'

Contrariamente a quello che molti immaginano, una carriera letteraria non è senza inconvenienti. La principale scomodità, oltre a quella di doversi sedere continuamente per scrivere, è di promuovere il lancio del proprio volumetto. La presentazione del libro è diventata un secondo lavoro della classe intellettuale romana, per trasformarsi quindi in un evento mondano che può essere prezioso, avendo voglia di rivivere l'epoca d'oro della commedia all'italiana.




(Livia Azzariti)

Fino a due, tre decenni fa, non avveniva; o se avveniva era qualcosa del tutto raro ed inconsueto. Oggi è comunissimo: non esiste praticamente giorno in cui non si presentino uno o più libri, accompagnati da una regia che si ripete immutabile. C'è l'autore, due o tre amici dell'autore e un critico letterario caro all'autore, i quali salgono sul podio e incominciano a piagnucolare del "mattone" in questione.

La cosa più curiosa è che queste presentazioni sono sempre apologetiche, non c'è mai ombra di critica letteraria, anche se molto spesso le opere presentate meritano una riga appena di giudizio: "Che bel libro, gli manca solo il testo".




(Elisabetta Catalano e Sandra Verusio)

Sarebbe tutto da ridere o da piangere, oltre a creare boati di "Uffa!", se il presentalibro non rivelasse anche la visione di nuovi indirizzi di costume, capaci di esprimere e produrre uno stile; gesti, comportamenti, opinione, cioè cultura nel senso più ampio del termine. E così, alla presentazione de "Il colore del tempo" di Lina Sotis, splendido breviario dei vizi e vezzi di un'epoca "a colori", si è verificato un fenomeno insospettabile. E del tutto femminile. Il presentalibro sotista, parola dopo parola, intervento dopo intervento, si è ribaltato in uno show perfido, di porfido, anche un po' "libridinoso". E la fiera dell'autore, commosso, e dei compunti presentatori, squisiti, che di ogni nuovo libro parlano con toni accenti e languori da assaggiatori di rosolio è andata a farsi benedire.

Nella saletta gremita del Civita, ultimo piano del palazzo delle Generali in piazza Venezia, la direttora di "Sette", l'adorabile Maria Luisa Agnese ha smistato gli interventi di presentazione dell'adorata Barbara Palombelli e dell'adorante Pietrangelo Buttafuoco. Ma su tutto vola, simile a una zanzara-killer portatrice di un virus contagiante, la grande Lina. Che ha afferrato il microfono come una mazza da baseball e l'ha picchiato in testa ai basiti invitati. Ad un certo punto, ha sillabato un perentorio e minaccioso: "Ehi tu, non ti nascondere... sì, tu con la camicia bianca, e a te che parlo!".




(Rosetta Greco)

E' successo che un nostro birichino intervento contestava amabilmente il capitolo a pagina 161 intitolato un po' cripticamente "Pompino" (su Panorama c'è scritto "Fellatio". La Sotis sostiene: "Adesso se ne parla e si poeta su di lui, fino a un decennio fa (o giù di lì) era sicuramente l'ultimo traguardo possibile di un incontro erotico. Non bastavano dieci appassionate risposte al tradizionale «che cosa penserai di me» per convincere una ragazza «per bene» e non una prostituta (allora si chiamavano così) a chinarsi al volere di lui e alla totale perdita di se stessa.




(Assalto al buffet)

Quando l'amore non veniva considerato un gioco ma un peccato, il pompino era l'ultima frontiera che lui poteva immaginare e lei poteva varcare... raccontano adesso i giovinotti che le tappe si sono rovesciate oltre che accorciate. In America è di regola alla prima uscita un bacio, alla seconda un pompino, alla terza la scopata".

La nostra timida osservazione riguardava la "tempistica", quando la Lina storicizza l'easy-pompa a partire da "decennio fa (o giù di lì)". In sala del resto troneggiavano fior di signore e signorine che potevano alzarsi e ribattere che a loro, beh, una Monica Lewinsky se la mangiano con un sol boccone, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Ebbene, è successo un pediluvio universale; anzi, una tempesta in un bidet. Intanto la romana milanesizzata Sotis ha sottolineato che la differenza tra Roma e Milano è tutta qui: sotto la Madonnina, nessuno ha osato sollevare la testa sul tema del pompino, mentre sotto il Cupolone...

Secondo round: così, a freddo, la Sotis ha sfruculiato sul pompino erga-omnes il buon Igor Man, seduto placido al fianco della moglie Maria Rosa. Il grande inviato della Stampa ha strabuzzato le coronarie, come dire: io che c'entro?, si è alzato, ha preso il microfono e ha tuonato: "Io, da vecchio parruccone stronzo...". Incipit ripetuto varie volte perché il microfono - forse emozionato dalla piega del dibattito - sputacchiava rumori vari. Ma la Sotis non demorde e prende di petto - e di patta - alcuni presenti finché non si alza in piedi, sommo come un monumento, il maestro Franco Mannino.

L'illustre musicologo, imparentato con Luchino Visconti e amico del cuore di Grace Kelly epoca Montecarlo, prende in osservazione un altro aspetto del sesso orale, forse il più dibattuto dalla canea maschile, e vale a dire l'incapacità delle femmine a gestire una sana fellatio. A questo punto, come direbbe il filosofo francese Roger Dadoun, "il concetto si indurisce, si erige come fallo del pensiero". Mentre alcune vecchine alzano le stampelle e se ne vanno (secondo Enrico Mentana erano così antiche che discutevano in latino...), un generale dei carabinieri in borghese comincia a straparlare di tenerezza, umanità e solidarietà. Ce l'ha pure lui con la magica pompa? E poi tutti via sulla terrazza del Civita a far fuori tramezzini e calicini.

(Comunque, alla Grande Lina va dato atto che, in un Paese in cui il libro semina ancora terrore, è considerato una pestilenza, qualcosa da cui guardarsi, da cui proteggere gli innocenti e gli inermi, lei con il suo imperdibile "Il colore del tempo" è riuscita a trasformare quel bolso rito del presentalibro in un "organismo vivo").

Pubblichiamo alcuni brani dal libro di Lina Sotis Il colore del tempo (Rizzoli editore, 25.000 lire).




(Beppe Scaraffia)

Uomini. Gli uomini, i mariti, i fidanzati hanno iniziato, lenta e inesorabile, la ritirata di Russia. Dissolti, annoiati, incazzati, si sono dati. Rimangono vecchi, bambini e qualche coraggioso plurioccupato.

Donne. Le donne non si dividono più in brutte e intelligenti e belle e stupide. Hanno un diverso rapporto con il corpo. Una racchia può essere seducentissima, una gran fica può invece puntare tutto sul cervello. Non si è più imprigionati dall'estetica... «Cosa penserai di me», tipica frase femminile dei tempi addietro, è adesso l'angoscioso interrogativo di ogni maschio dopo la prima prestazione. Ormai signore e signorine lo fanno, lo sanno fare, se lo raccontano.




(Barbara Palombelli con la mamma e Cilla Bollati)

Vallettari. Sono gli eredi sbiaditi dei modellari che erano i replicanti, meno professionali, dei playboy. Scomparse le modelle, tipico fenomeno del passato ventennio, la fica-economy butta sul mercato le vallette: nostrane, piacione, più rassicuranti, un po' cafone. Ciò che resta dei viriloni dal grande mondo della moda si tuffa, rassicurato, nel mondo del piccolo schermo.

Supermamme. La mamma lupa è la nuova, professionale, tendenza femminile. Le mamme lupe fanno dai 3 ai 4, ai 5 figli. Un'industrietta familiare che si permettono solo le più ricche.
Svip. Le very important persons sono sempre di meno, gli svip, loro adoratori e sosia malriusciti, sempre di più... La svippona gira sempre in divisa. Quella d'estate è la più temibile: unta, scosciata, smutandata di giorno, con tacchi altissimi e supervestita di notte... La base degli svip è la Costa Smeralda. Ritiratosi sconfitto l'Aga Khan, sono arrivati, con camicie nere di seta, aria strafottente, musica ad altissimo volume, barche a uso prendisole, i nuovi barbari. Accompagnati dalle loro signore piene di paillette, che quando sognano sobrio pensano a un niente trasparente di Versace... Nella perpetua ricerca di un fotografo il branco svipponi si trascina di festa in festa o meglio di prosciutto in prosciutto, di orologio in orologio, di farsa pubblicitaria in farsa pubblicitaria. Lo svip, nella continua ossessione di diventare un vip, d'estate lavora organizzando brutti party sponsorizzati, con svip-testimonial, per svip-allocchi clienti che abboccano pensando di essere finalmente fra vip. Al Billionaire di Flavio Briatore si è assistito a una scena del genere: i cellulari dei clienti, come le pistole nel saloon, fuori. Ma quando squilla la suoneria del patron un cameriere si affretta a portarglielo, su un vassoio d'argento, mentre si dimena in pista. Visto, non è una bugia. Tutte le sere il cellulare andava, avanti e indietro, su un vassoio d'argento.




(Marina Valensise)

Lifting e manutenzione. Non c'è niente che invecchi di più di un lifting sfacciato. Un volto «tirato», senza pudore, regala a chi lo porta in giro un'immediata manciata di anni in più. Le liftate sono ormai una categoria a parte che si aggira circospetta con la bocca «sospesa» alla ricerca di qualcuno perennemente in fuga. Il lifting ormai può essere concepito solo come atto d'amore e sudditanza. Solo una novella «O.» può decidere di rifarsi tutta su disegno dell'amato, perché se il copyright non è d'artista le liftate sono delle vecchie, senza età, tutte uguali. Di gran moda invece la manutenzione, meno traumatica e alla lunga più soddisfacente. Visto che viviamo nell'epoca della manutenzione dove tutto è controllato, riguardato, rimesso a posto, corpo e faccia sono ormai considerati come la marea di oggetti quotidiani che ci contorna. Macchina, lavastoviglie, computer, forno a microonde, ogni cosa ha bisogno di manutenzione proprio come una fronte rugosa, un'ascella cascante, un interno cosce pendulo. Un tocco qua un tocco là e il gioco è fatto.
Lina Sotis

Copyright Dagospia.com 26 Giugno 2001