LA SIAE E IL SUO PROFITA - GIOVANE DIRIGENTE MINISTERIALE DI BELLE SPERANZE, GIOVAN CRISOSTAMO PROFITA, ANNUNCIA IL SUO ARRIVO ALLA TESTA DELLA SIAE. MA MIGLIACCI FRENA.

Michele Anselmi per Il Riformista

Ormai non ci sono dubbi: il professor Giovan Crisostamo Profita, 44 anni, da Acquaviva Platani, Caltanissetta, è un problema per il ministro Urbani. «Esperto in organizzazione dell'industria audiovisiva internazionale e delle risorse umane manageriali», l'intraprendente ex direttore generale per il cinema presso il ministero ai Beni culturali non trova pace.

Benché formalmente sostituito da Gaetano Blandini, che attende da più di un mese di installarsi a via della Ferratella per mettere mano alla tanto sbandierata riforma del cinema, Profita continua a non mollare la sedia: l'uomo, al quale si rimprovera di aver favorito il collasso finanziario del cinema d'autore grazie alle scelte disinvolte dei suoi esperti, chiede in cambio un ruolo operativo, di spicco, in sintonia con il grado raggiunto.

Doveva diventare capo dipartimento alla Funzione pubblica, ma non se ne fece nulla. Fino a lunedì 28 giugno, quando un dispaccio d'agenzia delle 15,14 informa: Profita nuovo direttore generale della Siae (la potente Società degli autori e degli editori, un giro d'affari di 1000 miliardi di lire all'anno). Una sorpresa per molti, ma non per Urbani, il quale, pressato dai ritardi burocratici, dai minacciati tagli al Fus e dalle proteste dei registi, intende naturalmente affidare l'applicazione della riforma (il cosiddetto reference-system) al nuovo direttore generale per il cinema.

Manovra a prima vista riuscita. Profita sbolognato alla Siae, con stipendio da 350 mila euro all'anno, Blandini finalmente in sella, con tutti i poteri, per gestire i decreti attuativi e rilanciare la macchina-cinema. Troppo bello. Mercoledì mattina, a neanche 48 ore dalla sospirata nomina, Profita si ritrova sulla sua strada un micidiale ostacolo.

L'assemblea della Siae, composta da 64 membri, in rappresentanza delle varie categorie (musica, varietà, cinema), si rifiuta di ratificare la designazione, e anzi minaccia di delegittimare il CdA. A quel punto, il presidente Franco Migliacci, storico leader della Siae, legge un comunicato conciliante del seguente tenore: «L'altro giorno non s'è raggiunto l'accordo vasto e unanime necessario. Dobbiamo convocare con urgenza un nuovo CdA e rimeditare la decisione». In altre parole: si ricomincia da capo.

Figuratevi l'umore di Profita. Nel corso di poche ore svaniva il sogno, e con esso la tela politica faticosamente tessuta a via del Collegio romano. Perché ora c'è il rischio che l'ex direttore, offeso e imbufalito, resti al suo posto fino alla scadenza del mandato, ovvero il prossimo 8 ottobre, fosse solo per sbrigare la normale amministrazione.



Antefatto necessario. Fino a lunedì 28 giugno nessuno, alla Siae, pensava di ritrovarsi Profita direttore generale. Nei mesi precedenti un fitto lavorìo diplomatico aveva permesso di precisare una serie di autorevoli candidature. Erano in ballo manager del calibro di Gaetano Mele (ex Rcs), molto sostenuto da Caterina Caselli, Enrico Casini (ex Blu ed ex Aeroporti di Roma), ben visto da Gianni Letta, oltre ai soliti papabili Pier Luigi Celli e Claudio Cappon.

Per Profita, uomo da sistemare ad ogni costo, si profilava un generoso incarico di consulenza per i rapporti istituzionali, benedetto dal ministro. Capita invece che, durante la riunione del CdA, due dei sei consiglieri espressi dalle categorie, per la precisione Cennamo e Guariso, si alleino a sorpresa con i tre di designazione ministeriale. Risultato a sorpresa: un bel 5 a 4, dove i quattro sono Migliacci, Cecchini e Natale, cioè presidente, vicepresidente e segretario generale, più Diego Cugia (sì, l'inventore di Jack Folla). Il colpo di mano, ben architettato, sembra aver funzionato. Profita si precipita a informare le agenzie, per tutti lui è il nuovo direttore generale della Siae.

Ma la notizia provoca un putiferio tra gli editori musicali: Profita è l'unico che non hanno mai visto in faccia, non si fidano, non lo conoscono. A quel punto anche Cennamo e Guariso, sostanzialmente sconfessati, fanno marcia indietro e si arriva al comunicato letto in assemblea.

Che succederà ora? Ieri Profita ha incontrato il ministro Urbani, nella speranza di strappare un sostegno politico e giuridico più deciso, tale da far passare definitivamente la delibera. La patata bollente torna quindi nelle mani di Urbani, il quale si trova nella non facile condizione di dover sistemare in fretta il suo ex direttore generale (mai troppo amato, sin da quando gli fu consigliato da Carmelo Rocca) per favorire la normale turnazione a via della Ferratella. Dove regna, più che il caos, una sorta di malinconica paralisi.

La vecchia legge è decaduta, la nuova non è operativa, spingono decine di film "promossi" dalla ex commissione ma la Bnl non ha più soldi per finanziarli, i produttori minacciano ricorsi al Tar, la nuova commissione non è stata ancora formata, i soldi straordinari del Lotto non si vedono. E, come se non bastasse, la manovra economica escogitata dal ministro Tremonti prevede nel biennio 2004-2005 una riduzione draconiana del Fus (Fondo unico per lo spettacolo), tale da portare a poco più di 60 milioni di euro la cifra totale a disposizione del cinema.

In un comunicato non privo di enfasi l'Api, l'associazione alla quale aderiscono registi come Moretti, Salvatores, Giordana, Benigni, parla di «Olocausto del cinema italiano». Naturalmente esagerano, ma la situazione è seria. E Profita sta ancora lì.


Dagospia 05 Luglio 2004