CORBI AMARI - LA REPLICA DI STEFANO LORENZETTO SUL CASO MITROKHIN: "GENTILE SIGNORA MARIA CORBI, IO NON DEVO CHIEDERLE SCUSA PERCHE' NON SONO UN FARABUTTO USO A DIFFAMARE I DEFUNTI."
Stefano Lorenzetto per "Il Giornale"
Gentile signora e stimata collega Maria Corbi, io non sono un avvoltoio. Si tolga dalla testa che il soprascritto Stefano Lorenzetto sia fra quei «mascalzoni» scoperti a oltraggiare le spoglie mortali di suo padre Gianni, che fu direttore dell'Espresso e garante dei lettori di Repubblica.
Lei non mi conosce, io non la conosco. Ma lasci che le dica una cosa: usare gli otto anni di suo figlio Marco, approfittare dei giochi sulla spiaggia col labrador Pompeo per farlo ragionare su argomenti più grandi della sua età, per descrivere me e pochi altri colleghi come dei beccamorti nelle pagine di Mitrokhin (in I racconti di Sabaudia, autori vari, edito da Baldini Castoldi Dalai) è stato davvero un espediente narrativo spregevole.
Anch'io ho un figlio di otto anni che gioca col labrador Samu (a volte qualcosa dice sul carattere delle persone anche la scelta di un cane, non è vero?), però mai mi sognerei di coinvolgerlo nelle miserie di noi adulti. Che cosa dovrebbero concludere, Giuseppe e sua sorella Alessia, quando saranno più grandi, se putacaso gli capitasse fra le mani questo suo racconto? Che il loro papà era un farabutto uso a diffamare i defunti? La sfido a dimostrare che io abbia mai adoperato i sostantivi «spia» o «spionaggio» riferendomi a suo padre, avanti.
Chi mi conosce appena appena sa che sono capace di asprezze polemiche ma che porto un sacro rispetto ai padri, alle madri, ai figli, ai malati, ai morti. Forse potrebbe deporre a favore della sua ingiuriosa ricostruzione il fatto che abbia sfidato l'arresto, ai tempi in cui c'era ancora la cortina di ferro, per recarmi da clandestino a Peredelkino a portare un fiore sulla tomba di Boris Pasternak, per citare uno degli scrittori «appoggiati» - come lei rivela nel racconto - da suo padre; o anche il fatto che quando arrivo in qualsiasi città del mondo vada per prima cosa a visitarne il cimitero, perché ho l'illusione che da lì si possa capire tutto di un popolo.
È vero, ho questa confidenza con i trapassati, mi sembrano più presenti e più interessanti dei vivi, qualche volta mi capita pure di parlarci insieme, o di piangerli in fotografia, non so nemmeno io perché, scorrendo i necrologi pubblicati sul giornale della mia città, e pensare che neppure li conosco. Si figuri se riuscirei a fare carne di porco delle loro vite e della loro memoria, ciò di cui mi accusa nel suo dolente racconto.
Anche lei però dimostra una preoccupante confidenza con la tanatologia. Per esempio, disegnare «una grande croce blu sulla faccia di un signore sorridente con gli occhiali», che poi sarei io nella fotina della rubrica Domande pubblicata ogni sabato su questo giornale, è una beceraggine che getterebbe nella costernazione, se non nel panico, decine di miei colleghi superstiziosi. Io invece lo ritengo un gesto di considerazione.
«Chi è questo Stefano Lorenzetto?», fa dire al suo Marco, al solo scopo di potergli così rispondere: «Lorenzetto è uno che ha scritto un articolo offensivo su nonno quattro giorni dopo che era morto. Avrai tempo di leggerlo». «Perché non lo ha lasciato in pace se era morto?», fa chiedere a suo figlio. «Non devi pensare a lui», taglia corto lei.
Scusi se dissento, ma questa non è una risposta da giornalista. Pensaci invece, ragazzo mio, a questa carogna di articolista che disturba il sonno dei morti. È qui, è adesso il tempo di leggere, e molto mi meraviglia che la tua mamma non abbia trovato il coraggio di svelare a un figlioletto così giudizioso in che modo quel maramaldo di Lorenzetto avrebbe infierito su un nonno già consegnato da quattro giorni alla pietà della terra.
Voglio rimediare io. Mi ero limitato, in quel pezzullo, a porre alcune domande a Nello Ajello, il quale aveva definito «una bugia», «un'accusa assurda» l'inserimento del nome di Gianni Corbi nel dossier Mitrokhin, nonostante una commissione bicamerale, formata da venti parlamentari democraticamente eletti dal popolo italiano, si apprestasse a far piena luce sui fatti con due anni di ritardo, causa un'ignavia che la figlia del defunto imputa ai governi di sinistra, cioè allo schieramento politico in cui ha sempre militato il genitore («Ancora oggi mi chiedo perché la sinistra si sia opposta così tenacemente a questa commissione. Ho una sola risposta: questa sinistra è molto diversa da quella in cui sono stata cresciuta». Sono d'accordo).
Osservavo che se le affrettate conclusioni di Ajello («preteso scandalo»; «si cavalca nelle praterie dell'inverosimile»; «un contesto di enorme confusione»; «la disparità fra il personaggio e l'accusa appare incommensurabile») fossero state applicate anche in altri casi, e non solo al dossier Mitrokhin e a Gianni Corbi, non avremmo avuto mezzo secolo di spregiudicate inchieste giornalistiche dell'Espresso, spesso menzognere, vedi la campagna di stampa che obbligò un presidente della Repubblica italiana a dimettersi. Non fu anche quello un «preteso scandalo»? Camilla Cederna non cavalcò forse «nelle praterie dell'inverosimile»? Eppure Corbi e i suoi colleghi chiesero scusa a Giovanni Leone soltanto vent'anni dopo.
Non mi risulta che Nello Ajello abbia reputato ignobili, pur non degnandole di risposta, le domande di questo becchino. Altrimenti per coerenza si sarebbe già dimesso dalla giuria di un premio letterario in cui, guarda un po' i casi della vita, godiamo del titolo di «apostoli» e sediamo alla stessa mensa in compagnia di altri dieci galantuomini.
Nei ritagli di giornale che lei mostra a suo figlio vi è «un altro foglio, anche questo con una bella "X" stile pompe funebri vergata sopra», con la «foto di una vecchia signora» che le rende difficile «trattenere parole rabbiose e insultanti»: «È una che lavorava con nonno all'Espresso, e che solo dopo che lui è morto ha deciso di parlarne male, dando un'intervista a Lorenzetto, quello di prima. Sono persone a cui non importa nulla del dolore che provocano».
Questa «una», questa «vecchia signora» - di cui tace l'età che aveva all'epoca dei fatti e della foto (58 anni), segno che la perfidia femminile alberga anche nell'animo delle figlie addolorate - è Cristina Mariotti. Però si guarda bene dallo spiegare al suo Marco che la collega ha servito onorevolmente L'Espresso per 34 anni come inviata speciale, che ha tre lauree, che ha firmato fior d'inchieste di grande valore civile su temi assai scomodi (mafia, camorra, omicidi, droga, rapimenti, prostituzione, tangenti, evasioni fiscali, terrorismo, abusi edilizi) e che s'è ritirata di sua spontanea volontà dalla professione perché non condivideva più il modo di far giornalismo del settimanale di via Po. No, aggiunge solo che intervistatore e intervistata hanno fatto piangere la vedova. Mi dispiace.
Ma anche qui, ragazzo, devo rimediare alle reticenze di tua madre: «quello di prima» non era andato a trovare Cristina Mariotti per discutere di tuo nonno. La giornalista non ha affatto parlato male di Gianni Corbi approfittando del fatto che fosse morto (non è intellettuale capace di simili infamie); ha semplicemente replicato con molta franchezza a una mia domanda: «Che cos'ha provato scoprendo che il nome del suo ex direttore Gianni Corbi, garante dei lettori di Repubblica, compariva nel dossier Mitrokhin?». Peraltro l'unica domanda che riguardasse tuo nonno: 16 righe di risposta sulle 353 d'intervista.
E il caro estinto, bada bene, ne usciva pulito, sia pure in modo tutt'altro che agiografico: «M'è venuto da ridere. Ma lei l'ha conosciuto Corbi? Era un uomo così mite. Se appena appena gli proponevi un pezzo meno piatto del solito, cominciava a sudare freddo. Sudore vero. Gli cadevano i goccioloni dalla fronte, plof, sulla scrivania. Le pare che un tipo simile possa lavorare per il Kgb?».
Cristina Mariotti proseguiva raccontando di «uno strano servizio» che il direttore le commissionò in Urss: «Dovevo seguire una delegazione di Bologna, guidata dal sindaco Zangheri, che andava in Ucraina a gemellarsi con Kharkov. Al pranzo ufficiale facevano a gara a chi beveva più vodka. Giunto il momento del brindisi, il sindaco Zangheri, ormai un po' ciucco, improvvisò un'intemerata sui diritti umani. Il sindaco di Kharkov s'infuriò e buttò all'aria piatti e bicchieri. Lo chef del ristorante El Cantunzein, che era venuto per cucinare i tortellini, salvò la situazione intonando a squarciagola O sole mio. Al ritorno volevo farci un bel pezzo da sbraco, ma Corbi non mi lasciò scrivere manco una riga».
Maria Corbi nel suo racconto ricorda l'angosciosa telefonata che fece dal suo giornale, La Stampa, il giorno in cui il senatore Giovanni Pellegrino (Ds) decise di divulgare le 700 pagine del dossier: «Mi precipitai al telefono e chiamai casa. "Papà, forse sei nella lista". Dall'altro capo del telefono un attimo di silenzio e poi un "me lo immaginavo", quasi divertito». E qui la collega, se permette, si contraddice: suo padre cominciava a morire per un'accusa tanto ingiusta che però lo divertiva? Proprio così: «L'accusa di essere un agente del Kgb era talmente assurda che lo faceva sorridere». Ma allora, abbia pazienza, io e gli altri sciagurati avremmo concorso al suo spasso o alla sua dipartita?
Perché non è mica tanto logico, sa, gentile signora, il modo in cui lei tratta la delicata faccenda. Credo che ciò possa dipendere da una frase illuminante riservata a noi avvoltoi, a noi iene, a noi sciacalli. È nei primi capoversi del suo racconto: «"Vi odio", dissi distrattamente». Ecco, non bisogna distrarsi, invece, quando si odia. È un'attività molto pericolosa, odiare. Necessita di concentrazione, metodo, tenacia.
Però, se proprio vuole che gliela dica tutta, lei non mi sembra un tipo capace di odio. Cionondimeno consideri che nel suo racconto mi ha rivolto un'accusa terribile: concorso nell'omicidio di un uomo morto. Un reato fra i più abietti. Non è mica una robetta da niente. Non ci sto dormendo la notte. Ma sappia, qualora dovesse accadermi qualcosa di brutto, che è fin d'ora assolta dal danno morale e forse biologico che mi sta procurando. Purtroppo a chi fa il giornalista càpitano di questi incidenti. Siamo più esposti, nel bene e nel male. Continuo a pensare che anche suo padre fosse attrezzato a sopportare gli incerti del mestiere. Di certo più attrezzato di tanti personaggi che a torto o a ragione si sono ritrovati sputtanati sull'Espresso, altrimenti non sarebbe arrivato a 75 anni.
Comunque lo dica a suo figlio Marco: quel signore sorridente con gli occhiali non ha profanato l'eterno riposo del nonno Gianni. Mi raccomando, glielo dica. Ci tengo.
Dagospia 09 Agosto 2004
Gentile signora e stimata collega Maria Corbi, io non sono un avvoltoio. Si tolga dalla testa che il soprascritto Stefano Lorenzetto sia fra quei «mascalzoni» scoperti a oltraggiare le spoglie mortali di suo padre Gianni, che fu direttore dell'Espresso e garante dei lettori di Repubblica.
Lei non mi conosce, io non la conosco. Ma lasci che le dica una cosa: usare gli otto anni di suo figlio Marco, approfittare dei giochi sulla spiaggia col labrador Pompeo per farlo ragionare su argomenti più grandi della sua età, per descrivere me e pochi altri colleghi come dei beccamorti nelle pagine di Mitrokhin (in I racconti di Sabaudia, autori vari, edito da Baldini Castoldi Dalai) è stato davvero un espediente narrativo spregevole.
Anch'io ho un figlio di otto anni che gioca col labrador Samu (a volte qualcosa dice sul carattere delle persone anche la scelta di un cane, non è vero?), però mai mi sognerei di coinvolgerlo nelle miserie di noi adulti. Che cosa dovrebbero concludere, Giuseppe e sua sorella Alessia, quando saranno più grandi, se putacaso gli capitasse fra le mani questo suo racconto? Che il loro papà era un farabutto uso a diffamare i defunti? La sfido a dimostrare che io abbia mai adoperato i sostantivi «spia» o «spionaggio» riferendomi a suo padre, avanti.
Chi mi conosce appena appena sa che sono capace di asprezze polemiche ma che porto un sacro rispetto ai padri, alle madri, ai figli, ai malati, ai morti. Forse potrebbe deporre a favore della sua ingiuriosa ricostruzione il fatto che abbia sfidato l'arresto, ai tempi in cui c'era ancora la cortina di ferro, per recarmi da clandestino a Peredelkino a portare un fiore sulla tomba di Boris Pasternak, per citare uno degli scrittori «appoggiati» - come lei rivela nel racconto - da suo padre; o anche il fatto che quando arrivo in qualsiasi città del mondo vada per prima cosa a visitarne il cimitero, perché ho l'illusione che da lì si possa capire tutto di un popolo.
È vero, ho questa confidenza con i trapassati, mi sembrano più presenti e più interessanti dei vivi, qualche volta mi capita pure di parlarci insieme, o di piangerli in fotografia, non so nemmeno io perché, scorrendo i necrologi pubblicati sul giornale della mia città, e pensare che neppure li conosco. Si figuri se riuscirei a fare carne di porco delle loro vite e della loro memoria, ciò di cui mi accusa nel suo dolente racconto.
Anche lei però dimostra una preoccupante confidenza con la tanatologia. Per esempio, disegnare «una grande croce blu sulla faccia di un signore sorridente con gli occhiali», che poi sarei io nella fotina della rubrica Domande pubblicata ogni sabato su questo giornale, è una beceraggine che getterebbe nella costernazione, se non nel panico, decine di miei colleghi superstiziosi. Io invece lo ritengo un gesto di considerazione.
«Chi è questo Stefano Lorenzetto?», fa dire al suo Marco, al solo scopo di potergli così rispondere: «Lorenzetto è uno che ha scritto un articolo offensivo su nonno quattro giorni dopo che era morto. Avrai tempo di leggerlo». «Perché non lo ha lasciato in pace se era morto?», fa chiedere a suo figlio. «Non devi pensare a lui», taglia corto lei.
Scusi se dissento, ma questa non è una risposta da giornalista. Pensaci invece, ragazzo mio, a questa carogna di articolista che disturba il sonno dei morti. È qui, è adesso il tempo di leggere, e molto mi meraviglia che la tua mamma non abbia trovato il coraggio di svelare a un figlioletto così giudizioso in che modo quel maramaldo di Lorenzetto avrebbe infierito su un nonno già consegnato da quattro giorni alla pietà della terra.
Voglio rimediare io. Mi ero limitato, in quel pezzullo, a porre alcune domande a Nello Ajello, il quale aveva definito «una bugia», «un'accusa assurda» l'inserimento del nome di Gianni Corbi nel dossier Mitrokhin, nonostante una commissione bicamerale, formata da venti parlamentari democraticamente eletti dal popolo italiano, si apprestasse a far piena luce sui fatti con due anni di ritardo, causa un'ignavia che la figlia del defunto imputa ai governi di sinistra, cioè allo schieramento politico in cui ha sempre militato il genitore («Ancora oggi mi chiedo perché la sinistra si sia opposta così tenacemente a questa commissione. Ho una sola risposta: questa sinistra è molto diversa da quella in cui sono stata cresciuta». Sono d'accordo).
Osservavo che se le affrettate conclusioni di Ajello («preteso scandalo»; «si cavalca nelle praterie dell'inverosimile»; «un contesto di enorme confusione»; «la disparità fra il personaggio e l'accusa appare incommensurabile») fossero state applicate anche in altri casi, e non solo al dossier Mitrokhin e a Gianni Corbi, non avremmo avuto mezzo secolo di spregiudicate inchieste giornalistiche dell'Espresso, spesso menzognere, vedi la campagna di stampa che obbligò un presidente della Repubblica italiana a dimettersi. Non fu anche quello un «preteso scandalo»? Camilla Cederna non cavalcò forse «nelle praterie dell'inverosimile»? Eppure Corbi e i suoi colleghi chiesero scusa a Giovanni Leone soltanto vent'anni dopo.
Non mi risulta che Nello Ajello abbia reputato ignobili, pur non degnandole di risposta, le domande di questo becchino. Altrimenti per coerenza si sarebbe già dimesso dalla giuria di un premio letterario in cui, guarda un po' i casi della vita, godiamo del titolo di «apostoli» e sediamo alla stessa mensa in compagnia di altri dieci galantuomini.
Nei ritagli di giornale che lei mostra a suo figlio vi è «un altro foglio, anche questo con una bella "X" stile pompe funebri vergata sopra», con la «foto di una vecchia signora» che le rende difficile «trattenere parole rabbiose e insultanti»: «È una che lavorava con nonno all'Espresso, e che solo dopo che lui è morto ha deciso di parlarne male, dando un'intervista a Lorenzetto, quello di prima. Sono persone a cui non importa nulla del dolore che provocano».
Questa «una», questa «vecchia signora» - di cui tace l'età che aveva all'epoca dei fatti e della foto (58 anni), segno che la perfidia femminile alberga anche nell'animo delle figlie addolorate - è Cristina Mariotti. Però si guarda bene dallo spiegare al suo Marco che la collega ha servito onorevolmente L'Espresso per 34 anni come inviata speciale, che ha tre lauree, che ha firmato fior d'inchieste di grande valore civile su temi assai scomodi (mafia, camorra, omicidi, droga, rapimenti, prostituzione, tangenti, evasioni fiscali, terrorismo, abusi edilizi) e che s'è ritirata di sua spontanea volontà dalla professione perché non condivideva più il modo di far giornalismo del settimanale di via Po. No, aggiunge solo che intervistatore e intervistata hanno fatto piangere la vedova. Mi dispiace.
Ma anche qui, ragazzo, devo rimediare alle reticenze di tua madre: «quello di prima» non era andato a trovare Cristina Mariotti per discutere di tuo nonno. La giornalista non ha affatto parlato male di Gianni Corbi approfittando del fatto che fosse morto (non è intellettuale capace di simili infamie); ha semplicemente replicato con molta franchezza a una mia domanda: «Che cos'ha provato scoprendo che il nome del suo ex direttore Gianni Corbi, garante dei lettori di Repubblica, compariva nel dossier Mitrokhin?». Peraltro l'unica domanda che riguardasse tuo nonno: 16 righe di risposta sulle 353 d'intervista.
E il caro estinto, bada bene, ne usciva pulito, sia pure in modo tutt'altro che agiografico: «M'è venuto da ridere. Ma lei l'ha conosciuto Corbi? Era un uomo così mite. Se appena appena gli proponevi un pezzo meno piatto del solito, cominciava a sudare freddo. Sudore vero. Gli cadevano i goccioloni dalla fronte, plof, sulla scrivania. Le pare che un tipo simile possa lavorare per il Kgb?».
Cristina Mariotti proseguiva raccontando di «uno strano servizio» che il direttore le commissionò in Urss: «Dovevo seguire una delegazione di Bologna, guidata dal sindaco Zangheri, che andava in Ucraina a gemellarsi con Kharkov. Al pranzo ufficiale facevano a gara a chi beveva più vodka. Giunto il momento del brindisi, il sindaco Zangheri, ormai un po' ciucco, improvvisò un'intemerata sui diritti umani. Il sindaco di Kharkov s'infuriò e buttò all'aria piatti e bicchieri. Lo chef del ristorante El Cantunzein, che era venuto per cucinare i tortellini, salvò la situazione intonando a squarciagola O sole mio. Al ritorno volevo farci un bel pezzo da sbraco, ma Corbi non mi lasciò scrivere manco una riga».
Maria Corbi nel suo racconto ricorda l'angosciosa telefonata che fece dal suo giornale, La Stampa, il giorno in cui il senatore Giovanni Pellegrino (Ds) decise di divulgare le 700 pagine del dossier: «Mi precipitai al telefono e chiamai casa. "Papà, forse sei nella lista". Dall'altro capo del telefono un attimo di silenzio e poi un "me lo immaginavo", quasi divertito». E qui la collega, se permette, si contraddice: suo padre cominciava a morire per un'accusa tanto ingiusta che però lo divertiva? Proprio così: «L'accusa di essere un agente del Kgb era talmente assurda che lo faceva sorridere». Ma allora, abbia pazienza, io e gli altri sciagurati avremmo concorso al suo spasso o alla sua dipartita?
Perché non è mica tanto logico, sa, gentile signora, il modo in cui lei tratta la delicata faccenda. Credo che ciò possa dipendere da una frase illuminante riservata a noi avvoltoi, a noi iene, a noi sciacalli. È nei primi capoversi del suo racconto: «"Vi odio", dissi distrattamente». Ecco, non bisogna distrarsi, invece, quando si odia. È un'attività molto pericolosa, odiare. Necessita di concentrazione, metodo, tenacia.
Però, se proprio vuole che gliela dica tutta, lei non mi sembra un tipo capace di odio. Cionondimeno consideri che nel suo racconto mi ha rivolto un'accusa terribile: concorso nell'omicidio di un uomo morto. Un reato fra i più abietti. Non è mica una robetta da niente. Non ci sto dormendo la notte. Ma sappia, qualora dovesse accadermi qualcosa di brutto, che è fin d'ora assolta dal danno morale e forse biologico che mi sta procurando. Purtroppo a chi fa il giornalista càpitano di questi incidenti. Siamo più esposti, nel bene e nel male. Continuo a pensare che anche suo padre fosse attrezzato a sopportare gli incerti del mestiere. Di certo più attrezzato di tanti personaggi che a torto o a ragione si sono ritrovati sputtanati sull'Espresso, altrimenti non sarebbe arrivato a 75 anni.
Comunque lo dica a suo figlio Marco: quel signore sorridente con gli occhiali non ha profanato l'eterno riposo del nonno Gianni. Mi raccomando, glielo dica. Ci tengo.
Dagospia 09 Agosto 2004