"SONO STATO IO" - IL ROMANZO AUTOBIOGRAFICO DI BEHA: "NEL PALAZZO IN VETROAMIANTO DAL PRESIDENTE IN VETRORESINA: "MA A TE, CHI TI PORTA? NON C'È NESSUNO...? MA TU NON HAI MAI INTERVISTATO BERLUSCONI?".
Tratto da "Sono stato io", di Oliviero Beha, Marco Tropea Editore
La sera era là, nel palazzo in vetroamianto, ad aspettare di essere ricevuto dal Presidente in vetroresina. Ebbe tutto il tempo per ripassarsi coscienziosamente le settecentesche stampe inglesi con scene di caccia, nella sala d'attesa, e considerare la loro maggiore continuità di tenuta rispetto ai vertici aziendali.
A un certo punto fu anche squassato dalla tosse, dai buoni propositi e dall'improvviso boato, con effetti di urla e clacson, proveniente dalle case e dalla strada: qualcuno doveva aver segnato, più probabilmente la Roma, e lo stadio si era allargato a dismisura.
Ma forse non era esattamente l'Olimpico, a espandersi: piuttosto, nella recita collettiva, nella rincorsa a occupare, a riempire i buchi del singolo e della collettività giacché la fisica non sopporta il vuoto neppure quello esistenziale... piuttosto era Cinecittà e il suo gigantesco set simbolico a ingoiare case e strade, il derby essendo solo un pretesto per "fare la parte di".
Il nulla tinto di giallorosso era dunque un po' meno nulla, sul palcoscenico della tifoseria? O, semplicemente, la metafora del pallone faceva recitare le folle con più convinzione che in altri settori? Era quello il "vero cinema", ormai?
"Vieni da me, ha quasi finito, così facciamo due chiacchiere" lo introdusse nel suo ufficio il Colmo Décolleté. Che aveva un'aura piena, che innamorava o quasi. Pareva una di quelle persone in carne che mangiano bene e dormono meglio, che indossano gli anni senza stazzonarli, che fuoriescono dai loro décolletés con una naturalezza, nei casi migliori, almeno in parte animalesca.
Di qui, nei suoi confronti il desiderio del giaciglio, se si vuole sottostrutturarle secondo le categorie marxiane. Ma che cosa aveva sulla scrivania, quell'affabile matrona? Un filo interdentale, e rose visibilmente finte.
"Sono vere?" chiese il provocatore per compagnia.
"No, non vedi?" e le toccò porgendogliele. "Però sembrano vere, e durano" concluse affossando in un lampo alcune migliaia di anni di civiltà.
"Sai che nel giardino botanico di Belfast le rose sono bellissime, naturalmente vere, ma non profumano, esattamente come queste? Forse per il troppo sangue... " le disse lui, sempre per compagnia. Meglio le rose che i discorsi sul tempo, aveva pensato.
Sbagliando, perché lei lasciò cadere immantinente l'argomento, farfugliando di dettagli aziendali e maneggiando il filo. Oddio, non Julia Roberts, non "Pretty Woman", no, si allarmò lui, sempre per via dell'immaginario irrimediabilmente cinematografico.
Aveva appena riattaccato con "anche il filo interdentale non è più resistente come quello di una volta", quando per fortuna si affacciò baffuto e allampanato il Presidente, con la sua espressione in vetroresina e il suo futuro - che so - all'Enel, e lo fece accomodare.
Ripensandoci dopo, l'ospite avrebbe faticato a rammentare per filo e per segno che cosa si fossero detti. Convenevoli, cortesie, accenni ideologici? Forse, anzi senz'altro. Ma per il vetroresina era palesemente un cliché.
L'ospite si sarebbe volentieri infervorato, come sempre nella sua vita, sognando i sogni di Pierino, gli avrebbe magari addirittura ricostruito il mito platonico della caverna nella sua versione snob contemporanea, cioè la tv, con i telespettatori incatenati a guardare veline e comici e calciatori e politici più ombre delle ombre di Platone...
Ma non era aria, non riuscì a fingere con sé, il cliché era appunto troppo smaccato perfino per lui. Si sorprese a pensare alla cameriera, a quella colazione con "felce e mirtillo".
Anche il Presidente aveva militato a lungo da quella parte politica ormai agrituristica, adesso mimava un'equidistanza con gli schieramenti e una vicinanza, anzi un'aderenza perfetta a se stesso. Vetroresina, via. Quello che gli rimase impresso fu una frase improvvisa del Vertice, con il tono di "abbiamo scherzato, adesso veniamo al sodo, perché non ho tempo da perdere".
"Senti" e guardò l'ospite intensamente. E poi: "Ma a te, chi ti porta?" rimanendo in silenzio come a sottolineare il colpo di teatro.
"Come, scusa?" interloquì lui "mi porta dove?" "Ma su, qui... Chi ti porta, quale partito..."
Stavolta in silenzio vetroresinato rimase lui. Poi farfugliò un "ma nessuno, lo sai bene, il mio lavoro, i cittadini...", che destò un remoto effetto di compatimento, forse nel senso greco etimologico, nel Presidente. Il quale togliendosi le lenti e stropicciandosi umanamente il naso aggiunse: "E non c'è nessuno...? Non potresti parlare... Ma tu non hai mai intervistato Berlusconi?".
"Sì. E allora?"
"Vacci a parlare, dammi retta, che qualcosa risolviamo" lo congedò ripetendo sulla porta un "vedrai" che doveva testimoniare del suo interessamento. "Vedrai" si ripeteva lasciando il palazzo deserto e inutilmente illuminato, un obiettivo sensibile di qualunque tipo di terrorismo, dall'esterno e - culturalmente - dall'interno, senza necessariamente bisogno di Bin Laden che anzi da esso si poteva pure sentire minacciato, custodito da distratti vigilantes che sarebbero stati preziosi in scene di massa di film con Tognazzi - ma Ugo!!! - capo delle Brigate rosse che dovevano occupare materialmente e simbolicamente il Centro di Potere del Sim, una volta lo Stato Imperialista Multinazionale oggi l'acronimo di una società di gestione di Borsa.
Ma tutto ciò un po' di tempo prima, i soliti venticinque anni, avrebbe detto a fare due conti: "Vedrai", slogan sonoro di stampo ormai veteropubblicitario, si borbottava come una giaculatoria tra le facce festanti del traffico che volgeva a mezzanotte, stadio o Cinecittà che fosse, distribuito tra auto e motorini...
"Capito? Vedrai, mi ha detto. E io dovrei uccidere quello con cui invece il Presidente mi consiglia di parlare, eh?" chiese rocambolescamente a Gigi, dal quale era rinculato dopo lo choc in vetroamianto.
"Ma che t'aspettavi? Sono tutti così... Lo sai che anche il portiere di questo residence mi ha raccontato che per il posto qua sotto ha dovuto fare anticamera, aspettare il viceportaborse di un presidente di commissione parlamentare, e poi ha preso una tessera sotto gli occhi, ti dico "sotto gli occhi" di questo signore.
È tutto politicizzato, nel senso del mercato e sottomercato della politica, figurati nel tuo lavoro. Sei già un miracolo di sopravvivenza umana, senza dover niente a nessuno, casomai il contrario. Certe volte mi domando se ci fai o ci sei, nella tua ingenuità.
È anche vero che ingenuus, nato libero per i latini, era il massimo della stima... Ma erano altri romani, mica questo generone, da ingenuus a in generone. Va be', sei depresso, veniamo a noi. Che cosa hai escogitato per il... materasso... il mate... il matrimonio, come me lo ammazzi? Dal ridere? O che altro? Forza, ormai ci siamo. "
Passare dal Presidente a Gigi fu un altro choc, da autentica anafilassi mentale. Rimase lì una mezz'ora, più per disperazione che per altro. Gli dette un po' di corda con "e se scrivessi un libro su di lui?", oppure "potrei girare un reportage, no?", o ancora "c'è sempre la mia amica fotografa, lo lusinghiamo con un servizio, lei è la migliore, sui ritratti non si batte, e lui è appena un po' esibizionista ", o infine "drogo il maestro Coppolillo e lo sostituisco con un sosia", per sentirsi ribattere con dei "già fatto" o "ma non dire scemenze".
Allo stremo, se ne andò ancora più sconsolato, sotto gli occhi addolorati dell'amico di professione che constatando le condizioni di spirito dell'attentatore stava per riporre la freccia gialla nella vecchia faretra. Il sicario collettivo non ne poteva più di Berlusconi, del complotto, del Paese, delle sabbie mobili, di "chi portava chi", della scesa a rotoloni imboccata da un pezzo.
E delle rose finte inodori "meglio di quelle vere", e di un orizzonte che non prevedeva i suoi figli, e nemmeno quelli degli altri. E delle cattive notizie. Ecco, forse era tempo di aprire un'agenzia di stampa che desse buone notizie, non necessariamente vere, magari anche solo verisimili, così tanto per sopravvivere, per sentire ancora almeno un po' di quell'antico profumo...
Dagospia 14 Ottobre 2004
La sera era là, nel palazzo in vetroamianto, ad aspettare di essere ricevuto dal Presidente in vetroresina. Ebbe tutto il tempo per ripassarsi coscienziosamente le settecentesche stampe inglesi con scene di caccia, nella sala d'attesa, e considerare la loro maggiore continuità di tenuta rispetto ai vertici aziendali.
A un certo punto fu anche squassato dalla tosse, dai buoni propositi e dall'improvviso boato, con effetti di urla e clacson, proveniente dalle case e dalla strada: qualcuno doveva aver segnato, più probabilmente la Roma, e lo stadio si era allargato a dismisura.
Ma forse non era esattamente l'Olimpico, a espandersi: piuttosto, nella recita collettiva, nella rincorsa a occupare, a riempire i buchi del singolo e della collettività giacché la fisica non sopporta il vuoto neppure quello esistenziale... piuttosto era Cinecittà e il suo gigantesco set simbolico a ingoiare case e strade, il derby essendo solo un pretesto per "fare la parte di".
Il nulla tinto di giallorosso era dunque un po' meno nulla, sul palcoscenico della tifoseria? O, semplicemente, la metafora del pallone faceva recitare le folle con più convinzione che in altri settori? Era quello il "vero cinema", ormai?
"Vieni da me, ha quasi finito, così facciamo due chiacchiere" lo introdusse nel suo ufficio il Colmo Décolleté. Che aveva un'aura piena, che innamorava o quasi. Pareva una di quelle persone in carne che mangiano bene e dormono meglio, che indossano gli anni senza stazzonarli, che fuoriescono dai loro décolletés con una naturalezza, nei casi migliori, almeno in parte animalesca.
Di qui, nei suoi confronti il desiderio del giaciglio, se si vuole sottostrutturarle secondo le categorie marxiane. Ma che cosa aveva sulla scrivania, quell'affabile matrona? Un filo interdentale, e rose visibilmente finte.
"Sono vere?" chiese il provocatore per compagnia.
"No, non vedi?" e le toccò porgendogliele. "Però sembrano vere, e durano" concluse affossando in un lampo alcune migliaia di anni di civiltà.
"Sai che nel giardino botanico di Belfast le rose sono bellissime, naturalmente vere, ma non profumano, esattamente come queste? Forse per il troppo sangue... " le disse lui, sempre per compagnia. Meglio le rose che i discorsi sul tempo, aveva pensato.
Sbagliando, perché lei lasciò cadere immantinente l'argomento, farfugliando di dettagli aziendali e maneggiando il filo. Oddio, non Julia Roberts, non "Pretty Woman", no, si allarmò lui, sempre per via dell'immaginario irrimediabilmente cinematografico.
Aveva appena riattaccato con "anche il filo interdentale non è più resistente come quello di una volta", quando per fortuna si affacciò baffuto e allampanato il Presidente, con la sua espressione in vetroresina e il suo futuro - che so - all'Enel, e lo fece accomodare.
Ripensandoci dopo, l'ospite avrebbe faticato a rammentare per filo e per segno che cosa si fossero detti. Convenevoli, cortesie, accenni ideologici? Forse, anzi senz'altro. Ma per il vetroresina era palesemente un cliché.
L'ospite si sarebbe volentieri infervorato, come sempre nella sua vita, sognando i sogni di Pierino, gli avrebbe magari addirittura ricostruito il mito platonico della caverna nella sua versione snob contemporanea, cioè la tv, con i telespettatori incatenati a guardare veline e comici e calciatori e politici più ombre delle ombre di Platone...
Ma non era aria, non riuscì a fingere con sé, il cliché era appunto troppo smaccato perfino per lui. Si sorprese a pensare alla cameriera, a quella colazione con "felce e mirtillo".
Anche il Presidente aveva militato a lungo da quella parte politica ormai agrituristica, adesso mimava un'equidistanza con gli schieramenti e una vicinanza, anzi un'aderenza perfetta a se stesso. Vetroresina, via. Quello che gli rimase impresso fu una frase improvvisa del Vertice, con il tono di "abbiamo scherzato, adesso veniamo al sodo, perché non ho tempo da perdere".
"Senti" e guardò l'ospite intensamente. E poi: "Ma a te, chi ti porta?" rimanendo in silenzio come a sottolineare il colpo di teatro.
"Come, scusa?" interloquì lui "mi porta dove?" "Ma su, qui... Chi ti porta, quale partito..."
Stavolta in silenzio vetroresinato rimase lui. Poi farfugliò un "ma nessuno, lo sai bene, il mio lavoro, i cittadini...", che destò un remoto effetto di compatimento, forse nel senso greco etimologico, nel Presidente. Il quale togliendosi le lenti e stropicciandosi umanamente il naso aggiunse: "E non c'è nessuno...? Non potresti parlare... Ma tu non hai mai intervistato Berlusconi?".
"Sì. E allora?"
"Vacci a parlare, dammi retta, che qualcosa risolviamo" lo congedò ripetendo sulla porta un "vedrai" che doveva testimoniare del suo interessamento. "Vedrai" si ripeteva lasciando il palazzo deserto e inutilmente illuminato, un obiettivo sensibile di qualunque tipo di terrorismo, dall'esterno e - culturalmente - dall'interno, senza necessariamente bisogno di Bin Laden che anzi da esso si poteva pure sentire minacciato, custodito da distratti vigilantes che sarebbero stati preziosi in scene di massa di film con Tognazzi - ma Ugo!!! - capo delle Brigate rosse che dovevano occupare materialmente e simbolicamente il Centro di Potere del Sim, una volta lo Stato Imperialista Multinazionale oggi l'acronimo di una società di gestione di Borsa.
Ma tutto ciò un po' di tempo prima, i soliti venticinque anni, avrebbe detto a fare due conti: "Vedrai", slogan sonoro di stampo ormai veteropubblicitario, si borbottava come una giaculatoria tra le facce festanti del traffico che volgeva a mezzanotte, stadio o Cinecittà che fosse, distribuito tra auto e motorini...
"Capito? Vedrai, mi ha detto. E io dovrei uccidere quello con cui invece il Presidente mi consiglia di parlare, eh?" chiese rocambolescamente a Gigi, dal quale era rinculato dopo lo choc in vetroamianto.
"Ma che t'aspettavi? Sono tutti così... Lo sai che anche il portiere di questo residence mi ha raccontato che per il posto qua sotto ha dovuto fare anticamera, aspettare il viceportaborse di un presidente di commissione parlamentare, e poi ha preso una tessera sotto gli occhi, ti dico "sotto gli occhi" di questo signore.
È tutto politicizzato, nel senso del mercato e sottomercato della politica, figurati nel tuo lavoro. Sei già un miracolo di sopravvivenza umana, senza dover niente a nessuno, casomai il contrario. Certe volte mi domando se ci fai o ci sei, nella tua ingenuità.
È anche vero che ingenuus, nato libero per i latini, era il massimo della stima... Ma erano altri romani, mica questo generone, da ingenuus a in generone. Va be', sei depresso, veniamo a noi. Che cosa hai escogitato per il... materasso... il mate... il matrimonio, come me lo ammazzi? Dal ridere? O che altro? Forza, ormai ci siamo. "
Passare dal Presidente a Gigi fu un altro choc, da autentica anafilassi mentale. Rimase lì una mezz'ora, più per disperazione che per altro. Gli dette un po' di corda con "e se scrivessi un libro su di lui?", oppure "potrei girare un reportage, no?", o ancora "c'è sempre la mia amica fotografa, lo lusinghiamo con un servizio, lei è la migliore, sui ritratti non si batte, e lui è appena un po' esibizionista ", o infine "drogo il maestro Coppolillo e lo sostituisco con un sosia", per sentirsi ribattere con dei "già fatto" o "ma non dire scemenze".
Allo stremo, se ne andò ancora più sconsolato, sotto gli occhi addolorati dell'amico di professione che constatando le condizioni di spirito dell'attentatore stava per riporre la freccia gialla nella vecchia faretra. Il sicario collettivo non ne poteva più di Berlusconi, del complotto, del Paese, delle sabbie mobili, di "chi portava chi", della scesa a rotoloni imboccata da un pezzo.
E delle rose finte inodori "meglio di quelle vere", e di un orizzonte che non prevedeva i suoi figli, e nemmeno quelli degli altri. E delle cattive notizie. Ecco, forse era tempo di aprire un'agenzia di stampa che desse buone notizie, non necessariamente vere, magari anche solo verisimili, così tanto per sopravvivere, per sentire ancora almeno un po' di quell'antico profumo...
Dagospia 14 Ottobre 2004