L'IMPERO COLPISCE ANCORA - CHICCO TESTA, LETIZIA MORATTI, GIULIO TREMONTI: QUEI BRAVI ITALIANI DELLA CARLYLE - ECCO COME LA BANCA D'AFFARI NATA ALL'OMBRA DI BUSH (E DI BIN LADEN) FA QUELLO CHE VUOLE IN ITALIA.

Sandro Orlando per l'Unità


Doveva toccare proprio all'ex presidente di Lega Ambiente diventare l'"ambasciatore" in Italia del gruppo Carlyle, la banca d'affari americana nata alla fine degli anni '80 all'ombra dell'amministrazione Bush, e affermatasi grazie alla sua capacità di agire in quel "triangolo di ferro, dove gli interessi dell'esercito più potente del mondo si intrecciano con quelli della politica e dell'alta finanza" (Dan Briody).

Ma tant'è: da due anni Chicco Testa, già deputato del Pci-Pds e oggi referente di Walter Veltroni per lo sviluppo dei trasporti nella Capitale (Roma Metropolitane), siede infatti in quell'advisory board londinese che decide le strategie di investimento della Carlyle in Europa, insieme a personaggi come l'amministratore delegato di Tim, Marco De Benedetti, l'ex segretario di Stato Usa, James Baker III, l'ex segretario alla Difesa, Frank Carlucci, e l'ex premier britannico, John Major.

E non si tratta di scelte da poco visto che dei tre fondi lanciati nel vecchio continente dal '98, il primo (Carlyle Europe Partners I) ha raccolto un miliardo di dollari, il secondo (Venture Partners) 650 milioni, e l'ultimo (Real Estate Partners) più di 500 milioni, per un ammontare complessivo di oltre 2 miliardi, sui circa 18 in portafoglio.
Ma in fondo la finanziaria americana si è sempre scelta i suoi partner italiani all'interno del mondo del petrolio e dell'energia: e Chicco Testa è stato presidente dell'Enel, oltre che dell'Acea.

Anche il primo approccio con il nostro paese, che risale a più di dieci anni fa, era nato grazie ad un incontro con il rappresentante di un gruppo petrolifero. Antonio Guizzetti, che all'epoca lavorava per l'Eni, e Stephen Norris, uno dei fondatori della Carlyle, frequentavano la stessa palestra di Washington. E fu da una conversazione casuale che partì l'idea di sviluppare affari in comune, prima con il tentativo di investire in Armani, poi in Bulgari. Infine gli americani si candidarono insieme ai Garrone (Erg) per rilevare la rete di distributori Ip messa in vendita dall'Agip.

Un'operazione che vide anche la discesa in campo della famiglia Bin Laden, i miliardari sauditi che avrebbero poi continuato, grazie ai rapporti personali con i Bush, a far gestire i loro patrimoni dalla Carlyle fino all'ottobre 2001, un mese dopo l'attentato alle "Twin Towers". Il progetto Ip comunque all'ultimo momento andò a monte per via dei contrasti interni, che portarono all'estromissione di Norris. L'ingresso in Italia fu così rinviato.



Qualche anno più tardi gli americani si affidarono all'esponente di un'altra dinastia di petrolieri, Letizia Moratti, già presidente della Rai oltre che plenipotenziaria di Murdoch in Europa, per rimettere un piede in Italia. E lei portò la Carlyle ad entrare in due aziende leader nelle rispettive nicchie di specializzazione, la Riello di Verona (bruciatori) e la Tecnoforge di Piacenza (raccordi per oleodotti).

Ma quel che più conta è che la signora, che di lì a poco sarebbe diventata ministro dell'Istruzione, con i suoi contatti con il mondo della politica e delle partecipazioni statali, introdusse la Carlyle all'interno dei palazzi romani.

E anche se l'affare Marconi Mobile, la società di comunicazioni militari poi fagocitata da Finmeccanica, non andò in porto, i frutti postumi del lavoro della Moratti vennero raccolti da Chicco Testa, che fu chiamato a sostituirla, per curare i rapporti con l'alta società e le grandi famiglie del capitalismo italiano, oltre che con gli ambienti della sinistra confindustriale.

Si deve infatti all'ex presidente di Lega Ambiente l'investimento di maggiore successo realizzato dagli americani in Italia, ovvero l'ingresso al 70% in Fiat Avio. Un'operazione realizzata l'anno scorso con Finmeccanica, di concerto con i vertici del Tesoro e della Difesa, a scapito dei francesi della Snecma, che erano in pole position per rilevare la controllata del Lingotto.

E che non ha comportato neanche un grande esborso: meno di 600 milioni di euro, per un'azienda aerospaziale che fattura quasi il triplo, e genera ogni anno più di 200 milioni di utili. La transazione (valore, 1,6 miliardi) è stata infatti finanziata con l'indebitamento, poi scaricato sulla società acquisita, secondo i classici schemi del "leverage" d'assalto. In cambio però Finmeccanica ha potuto raccogliere un po' di commesse dall'amministrazione Bush per la fornitura di elicotteri. A mettere in sintonia gli interessi degli americani con quelli di Palazzo Chigi ha contribuito anche l'ex ministro Giulio Tremonti.

Gli immobili venduti dal Tesoro nell'ambito della prima cartolarizzazione sono infatti andati nel marzo 2003 proprio alla Carlyle per 230 milioni, con uno sconto del 32% sul prezzo di partenza. Una cortesia che gli americani hanno restituito da ultimo, con l'acquisto dell'intero patrimonio immobiliare del Sanpaolo-Imi. Per la consulenza la Carlyle si è rivolta ai legali della Clifford Chance, non a caso partner dello studio Tremonti.


Dagospia 03 Novembre 2004