DELITTO CALABRESI - MUGHINI SMONTA IL TEOREMA INNOCENTISTA: "POSSIBILE CHE NON NE SAPPIA NULLA IL CAPO DEL SERVIZIO D'ORDINE DI LC?". /8
Domani il settimanale "Sette" pubblica un'articolata e sulfurea lettera di Giampiero Mughini in risposta ad Adriano e Luca Sofri e Giuliano Ferrara che sul Foglio hanno contestato la sua dichiarazione (Un commando di Lc uccise il commissario Calabresi). E chiama in causa il latitante Pietrostefani e, senza citarli, gli allora responsabili del servizio d'ordine di Lc, Luigi Manconi e Nini Briglia (se non andiamo errati). D'altra parte bisogna riconoscere a Manconi e a Briglia un comportamento lineare comune, nonostante militino su fronti opposti (uno già leader dei Verdi nel governo di centrosinistra e l'altro è ancora direttore generale dei periodici Mondatori): cioè, una sobria, anzi muta difesa del teorema Sofri: del delitto Calabresi nessuno deve sapere niente. E' successo? Amen.
Articolo di Giampiero Mughini per "Sette" in edicola domani.
Caro direttore,
c'è che di tutte le tragedie italiane degli anni Settanta questa dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, è quella che più dura e devasta. A quasi trent'anni dall'omicidio del trentatreenne commissario milanese, e mentre adesso sono liberi gli assassini di Walter Tobagi o di Aldo Moro, c'è un uomo di 59 anni, Adriano Sofri, racchiuso da quattro anni in un carcere pisano che grida disperatamente la sua innocenza.
Così come mi ha avvilito vedere sui giornali le foto di Ovidio Bompressi com'è oggi, lui che è stato giudicato colpevole di aver premuto il grilletto alle spalle del commissario, e mentre il ministro della Giustizia s'è rifiutato persino di inoltrare la sua domanda di grazia al Presidente della Repubblica. Trent'anni fa, una vita. E difatti Giorgio Pietrostefani, il terzo dei militanti di Lotta continua ritenuti responsabili dell'omicidio, può vivere indisturbato in Francia, perché lì dopo vent'anni un omicidio cade in prescrizione.
Trent'anni, e quando i presunti colpevoli non hanno più relazione alcuna con quello che erano stati al tempo dell'odio e del furore. E quando la bellissima famiglia del commissario Calabresi, Gemma e i suoi tre figli e il suo secondo marito Tonino Milite, non si opporrebbe a un provvedimento di clemenza, un provvedimento che non smentisce la sentenza dei giudici ma va oltre, umanamente e giuridicamente, quella sentenza. Quanto ad Adriano Sofri, che conosco e con cui litigo da trent'anni, il più fraternamente possibile gli auguro di potersene tornare presto alla sua donna, ai suoi figli, al suo cane, alla sua casa fiorentina imbandita di libri, al poter usare da libero la sua frastornante intelligenza.
Detto questo - ma lo avevo detto un centinaio di volte in questi ultimi dieci anni -, che la mia intervista a Sette di un paio di settimane fa sia stata definita "chiacchiere distratte" dal Foglio mi spiace. Me ne correggo: mi spiace molto. Me ne correggo ancora: un po' mi offende.
Che cosa avevo detto, nell'intervista in cui Claudio Sabelli Fioretti mi aveva così intelligentemente interrogato e incalzato? Nei modi bruschi che sono propri di un'intervista, avevo reso esplicito quello che avevo adombrato in un mio libro di un paio di anni fa, Il grande disordine, un libro che si era guadagnato gli elogi di un Gad Lerner o di un Marco Boato. Dicevo che alla tesi secondo cui il "pentimento" di Leonardo Marino è stato architettato e inventato da carabinieri, magistrati e "comunisti" io non credo minimamente.
Nel mio giudizio e nella mia ipotesi, Marino non è un Richard Burton o un Vittorio Gassmann che recita innanzi a giurie e corti di tribunali un ruolo che gli è stato dettato in una caserma dei carabinieri o in un'aula istruttoria ignobili più che non la caserma di Bolzaneto, e dove un magistrato come Federico Pomarici starebbe compiendo qualcosa di moralmente ignobile né più né meno che il Calabresi che avrebbe torturato a morte il povero Giuseppe Pinelli. A questa panzana io non ho mai creduto. Nove su dieci, Leonardo Marino a via Cherubini il 17 maggio c'era davvero. Come mai, ha scritto una volta Marino, se io non ero a Milano quella mattina nessuno può testimoniare di avermi incontrato a Torino, lì dove vivevo e dove tutti mi conoscevano?
Certo che il suo "pentimento" è stato lubrificato da carabinieri e fors'anche da magistrati, che gli hanno promesso qualcosa in cambio di qualcosa. Certo che quel "pentimento" ha alla sua origine ragioni moralmente dubbie e contraddittorie. Certo che il personaggio non è di quelli che lasciano il suo marchio nell'immaginazione pubblica. Solo che il suo "pentimento" non è inventato di sana pianta. Così l'hanno giudicato i giudici di sette successive corti italiane. Così lo giudicò il cronista dell' Unità decano quanto ad esperienze di tribunali, Ibio Paolucci, il quale dichiarò una volta che la testimonianza di Marino gli sembrava "insuperabile". Così la pensano la grandissima parte delle persone che conosco. Perché la realtà dei fatti è molto lontana dalla sovrarappresentazione del fronte innocentista quale risulta da molti giornali, e dalla eccezionale irradiazione morale che su quei giornali esercita la firma di Adriano Sofri.
La realtà dei fatti è che il fronte innocentista è largamente minoritario nella stessa società intellettuale. E siccome sono uno molto "elegante", a Luca Sofri che mi ha dato del "killer", non farò la lista di quanti mi hanno espresso la loro solidarietà per le cose che avevo detto a Sabelli Fioretti. E' una lista che lo stupirebbe, e per la sua lunghezza e per i nomi che ne fanno parte.
Se Marino ha detto la verità, o meglio una parte di verità, è difficile pensare che Ovidio Bompressi a via Cherubini non ci fosse. Se per ragioni psicanalitiche è plausibile credere a un risentimento di Marino nei confronti di Sofri, di uno che lui credeva incontrasse ogni sera Florinda Bolkan nei "salotti", non si capisce proprio perché in una tale catastrofe lui abbia messo dentro il nome di Bompressi, uno certo sconosciuto ai carabinieri, ai magistrati e ai "comunisti" che gli stavano dettando un romanzo degno di Honoré de Balzac.
Perché avrebbe dovuto mettere dentro quel nome e aggiungere la chicca che quando tornò dall'esecuzione, si sedette in macchina e pronunciò un "che schifo!"? La penso esattamente come Claudio Rinaldi. Nove su dieci, Bompressi a via Cherubini c'era. E difatti a difesa della sua innocenza io non ho mai speso una sola parola. Ciò che non smussa di una sola virgola il mio desiderio e il mio augurio che lui sia oggetto di un provvedimento di clemenza.
Ecco esplicitato il senso dell'espressione "commando di Lotta continua" che avevo usato con Sabelli Fioretti. Non certo un commando che era stato formato e addestrato ad hoc, all'uccidere commissari di polizia, ma un commando che era nato dalle viscere della Lotta continua del 1972, dalle sue febbri e dai suoi furori eversivi, dall'ossessione di quella campagna anti-Calabresi che non aveva alcun fondamento di fatto.
E' stato un tempo, ha scritto Erri De Luca, lo scrittore napoletano che negli anni Settanta era a capo del servizio d'ordine romano di Lc, in cui "ciascuno di noi" avrebbe potuto uccidere Calabresi. E' stato un tempo del "chiodo", del trafiggere e del fare male, e non del "nodo", che si può sciogliere senza lasciare traccia e vulnerazione, come ha scritto Sofri in un suo bellissimo libro che pochi dei suoi fan hanno letto. E' stato un tempo, mi ha detto una volta Gianfranco Bolis (uno dei dirigenti storici di Lc), in cui abbiamo rasentato l'abisso.
Il tempo in cui era del tutto naturale che militanti di Lc dessero l'assalto alla federazione del Msi di Torino, e finì a bottiglie molotov e fucilate. E Daniela Garavini, l'allora compagna di Guido Viale, da latitante si rifugiò nei "bassifondi" rappresentati da casa mia, a riprendere l'espressione che mi ha rivolto Enrico Deaglio, ex direttore di Lotta continua e attuale direttore del Diario, uno la cui antropologia intellettuale fosca e jattante non smette di stupirmi.
Certo, che ci sono almeno dieci persone che "sanno". Possibile che di tutti gli agguati terroristi sappiamo ogni sfumatura, e chi vi prese parte, e se i revoler inizialmente si incepparono, e chi sparò e che cosa disse mentre sparava, e invece niente dell'agguato di via Cherubini? L'ipotesi più probabile, nove su dieci, è che chi sa tace. Possibile che non ne sappiano nulla quelli che in quel momento stavano scherzando con il fuoco, Giorgio Pietrostefani uno di questi? Non ne sa nulla quello che era allora il capo del servizio d'ordine nazionale di Lc o quello che era il capo del servizio d'ordine milanese?
Nessuno sa nulla. Gli assassini sono venuti dal nulla. In trent'anni che dura questa tragedia mai un indizio, mai un pentito, mai una lettera anonima, mai un'orgogliosa rivendicazione che connotino un "altrove" rispetto a quello delineato da Marino. Certo che in linea di principio gli assassini avrebbero potuto essere, tanto per fare un'ipotesi plausibile, dei "feltrinelliani", un gruppo che dell'uccidere Calabresi ne faceva uno stemma. Ma com'è che quando i feltrinelliani hanno organizzato l'agguato al console boliviano ad Amburgo, uno che era stato corresponsabile dell'assassinio di Che Guevara, hanno lasciato la loro firma in quell'agguato e invece niente su Calabresi?
Fin qui le mie ipotesi. Oltre non vado di un centimentro. Non credo affatto che ci sia stato un "ordine" dall'alto; meno che mai che i dirigenti di Lc si siano riuniti e abbiano alzato il ditino, chi a chiedere la morte di Calabresi chi no. Così come non esistono prove, a parte la parola di Marino, che quel sabato pisano, e mentre stava smettendo di piovere (ero lì, a poche decine di metri), Sofri sia sceso dal palco dove aveva commemorato Franco Serantini e gli abbia mormorato un "Vai e uccidi!". Questo mai lo crederò.
GIAMPIERO MUGHINI
Ps. Fu Adriano Sofri, una mattina di trent'anni, a venire a casa mia e chiedermi di fare da "direttore responsabile" di alcuni loro giornali. Direttore responsabile significa che è responsabile di fronte alla legge, ma che non ha nulla a che vedere con la fattura del giornale. Ne ho avuti 24 processi, tre condanne, e sempre mi sono pagato da me le spese processuali. Ricordo che, per assurgere a carica spinosa, dovevo fare un atto notarile di cui non avevo i soldi a un tempo in cui riuscivo a mangiare una volta al giorno. Quelli di Lc mi mandarono una busta con dentro cinquemila lire. L'atto notarile me ne costò 1500 e io lo rimandai indietro assieme a 3500 lire di francobolli. Dopo una quindicina di giorni mi telefonarono da Lc lamentandosi che non avessi fatto nulla. Risposi che avevo mandato e l'atto notarile e quel che non avevo speso. A quel punto sentii un urlo. Uno che stava accanto a chi mi aveva telefonato s'era ricordato in quel momento che la mia lettera l'aveva ricevuta, se l'era messa in tasca e se l'era completamente dimenticata. Così erano quelli di Lc: tumultuosi, generosi, anarchici, lievemente scombinati. Di aver fatto loro da direttore responsabile sono e resto orgoglioso. Così come di aver detto a Sabelli Fioretti le cose che ho detto.
Copyright "Sette", supplemento del Corriere della Sera
INDICE DELLE PUNTATE:
Il delitto Calabresi 1
Il delitto Calabresi 2
Il delitto Calabresi 3
Il delitto Calabresi 4
Il delitto Calabresi 5
Il delitto Calabresi 6
Il delitto Calabresi 7
Il delitto Calabresi 8
Dagospia.com 22 Agosto 2001
Articolo di Giampiero Mughini per "Sette" in edicola domani.
Caro direttore,
c'è che di tutte le tragedie italiane degli anni Settanta questa dell'assassinio del commissario Luigi Calabresi, il 17 maggio 1972, è quella che più dura e devasta. A quasi trent'anni dall'omicidio del trentatreenne commissario milanese, e mentre adesso sono liberi gli assassini di Walter Tobagi o di Aldo Moro, c'è un uomo di 59 anni, Adriano Sofri, racchiuso da quattro anni in un carcere pisano che grida disperatamente la sua innocenza.
Così come mi ha avvilito vedere sui giornali le foto di Ovidio Bompressi com'è oggi, lui che è stato giudicato colpevole di aver premuto il grilletto alle spalle del commissario, e mentre il ministro della Giustizia s'è rifiutato persino di inoltrare la sua domanda di grazia al Presidente della Repubblica. Trent'anni fa, una vita. E difatti Giorgio Pietrostefani, il terzo dei militanti di Lotta continua ritenuti responsabili dell'omicidio, può vivere indisturbato in Francia, perché lì dopo vent'anni un omicidio cade in prescrizione.
Trent'anni, e quando i presunti colpevoli non hanno più relazione alcuna con quello che erano stati al tempo dell'odio e del furore. E quando la bellissima famiglia del commissario Calabresi, Gemma e i suoi tre figli e il suo secondo marito Tonino Milite, non si opporrebbe a un provvedimento di clemenza, un provvedimento che non smentisce la sentenza dei giudici ma va oltre, umanamente e giuridicamente, quella sentenza. Quanto ad Adriano Sofri, che conosco e con cui litigo da trent'anni, il più fraternamente possibile gli auguro di potersene tornare presto alla sua donna, ai suoi figli, al suo cane, alla sua casa fiorentina imbandita di libri, al poter usare da libero la sua frastornante intelligenza.
Detto questo - ma lo avevo detto un centinaio di volte in questi ultimi dieci anni -, che la mia intervista a Sette di un paio di settimane fa sia stata definita "chiacchiere distratte" dal Foglio mi spiace. Me ne correggo: mi spiace molto. Me ne correggo ancora: un po' mi offende.
Che cosa avevo detto, nell'intervista in cui Claudio Sabelli Fioretti mi aveva così intelligentemente interrogato e incalzato? Nei modi bruschi che sono propri di un'intervista, avevo reso esplicito quello che avevo adombrato in un mio libro di un paio di anni fa, Il grande disordine, un libro che si era guadagnato gli elogi di un Gad Lerner o di un Marco Boato. Dicevo che alla tesi secondo cui il "pentimento" di Leonardo Marino è stato architettato e inventato da carabinieri, magistrati e "comunisti" io non credo minimamente.
Nel mio giudizio e nella mia ipotesi, Marino non è un Richard Burton o un Vittorio Gassmann che recita innanzi a giurie e corti di tribunali un ruolo che gli è stato dettato in una caserma dei carabinieri o in un'aula istruttoria ignobili più che non la caserma di Bolzaneto, e dove un magistrato come Federico Pomarici starebbe compiendo qualcosa di moralmente ignobile né più né meno che il Calabresi che avrebbe torturato a morte il povero Giuseppe Pinelli. A questa panzana io non ho mai creduto. Nove su dieci, Leonardo Marino a via Cherubini il 17 maggio c'era davvero. Come mai, ha scritto una volta Marino, se io non ero a Milano quella mattina nessuno può testimoniare di avermi incontrato a Torino, lì dove vivevo e dove tutti mi conoscevano?
Certo che il suo "pentimento" è stato lubrificato da carabinieri e fors'anche da magistrati, che gli hanno promesso qualcosa in cambio di qualcosa. Certo che quel "pentimento" ha alla sua origine ragioni moralmente dubbie e contraddittorie. Certo che il personaggio non è di quelli che lasciano il suo marchio nell'immaginazione pubblica. Solo che il suo "pentimento" non è inventato di sana pianta. Così l'hanno giudicato i giudici di sette successive corti italiane. Così lo giudicò il cronista dell' Unità decano quanto ad esperienze di tribunali, Ibio Paolucci, il quale dichiarò una volta che la testimonianza di Marino gli sembrava "insuperabile". Così la pensano la grandissima parte delle persone che conosco. Perché la realtà dei fatti è molto lontana dalla sovrarappresentazione del fronte innocentista quale risulta da molti giornali, e dalla eccezionale irradiazione morale che su quei giornali esercita la firma di Adriano Sofri.
La realtà dei fatti è che il fronte innocentista è largamente minoritario nella stessa società intellettuale. E siccome sono uno molto "elegante", a Luca Sofri che mi ha dato del "killer", non farò la lista di quanti mi hanno espresso la loro solidarietà per le cose che avevo detto a Sabelli Fioretti. E' una lista che lo stupirebbe, e per la sua lunghezza e per i nomi che ne fanno parte.
Se Marino ha detto la verità, o meglio una parte di verità, è difficile pensare che Ovidio Bompressi a via Cherubini non ci fosse. Se per ragioni psicanalitiche è plausibile credere a un risentimento di Marino nei confronti di Sofri, di uno che lui credeva incontrasse ogni sera Florinda Bolkan nei "salotti", non si capisce proprio perché in una tale catastrofe lui abbia messo dentro il nome di Bompressi, uno certo sconosciuto ai carabinieri, ai magistrati e ai "comunisti" che gli stavano dettando un romanzo degno di Honoré de Balzac.
Perché avrebbe dovuto mettere dentro quel nome e aggiungere la chicca che quando tornò dall'esecuzione, si sedette in macchina e pronunciò un "che schifo!"? La penso esattamente come Claudio Rinaldi. Nove su dieci, Bompressi a via Cherubini c'era. E difatti a difesa della sua innocenza io non ho mai speso una sola parola. Ciò che non smussa di una sola virgola il mio desiderio e il mio augurio che lui sia oggetto di un provvedimento di clemenza.
Ecco esplicitato il senso dell'espressione "commando di Lotta continua" che avevo usato con Sabelli Fioretti. Non certo un commando che era stato formato e addestrato ad hoc, all'uccidere commissari di polizia, ma un commando che era nato dalle viscere della Lotta continua del 1972, dalle sue febbri e dai suoi furori eversivi, dall'ossessione di quella campagna anti-Calabresi che non aveva alcun fondamento di fatto.
E' stato un tempo, ha scritto Erri De Luca, lo scrittore napoletano che negli anni Settanta era a capo del servizio d'ordine romano di Lc, in cui "ciascuno di noi" avrebbe potuto uccidere Calabresi. E' stato un tempo del "chiodo", del trafiggere e del fare male, e non del "nodo", che si può sciogliere senza lasciare traccia e vulnerazione, come ha scritto Sofri in un suo bellissimo libro che pochi dei suoi fan hanno letto. E' stato un tempo, mi ha detto una volta Gianfranco Bolis (uno dei dirigenti storici di Lc), in cui abbiamo rasentato l'abisso.
Il tempo in cui era del tutto naturale che militanti di Lc dessero l'assalto alla federazione del Msi di Torino, e finì a bottiglie molotov e fucilate. E Daniela Garavini, l'allora compagna di Guido Viale, da latitante si rifugiò nei "bassifondi" rappresentati da casa mia, a riprendere l'espressione che mi ha rivolto Enrico Deaglio, ex direttore di Lotta continua e attuale direttore del Diario, uno la cui antropologia intellettuale fosca e jattante non smette di stupirmi.
Certo, che ci sono almeno dieci persone che "sanno". Possibile che di tutti gli agguati terroristi sappiamo ogni sfumatura, e chi vi prese parte, e se i revoler inizialmente si incepparono, e chi sparò e che cosa disse mentre sparava, e invece niente dell'agguato di via Cherubini? L'ipotesi più probabile, nove su dieci, è che chi sa tace. Possibile che non ne sappiano nulla quelli che in quel momento stavano scherzando con il fuoco, Giorgio Pietrostefani uno di questi? Non ne sa nulla quello che era allora il capo del servizio d'ordine nazionale di Lc o quello che era il capo del servizio d'ordine milanese?
Nessuno sa nulla. Gli assassini sono venuti dal nulla. In trent'anni che dura questa tragedia mai un indizio, mai un pentito, mai una lettera anonima, mai un'orgogliosa rivendicazione che connotino un "altrove" rispetto a quello delineato da Marino. Certo che in linea di principio gli assassini avrebbero potuto essere, tanto per fare un'ipotesi plausibile, dei "feltrinelliani", un gruppo che dell'uccidere Calabresi ne faceva uno stemma. Ma com'è che quando i feltrinelliani hanno organizzato l'agguato al console boliviano ad Amburgo, uno che era stato corresponsabile dell'assassinio di Che Guevara, hanno lasciato la loro firma in quell'agguato e invece niente su Calabresi?
Fin qui le mie ipotesi. Oltre non vado di un centimentro. Non credo affatto che ci sia stato un "ordine" dall'alto; meno che mai che i dirigenti di Lc si siano riuniti e abbiano alzato il ditino, chi a chiedere la morte di Calabresi chi no. Così come non esistono prove, a parte la parola di Marino, che quel sabato pisano, e mentre stava smettendo di piovere (ero lì, a poche decine di metri), Sofri sia sceso dal palco dove aveva commemorato Franco Serantini e gli abbia mormorato un "Vai e uccidi!". Questo mai lo crederò.
GIAMPIERO MUGHINI
Ps. Fu Adriano Sofri, una mattina di trent'anni, a venire a casa mia e chiedermi di fare da "direttore responsabile" di alcuni loro giornali. Direttore responsabile significa che è responsabile di fronte alla legge, ma che non ha nulla a che vedere con la fattura del giornale. Ne ho avuti 24 processi, tre condanne, e sempre mi sono pagato da me le spese processuali. Ricordo che, per assurgere a carica spinosa, dovevo fare un atto notarile di cui non avevo i soldi a un tempo in cui riuscivo a mangiare una volta al giorno. Quelli di Lc mi mandarono una busta con dentro cinquemila lire. L'atto notarile me ne costò 1500 e io lo rimandai indietro assieme a 3500 lire di francobolli. Dopo una quindicina di giorni mi telefonarono da Lc lamentandosi che non avessi fatto nulla. Risposi che avevo mandato e l'atto notarile e quel che non avevo speso. A quel punto sentii un urlo. Uno che stava accanto a chi mi aveva telefonato s'era ricordato in quel momento che la mia lettera l'aveva ricevuta, se l'era messa in tasca e se l'era completamente dimenticata. Così erano quelli di Lc: tumultuosi, generosi, anarchici, lievemente scombinati. Di aver fatto loro da direttore responsabile sono e resto orgoglioso. Così come di aver detto a Sabelli Fioretti le cose che ho detto.
Copyright "Sette", supplemento del Corriere della Sera
INDICE DELLE PUNTATE:
Dagospia.com 22 Agosto 2001