L'INFERNO DEL POTERE PERDUTO - L'ITALIA DEI MARAMALDI CONGEDA CESARONE: TRA I TANTI BENEFICIATI (BANCHIERI, FINANZIERI, GIORNALISTI), NESSUNO HA PROFFERITO VERBO - ALTRO "CADUTO", ANTONIO D'AMATO, BOCCIATO COME L'ULTIMO PARVENU.

Da Il Riformista


Fabrizio Maramaldo, calabrese o napoletano non si è mai saputo bene, chiamato anche Fabrizio Maramau o Fabrizio Maraman a secondo che fosse al servizio di Ferdinando d'Avalos marchese di Pescara, dei Gonzaga di Mantova o di Carlo V, era un valente capitano e un celebrato cortigiano. Venne accusato di aver infierito sull'inerme Francesco Ferrucci (ricordate «Vile, tu uccidi un uomo morto») mentre aveva solo detto ai suoi «ammazzatelo chillo poltrone per l'anima del tamborino quale impiccò a Volterra», perché insomma anche il capitano delle «Bande Nere» non era poi uno stinco di santo.

Maramaldo fu un protagonista della storia d'Italia e d'Europa nella prima metà del '500. Conteso da Ginevra Pallavicini e Chiara Visconti, decorato dall'imperatore che gli donò il castello del principe d'Orange e lo nominò suo ciambellano. Finché non morì a Napoli nel 1552 e venne sepolto a san Domenico Maggiore. Per i suoi tempi fu un eroe. Tranne che per la plebe napoletana che lo trasformò nella maschera del gaudente epicureo. Dal Risorgimento in poi, Maramaldo divenne l'archetipo dell'italiano forte coi deboli e debole coi forti. Un carattere nazionale che si ripresenta puntuale ad ogni occasione.

Prendiamo Cesare Romiti. Già Master of the Universe, il manager più potente e celebrato, non solo quando era alla Fiat, ma anche come presidente della Rcs, dominus al Corriere della sera (e in Mediobanca), artefice potenziale di una nuova famiglia di capitalisti. Fino a pochi giorni fa, quando tutti lo davano per proprietario di Wind e fondatore di una merchant bank da rivaleggiare con piazzetta Cuccia (o quasi).



Poi, ridimensionato al Corsera, in pratica (super) liquidato, inciampa su un'altra vicenda di famiglia (il figlio Piergiorgio, capo di Impregilo, indagato per falso in bilancio). La Borsa si accanisce e fa perdere il 40% al titolo. Mentre penne epiche e vagabonde raccontano la resistibile ascesa e l'irresistibile caduta, anzi «disfatta», della dinastia non ancora fondata.

Tra i tanti alla sua corte (banchieri, finanzieri, giornalisti), i tanti beneficiati (con presidenze, direzioni, rubriche e uffici di corrispondenza) nessuno ha profferito verbo. Ferito, «Cesarone» (come lo chiamavano gli allora tanti amici) è partito per la Cina, convinto di essere stato pugnalato alle spalle.

Un altro Maramaldo (quello storico) trasformato in Ferrucci, è Antonio D'Amato. Il Circolo Italia il più aristocratico (anche se un po' polveroso) di Napoli, ha bocciato la domanda di iscrizione dell'imprenditore nonostante fosse stato presentato nientemeno che da Piero Piromallo Capece Piscicelli duca di Capocotta (e ci fermiamo qua).

Evidentemente si maramaldeggia anche nei quartieri alti, non solo nei bassi della finanza e dell'informazione.


Dagospia 26 Novembre 2004