GERONZI D'ITALIA - LA RINASCITA DEL PRESIDENTE DI CAPITALIA DALL'ASSEDIO GIUDIZIARIO ALLA STANZA DEI BOTTONI: DA MEDIOBANCA A RCS, DA TELECOM A CALTAGIRONE, E' DI NUOVO IL GRAN BURATTINAIO DEI POTERI FOTTUTI.
Luca Iezzi per Il Riformista
Cesare Geronzi chiude il 2005 aggiungendo alla vicepresidenza di Mediobanca l'ingresso nei patti di sindacato di Rcs e della nuova Pirelli che dopo la fusione Telecom-Tim si avvia ad un futuro da holding del più grande gruppo privato italiano. A sorpresa, l'uomo che nel 2005 ha più accresciuto il proprio potere nel capitalismo italiano è proprio lui, il banchiere che più divide l'Italia degli affari.
Nel mondo dei salotti buoni della finanza, dove peraltro i frequentatori tendono ad essere drammaticamente sempre gli stessi, nessuno può annoverare una frequentazione così assidua delle più importanti sale dei bottoni dell'establishment (meglio dei lanciatissimi Montezemolo o Della Valle). Sorprendente se si pensa che il presidente di Capitalia ha passato i primi sei mesi dell'anno a lottare strenuamente per evitare di venir travolto dagli scandali Cirio e Parmalat con tanto di avvisi di garanzia, indagini, e la sensazione diffusa, a momenti molto insistente, che il banchiere di Marino fosse veramente arrivato al capolinea.
E' successo esattamente il contrario, l'errore più grosso che si può fare con Cesare Geronzi è dare per scontato che si fossilizzi in un sistema di alleanze e ne condivida il destino. Invece, da grande giocatore, Geronzi ha capito di non avere una buona mano e in pochi mesi ha rimescolato tutte le carte.
La risalita è cominciata con la defenestrazione di Giulio Tremonti (a cui non è stato estraneo un altro andreottiano come lui, Gianni Letta). Così, appena la morsa della magistratura si è fatta meno intensa, Geronzi ha iniziato una tessitura tutta nuova: ha mollato Alessandro Profumo e spezzato l'asse con Unicredit per dialogare con i francesi in Mediobanca. Da emulo di Enrico Cuccia, Geronzi ha usato Mediobanca per riposizionarsi.
Il riassetto di Rcs di giugno scorso è servito a due scopi: far capire al presidente di Piazzetta Cuccia, Gabriele Galateri, che la tradizionale totale autonomia del management rispetto al consiglio di amministrazione è roba del passato (tramontato con Maranghi); e a far entrare direttamente Capitalia nel patto di sindacato di via Solferino. Lì è iniziata una proficua collaborazione con Giovanni Bazoli, che ha avuto una ricaduta importante proprio in questi giorni. Saranno proprio Capitalia e Banca Intesa i due istituti nazionali di riferimento della galassia Tronchetti all'indomani della fusione Telecom-Tim.
Insomma, capolavoro di trasversalità, Geronzi ha riaperto una porta verso il vecchio amico (e debitore) Silvio Berlusconi grazie al fatto che i due ormai hanno tanti di quei soci in comune (Tarak Ben Ammar, Ennio Doris e Vincent Bollorè in Mediobanca, Ligresti in Rcs). E, al tempo stesso, sulle grandi questioni (Fiat, Rcs, Telecom) si muove sempre più in sintonia con il prodiano Bazoli, anche se questo significa fare la faccia cattiva con un vecchio leone come Cesare Romiti che vede aggravarsi i problemi finanziari della sua Impregilo non tanto per i rovesci giudiziari, quanto per inconsueta intransigenza degli istituti bancari nei suoi confronti.
Tutta funzionale (e tutt'altro che scontata e duratura) è anche l'intesa interna con il giovane amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe: piace al mercato e rassicura gli analisti (storicamente mai teneri con i conti della banca romana) e per questo Cesare, impegnato a difendersi personalemente, gli ha lasciato molto potere all'interno del gruppo.
Capito il personaggio non può stupire che, al contrario, l'amicizia più indissolubile, quella con il governatore Antonio Fazio, non gli impedisca di contrariarlo quando i loro interessi divergano. Banca Antoveneta per esempio, che il governatore vedrebbe ben maritata con la popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani e che Geronzi vorrebbe annettere a Capitalia anche a costo di vedere gli azionisti olandesi di Abn Amro (presenti in entrambi le banche) crescere ben oltre i desiderata di Via Nazionale.
Né a questo punto devono sorprendere le voci sempre più insistenti di un avvicinamento tra Geronzi e Francesco Gaetano Caltagirone (i rapporti tra i due non sono mai stati buoni), proprio mentre quest'ultimo è impegnato in una serie di avventure non da poco: sfilare Il Gazzettino ai Benetton e soprattutto conquistare la Banca Nazionale del Lavoro. Visto che un'integrazione Capitalia-Bnl avrebbe poco senso industriale, resta da capire quale sia l'interesse del presidente Geronzi a favorire un esito piuttosto che un altro. Ennesima bolla di sapone? Forse, ma coerente con l'idea che per il banchiere di Marino nessun rapporto è mai troppo consolidato, o compromesso, per trasformarsi nel suo contrario.
Fintanto che nel capitalismo italiano la statura degli uomini si misurerà sulla capacità di perseguire i propri interessi, Geronzi avrà una marcia in più. In un mondo dove i lupi si divertono a travestirsi da agnelli e viceversa, ha scelto il ruolo del cacciatore dalla mira infallibile e dalla vista molto lunga. Si è spesso scritto che la sua grande ambizione, il suo sogno, fosse assumere l'eredità di Enrico Cuccia. E se, invece, avesse preso quella di Giulio Andreotti?
Dagospia 09 Dicembre 2004
Cesare Geronzi chiude il 2005 aggiungendo alla vicepresidenza di Mediobanca l'ingresso nei patti di sindacato di Rcs e della nuova Pirelli che dopo la fusione Telecom-Tim si avvia ad un futuro da holding del più grande gruppo privato italiano. A sorpresa, l'uomo che nel 2005 ha più accresciuto il proprio potere nel capitalismo italiano è proprio lui, il banchiere che più divide l'Italia degli affari.
Nel mondo dei salotti buoni della finanza, dove peraltro i frequentatori tendono ad essere drammaticamente sempre gli stessi, nessuno può annoverare una frequentazione così assidua delle più importanti sale dei bottoni dell'establishment (meglio dei lanciatissimi Montezemolo o Della Valle). Sorprendente se si pensa che il presidente di Capitalia ha passato i primi sei mesi dell'anno a lottare strenuamente per evitare di venir travolto dagli scandali Cirio e Parmalat con tanto di avvisi di garanzia, indagini, e la sensazione diffusa, a momenti molto insistente, che il banchiere di Marino fosse veramente arrivato al capolinea.
E' successo esattamente il contrario, l'errore più grosso che si può fare con Cesare Geronzi è dare per scontato che si fossilizzi in un sistema di alleanze e ne condivida il destino. Invece, da grande giocatore, Geronzi ha capito di non avere una buona mano e in pochi mesi ha rimescolato tutte le carte.
La risalita è cominciata con la defenestrazione di Giulio Tremonti (a cui non è stato estraneo un altro andreottiano come lui, Gianni Letta). Così, appena la morsa della magistratura si è fatta meno intensa, Geronzi ha iniziato una tessitura tutta nuova: ha mollato Alessandro Profumo e spezzato l'asse con Unicredit per dialogare con i francesi in Mediobanca. Da emulo di Enrico Cuccia, Geronzi ha usato Mediobanca per riposizionarsi.
Il riassetto di Rcs di giugno scorso è servito a due scopi: far capire al presidente di Piazzetta Cuccia, Gabriele Galateri, che la tradizionale totale autonomia del management rispetto al consiglio di amministrazione è roba del passato (tramontato con Maranghi); e a far entrare direttamente Capitalia nel patto di sindacato di via Solferino. Lì è iniziata una proficua collaborazione con Giovanni Bazoli, che ha avuto una ricaduta importante proprio in questi giorni. Saranno proprio Capitalia e Banca Intesa i due istituti nazionali di riferimento della galassia Tronchetti all'indomani della fusione Telecom-Tim.
Insomma, capolavoro di trasversalità, Geronzi ha riaperto una porta verso il vecchio amico (e debitore) Silvio Berlusconi grazie al fatto che i due ormai hanno tanti di quei soci in comune (Tarak Ben Ammar, Ennio Doris e Vincent Bollorè in Mediobanca, Ligresti in Rcs). E, al tempo stesso, sulle grandi questioni (Fiat, Rcs, Telecom) si muove sempre più in sintonia con il prodiano Bazoli, anche se questo significa fare la faccia cattiva con un vecchio leone come Cesare Romiti che vede aggravarsi i problemi finanziari della sua Impregilo non tanto per i rovesci giudiziari, quanto per inconsueta intransigenza degli istituti bancari nei suoi confronti.
Tutta funzionale (e tutt'altro che scontata e duratura) è anche l'intesa interna con il giovane amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe: piace al mercato e rassicura gli analisti (storicamente mai teneri con i conti della banca romana) e per questo Cesare, impegnato a difendersi personalemente, gli ha lasciato molto potere all'interno del gruppo.
Capito il personaggio non può stupire che, al contrario, l'amicizia più indissolubile, quella con il governatore Antonio Fazio, non gli impedisca di contrariarlo quando i loro interessi divergano. Banca Antoveneta per esempio, che il governatore vedrebbe ben maritata con la popolare di Lodi di Gianpiero Fiorani e che Geronzi vorrebbe annettere a Capitalia anche a costo di vedere gli azionisti olandesi di Abn Amro (presenti in entrambi le banche) crescere ben oltre i desiderata di Via Nazionale.
Né a questo punto devono sorprendere le voci sempre più insistenti di un avvicinamento tra Geronzi e Francesco Gaetano Caltagirone (i rapporti tra i due non sono mai stati buoni), proprio mentre quest'ultimo è impegnato in una serie di avventure non da poco: sfilare Il Gazzettino ai Benetton e soprattutto conquistare la Banca Nazionale del Lavoro. Visto che un'integrazione Capitalia-Bnl avrebbe poco senso industriale, resta da capire quale sia l'interesse del presidente Geronzi a favorire un esito piuttosto che un altro. Ennesima bolla di sapone? Forse, ma coerente con l'idea che per il banchiere di Marino nessun rapporto è mai troppo consolidato, o compromesso, per trasformarsi nel suo contrario.
Fintanto che nel capitalismo italiano la statura degli uomini si misurerà sulla capacità di perseguire i propri interessi, Geronzi avrà una marcia in più. In un mondo dove i lupi si divertono a travestirsi da agnelli e viceversa, ha scelto il ruolo del cacciatore dalla mira infallibile e dalla vista molto lunga. Si è spesso scritto che la sua grande ambizione, il suo sogno, fosse assumere l'eredità di Enrico Cuccia. E se, invece, avesse preso quella di Giulio Andreotti?
Dagospia 09 Dicembre 2004