CAFONALINO - ANSELM KIEFER, DOPO LA CATASTROFE DEL NAZISMO - COME E' DURO, PER IL PIU' GRANDE ARTISTA CONTEMPORANEO, FARE I CONTI CON LA STORIA DELLA PROPRIA PATRIA.
Reportage di Umberto Pizzi all'anteprima Kiefer a Villa Medici
1 - ANSELM KIEFER, DOPO LA CATASTROFE
Graziella Lonardi Buontempo, Consulente per la programmazione delle attività contemporanee Villa Medici, Académie de France à Rome
Thomas Mann, nelle sue "Considerazioni di un impolitico"; scriveva che la Germania è sempre stata "il campo di battaglia dell'Europa", in senso fisico e, ancor più, metafisico, poiché i conflitti che sente la cultura tedesca sono ben poco nazionali, ma quasi sempre europei.
La Germania appare, allora corna una specie di Teatro del Destino, dove gli antagonismi simbolici di un intero continente vengono distillati fino a raggiungere la massima durezza speculativa e a scontrarsi senza speranza di composizione.
E' Il clima propizio alla catastrofe.
L'Europa della tragedia: storia tragica, mente tragica, rappresentazione tragica, è l'Europa tedesca. Dove si trova una concentrazione di uguale potenza intellettuale e violenza emotiva se non in Germania? E basterà a provarlo quello stringato elenco di nomi che va da Lessing a Kleist, da Schiller a Hölderlin, da Büchner a Wedekind, e poi Schopenhauer Nietzsche, Schmitt, Benjamin, Heidegger...
Il mondo tragico è tedesco, così come il più pacificato mondo romanzesco è anglo-francese. Alla rassicurante continuità narrativa e all'intreccio (il tempo della vita), lo spirito tragico oppone cesure, dilemmi, antinomie e crisi. Tutte occasioni perché si manifesti la verità, occultata dal torpore della normale amministrazione.
Anselm Kiefer viene, come artista, dopo la catastrofe, ma eredità la tragicità.
L'esame di coscienza che la Germania ha compiuto - con varia intensità e profondità - ha in Kiefer un testimone irriguardoso e solitario.
Un testimone che riattraversa il passato lontano e prossimo, citando o alludendo; lo ricompone secondo i sentieri della propria memoria, culturale ed emotiva, e questo è il tempo della "mise en scène" della catastrofe, che tutti riconoscono, in lui magistrale.
Ma accanto e dentro a questo tempo, insediato nella medesima "mise en scène", c'è il tempo delle allegorie private dov'è al lavoro il ricordo infantile, il ricordo biografico, il gioco delle analogie e dalle corrispondenze con la contemporaneità.
Nel cuore delle allegorie private si muove un principio di universalità che senza abolire l'emozione insostituibile del ricordo vivo vi aggiunge il plusvalore di intelligenza che appartiene al simbolo e al mito.
Il ricorso al mito, anch'esso essenziale all'anima tragica esperta di fatalità e di perennità - resa fecondissima quest'ultima dal ricco palinsesto delle interpretazioni e ri-creazioni - si manifesta ancora una volta nel suo splendore - dovrei dire piuttosto "fascinum" - in queste Frauen: Arria, Sappho, Melancholia, Medea, Elektra, Elizabeth, les Reines de France, die Frauen der Antike, esposte a Villa Medici.
Eroine, regine, femmes célèbres, dee e semi-dee si ergono con maestosità regale in un silenziar profondo, esaltate dall'umiltà dei materiali, officianti di una morte sublime, devote a un rigore imperioso e irraggiungibile, e veri semafori di un senso grandioso della vita, della natura e del cosmo che viene offerto a chi sa ancora usare lo spazio come una zona di contemplazione.
Solo lo stile della litania o dell'elencazione elogiativa potrebbero dar conto della pienezza di emozioni e di felicità estetica che suscitano in me questi lavori di Kiefer.
2 - COME E' DURO FARE I CONTI CON LA STORIA DELLA PROPRIA PATRIA
Cesare de Seta per la Repubblica
Nell'immaginario di Anselm Kiefer, artista di vena inesauribile, si agitano da sempre molti fantasmi che risalgono alla sua "nazione" di appartenenza. Nato nel 1943, mentre si consumavano gli ultimi spasmi della guerra e del nazismo, è tra coloro i quali hanno voluto e saputo fare i conti con la storia della sua patria.
L'Heimat pesa nella sua opera sin dagli esordi e rimanda ai miti di cui è intriso questo concetto di identità: nessuna nazione del Novecento ha dovuto misurarsi con la Shoah e i campi di sterminio, una così tragica vicenda non si cancella con un frego sulle pagine scritte col sangue e lo strazio di milioni di uomini; né vale, e Kiefer mi pare l'ha detto in più di un'occasione e prima di lui l'hanno detto intellettuali e romanzieri, celarsi dietro l´esile schermo del «noi a quel tempo non eravamo nati».
Il bene e il male di una storia collettiva si ereditano e Kiefer lo sa. La radice espressionista è il grande crogiolo dell´anima tedesca «nel secolo breve», è una forma e una poetica, l'espressionismo, che si palesa in maniera non affatto omogenee, quella di Kiefer è l'ultima e la meno «decorativa»: nel senso che di questa tradizione l´artista ha scelto la versione più radicale e la meno conciliante. Quando mise sulla scena mezzi di guerra usati dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe - tank, aerei, cannoni - lo fece con uno spirito radicalmente opposto a quello che animò Duchamp.
I perfetti marchingegni che portarono morte sono sculture? E' difficile usare la stessa parola che Alberti definì in De Statua: hanno una tale violenza evocativa questi strumenti di morte che è ozioso girarci attorno. In tutta l´opera di Kiefer, da qualunque parte la si guardi, c´è un grumo, un senso di caos dal quale emergono i miti non solo della sua Heimat, ma dell´intera umanità: dalle saghe delle Foresta Nera trascorre alla cabala biblica, alle origini del mondo e della storia.
In questo confronto-scontro l´artista mostra coraggio e energia sufficiente per misurarsi con i momenti eterni della vita: storia e natura, eros e tanatos, gioia e angoscia. Un poema visivo costruito con ogni genere di materiali, dal piombo all´argilla, al legno, dal bronzo agli stracci, dalla cellulosa alla carta, dalle vernici agli acrilici che pullulano dal caos primordiale. Feticci e immagini gravide di un senso della forma nella quale le canoniche distinzioni tra le arti si dissolve, coinvolgendo la stessa architettura: come ben si può vedere nel "teatro-totem" che ha costruito a Barjac o nella scenografia per l'Electra al teatro San Carlo nel quale il tema del container diviene scena e arena di solenne forza. Merito anche di Gioacchino Lanza Tomasi che l´invitò.
Non c´è dubbio che da quando vive nella dolce Francia, talune corde del suo temperamento nibelungico - ha vissuto per decenni ai margini della Foresta Nera - si sono come assopite: Anselm ha maturato un senso della vita assai diverso, ha sperimentato campi inondati di luce, di sole, di gioia di vivere che sono ben diversi dal terribilis dei suoi campi grigi, orlati di fili spinati e di torrette da lager. I miti dell'umanità sono una corrente che attraversa la sua produzione, come quella di Boeklin con le ninfe e i mostri marini, con il dio Pan che insegue muliebri figure per le foreste: ora il mito si incarna, nel senso proprio che assume forma, nelle Donne, «Die Frauen», dai miti antichi alla contemporaneità.
Un omaggio che prende corpo smagliante in una mostra che si snoda dagli spazi di Villa Medici fino all'Atelier del Bosco: nella sede dell´Accademia di Francia, in febbrili giorni di lavoro, Kiefer ha messo in scena un canto a molte voci con la femminilità per soggetto nelle sembianze mitiche e storiche. Dal mondo mitologico greco-romano emergono le eroine Medea, Electra, Dafne, Calipso, Olimpia, la vestale Claudia Quintia per ben due volte.
Tredici letti di piombo portano profonde fosse al mezzo: in esse è raccolta acqua, terra, sassi, rami che evocano forse il rito della nascita e della morte, in un rimescolare di elementi che sono simbolo dell'emergere della vita dal caos del nulla. Il mito di Dafne segna il passaggio dall'umano al mondo vegetale, la ninfa - una sagoma bianca a grandezza naturale - ha candide braccia, raffigurate nell´atto in cui Apollo le sta trasformando in arboscello. Saffo con la magia della sua poesia diviene libro monumentale e presenza d´amore: così il destino tragico di Electra matricida sodale di Oreste. A Ingeborg Bachmann è reso omaggio. E poi le Regine di Francia, dalle origini all´Ottocento, in una enorme composizione con cornici di piombo vuote e i loro nomi scritti lungo la contigua parete in ordine cronologico. Un´altra composizione è dedicata alle donne della rivoluzione: qui la calligrafia si fa pittura.
In una nicchia c'è Berenice composta con capelli, vetri, cartone e scritte a pennarello. Sono opere talune realizzate negli ultimi cinque anni, tal altre in questi giorni per la mostra inventata da Graziella Buontempo. Ci sono fogli a penna e acrilico, immagini montate su legno e trattate con ogni genere di materiali, libri di terra argillosa sulla quale è colato piombo fuso.
Nell´atelier del Boschetto accanto al giardino ritorna il tema del cosmo e delle costellazioni, accanto la lista di Apollodoro. Con la sua gestualità Kiefer compone uno spettacolo denso di ombre e di luci, con immagini che sono capaci di riproporci il dono, «largesse», con il quale l´eterno femminino ha reso più ricca e splendente l'umanità, in un miracolo di feconda creatività.
Dagospia 03 Febbraio 2005
1 - ANSELM KIEFER, DOPO LA CATASTROFE
Graziella Lonardi Buontempo, Consulente per la programmazione delle attività contemporanee Villa Medici, Académie de France à Rome
Thomas Mann, nelle sue "Considerazioni di un impolitico"; scriveva che la Germania è sempre stata "il campo di battaglia dell'Europa", in senso fisico e, ancor più, metafisico, poiché i conflitti che sente la cultura tedesca sono ben poco nazionali, ma quasi sempre europei.
La Germania appare, allora corna una specie di Teatro del Destino, dove gli antagonismi simbolici di un intero continente vengono distillati fino a raggiungere la massima durezza speculativa e a scontrarsi senza speranza di composizione.
E' Il clima propizio alla catastrofe.
L'Europa della tragedia: storia tragica, mente tragica, rappresentazione tragica, è l'Europa tedesca. Dove si trova una concentrazione di uguale potenza intellettuale e violenza emotiva se non in Germania? E basterà a provarlo quello stringato elenco di nomi che va da Lessing a Kleist, da Schiller a Hölderlin, da Büchner a Wedekind, e poi Schopenhauer Nietzsche, Schmitt, Benjamin, Heidegger...
Il mondo tragico è tedesco, così come il più pacificato mondo romanzesco è anglo-francese. Alla rassicurante continuità narrativa e all'intreccio (il tempo della vita), lo spirito tragico oppone cesure, dilemmi, antinomie e crisi. Tutte occasioni perché si manifesti la verità, occultata dal torpore della normale amministrazione.
Anselm Kiefer viene, come artista, dopo la catastrofe, ma eredità la tragicità.
L'esame di coscienza che la Germania ha compiuto - con varia intensità e profondità - ha in Kiefer un testimone irriguardoso e solitario.
Un testimone che riattraversa il passato lontano e prossimo, citando o alludendo; lo ricompone secondo i sentieri della propria memoria, culturale ed emotiva, e questo è il tempo della "mise en scène" della catastrofe, che tutti riconoscono, in lui magistrale.
Ma accanto e dentro a questo tempo, insediato nella medesima "mise en scène", c'è il tempo delle allegorie private dov'è al lavoro il ricordo infantile, il ricordo biografico, il gioco delle analogie e dalle corrispondenze con la contemporaneità.
Nel cuore delle allegorie private si muove un principio di universalità che senza abolire l'emozione insostituibile del ricordo vivo vi aggiunge il plusvalore di intelligenza che appartiene al simbolo e al mito.
Il ricorso al mito, anch'esso essenziale all'anima tragica esperta di fatalità e di perennità - resa fecondissima quest'ultima dal ricco palinsesto delle interpretazioni e ri-creazioni - si manifesta ancora una volta nel suo splendore - dovrei dire piuttosto "fascinum" - in queste Frauen: Arria, Sappho, Melancholia, Medea, Elektra, Elizabeth, les Reines de France, die Frauen der Antike, esposte a Villa Medici.
Eroine, regine, femmes célèbres, dee e semi-dee si ergono con maestosità regale in un silenziar profondo, esaltate dall'umiltà dei materiali, officianti di una morte sublime, devote a un rigore imperioso e irraggiungibile, e veri semafori di un senso grandioso della vita, della natura e del cosmo che viene offerto a chi sa ancora usare lo spazio come una zona di contemplazione.
Solo lo stile della litania o dell'elencazione elogiativa potrebbero dar conto della pienezza di emozioni e di felicità estetica che suscitano in me questi lavori di Kiefer.
2 - COME E' DURO FARE I CONTI CON LA STORIA DELLA PROPRIA PATRIA
Cesare de Seta per la Repubblica
Nell'immaginario di Anselm Kiefer, artista di vena inesauribile, si agitano da sempre molti fantasmi che risalgono alla sua "nazione" di appartenenza. Nato nel 1943, mentre si consumavano gli ultimi spasmi della guerra e del nazismo, è tra coloro i quali hanno voluto e saputo fare i conti con la storia della sua patria.
L'Heimat pesa nella sua opera sin dagli esordi e rimanda ai miti di cui è intriso questo concetto di identità: nessuna nazione del Novecento ha dovuto misurarsi con la Shoah e i campi di sterminio, una così tragica vicenda non si cancella con un frego sulle pagine scritte col sangue e lo strazio di milioni di uomini; né vale, e Kiefer mi pare l'ha detto in più di un'occasione e prima di lui l'hanno detto intellettuali e romanzieri, celarsi dietro l´esile schermo del «noi a quel tempo non eravamo nati».
Il bene e il male di una storia collettiva si ereditano e Kiefer lo sa. La radice espressionista è il grande crogiolo dell´anima tedesca «nel secolo breve», è una forma e una poetica, l'espressionismo, che si palesa in maniera non affatto omogenee, quella di Kiefer è l'ultima e la meno «decorativa»: nel senso che di questa tradizione l´artista ha scelto la versione più radicale e la meno conciliante. Quando mise sulla scena mezzi di guerra usati dalla Wehrmacht e dalla Luftwaffe - tank, aerei, cannoni - lo fece con uno spirito radicalmente opposto a quello che animò Duchamp.
I perfetti marchingegni che portarono morte sono sculture? E' difficile usare la stessa parola che Alberti definì in De Statua: hanno una tale violenza evocativa questi strumenti di morte che è ozioso girarci attorno. In tutta l´opera di Kiefer, da qualunque parte la si guardi, c´è un grumo, un senso di caos dal quale emergono i miti non solo della sua Heimat, ma dell´intera umanità: dalle saghe delle Foresta Nera trascorre alla cabala biblica, alle origini del mondo e della storia.
In questo confronto-scontro l´artista mostra coraggio e energia sufficiente per misurarsi con i momenti eterni della vita: storia e natura, eros e tanatos, gioia e angoscia. Un poema visivo costruito con ogni genere di materiali, dal piombo all´argilla, al legno, dal bronzo agli stracci, dalla cellulosa alla carta, dalle vernici agli acrilici che pullulano dal caos primordiale. Feticci e immagini gravide di un senso della forma nella quale le canoniche distinzioni tra le arti si dissolve, coinvolgendo la stessa architettura: come ben si può vedere nel "teatro-totem" che ha costruito a Barjac o nella scenografia per l'Electra al teatro San Carlo nel quale il tema del container diviene scena e arena di solenne forza. Merito anche di Gioacchino Lanza Tomasi che l´invitò.
Non c´è dubbio che da quando vive nella dolce Francia, talune corde del suo temperamento nibelungico - ha vissuto per decenni ai margini della Foresta Nera - si sono come assopite: Anselm ha maturato un senso della vita assai diverso, ha sperimentato campi inondati di luce, di sole, di gioia di vivere che sono ben diversi dal terribilis dei suoi campi grigi, orlati di fili spinati e di torrette da lager. I miti dell'umanità sono una corrente che attraversa la sua produzione, come quella di Boeklin con le ninfe e i mostri marini, con il dio Pan che insegue muliebri figure per le foreste: ora il mito si incarna, nel senso proprio che assume forma, nelle Donne, «Die Frauen», dai miti antichi alla contemporaneità.
Un omaggio che prende corpo smagliante in una mostra che si snoda dagli spazi di Villa Medici fino all'Atelier del Bosco: nella sede dell´Accademia di Francia, in febbrili giorni di lavoro, Kiefer ha messo in scena un canto a molte voci con la femminilità per soggetto nelle sembianze mitiche e storiche. Dal mondo mitologico greco-romano emergono le eroine Medea, Electra, Dafne, Calipso, Olimpia, la vestale Claudia Quintia per ben due volte.
Tredici letti di piombo portano profonde fosse al mezzo: in esse è raccolta acqua, terra, sassi, rami che evocano forse il rito della nascita e della morte, in un rimescolare di elementi che sono simbolo dell'emergere della vita dal caos del nulla. Il mito di Dafne segna il passaggio dall'umano al mondo vegetale, la ninfa - una sagoma bianca a grandezza naturale - ha candide braccia, raffigurate nell´atto in cui Apollo le sta trasformando in arboscello. Saffo con la magia della sua poesia diviene libro monumentale e presenza d´amore: così il destino tragico di Electra matricida sodale di Oreste. A Ingeborg Bachmann è reso omaggio. E poi le Regine di Francia, dalle origini all´Ottocento, in una enorme composizione con cornici di piombo vuote e i loro nomi scritti lungo la contigua parete in ordine cronologico. Un´altra composizione è dedicata alle donne della rivoluzione: qui la calligrafia si fa pittura.
In una nicchia c'è Berenice composta con capelli, vetri, cartone e scritte a pennarello. Sono opere talune realizzate negli ultimi cinque anni, tal altre in questi giorni per la mostra inventata da Graziella Buontempo. Ci sono fogli a penna e acrilico, immagini montate su legno e trattate con ogni genere di materiali, libri di terra argillosa sulla quale è colato piombo fuso.
Nell´atelier del Boschetto accanto al giardino ritorna il tema del cosmo e delle costellazioni, accanto la lista di Apollodoro. Con la sua gestualità Kiefer compone uno spettacolo denso di ombre e di luci, con immagini che sono capaci di riproporci il dono, «largesse», con il quale l´eterno femminino ha reso più ricca e splendente l'umanità, in un miracolo di feconda creatività.
Dagospia 03 Febbraio 2005