PIEDI PULITI - SLOGAN DA NOBEL: "SE AGRICOLA ERA ER MEDICO DER VATICANO, ER PAPA ANCORA SCIAVA" - GIGI SIMONI DA OSCAR: "SE LA SENTENZA DOVESSE DIVENTARE DEFINITIVA, LA FEDERCALCIO DOVREBBE TOGLIERE ALLA JUVENTUS I TITOLI VINTI."

Alessandro Gilioli per l'Espresso
Reportage di Mezzelani


Una premessa: «Io spero che in appello quelli della Juventus vengano tutti assolti». Un sopracciglio inarcato: «Altrimenti sarei il primo a rimanerci male». Un sospiro: «E comunque finché non c'è una sentenza definitiva passata in giudicato bisogna presumere l'innocenza degli imputati».

Gigi Simoni non è nato ieri. Ha 66 anni, è nel mondo del pallone da mezzo secolo. Sa benissimo che quando si parla di doping (e più in generale dei mali del calcio), il terreno è assai scivoloso e bisogna misurare le parole. Però...



C'è un però che Simoni ha dentro la gola, dopo le motivazioni della sentenza di Torino sul doping, e sente il bisogno di tirare fuori. Lui, ex allenatore di Inter, Lazio, Napoli e una dozzina d'altre squadre di A e di B. Lui, uno dei pochi a cui tutto l'ambiente riconosce una serietà e una pulizia morale non comuni. Lui che è stato perfino accusato di ingenuità per non aver capito come gira il mondo del calcio al tempo delle fideiussioni, dell'eritropoietina e della Gea.

Qual è questo "però", Simoni?
«La sentenza di primo grado ha stabilito che a molti giocatori della Juventus per un certo periodo venivano somministrate sostanze illecite. Bene, io credo che se questa sentenza fosse confermata e dovesse diventare definitiva, la Federcalcio forse dovrebbe prenderne atto».
E fare che?
«Togliere alla Juventus i titoli vinti in quel periodo»,
Scudetti, coppe, tutto?
«Io nel '98 con la mia Inter sono arrivato secondo. Oggi scopro che forse, però, non giocavamo ad armi pari».
Si sente defraudato?
«Preferisco dire che mi sentirei defraudato se la sentenza fosse confermata in appello».
Per la verità in primo grado è stato condannato solo il medico sociale Riccardo Agricola...
«Certo. E, lo ripeto, vale anche per lui la presunzione d'innocenza. Ma se invece fosse condannato anche in secondo grado...».

Che cosa?
«Mi sarebbe difficile, molto difficile pensare che abbia fatto tutto da solo e che nella sua società, la Juventus, nessuno sapesse che i calciatori venivano rafforzati con farmaci illeciti».
A chi allude? Calciatori? Allenatori? Preparatori atletici?
«Sto parlando di livelli dirigenziali, evidentemente».
Anche lei, come Zeman, vuole lanciare una crociata contro il doping?
«No. Anzi, io penso che oggi il problema sia meno pressante rispetto ad alcuni anni fa. I giocatori leggono i giornali, sono diventati più consapevoli. Hanno visto che tanti loro colleghi, come Taccola, Beatrice o Signorini, ci hanno rimesso la pelle. E anche il processo di Torino è stato positivo in questo senso, perché ha contribuito ad alzare il livello di attenzione verso il problema. Semmai...».

Semmai?
«Semmai con Zeman condivido lo stupore. Lui, proprio a "L'espresso", disse di essere stupito quando vedeva giocatori che in pochi anni avevano strabilianti crescite muscolari. Ecco, io allo stupore di Zeman aggiungo l'ammirazione».
L'ammirazione?
«Certo. Quando vedevo la Juventus giocare, ero ammirato dalla prestanza fisica dei suoi calciatori. Mi ricordo una volta che sono venuti a Milano - io allenavo sempre l'Inter - e ci hanno letteralmente preso a pallonate. Erano fisicamente molto superiori a noi. Siccome pareva che avessero raggiunto quei risultati solo con il lavoro in palestra, io mi sono detto: caspita, bisogna che facciamo anche noi tutto quel lavoro in palestra!».

Qualcuno dirà che proprio non le è andato giù quello scudetto perso...
«Certo, ormai è roba di sette anni fa. Però a me ha cambiato la carriera e il processo lo stanno facendo adesso. E poi, scusi, è soprattutto una questione di regole».
Regole?
«Vede, quando ho cominciato io nel calcio giravano molti meno soldi. Giocatori, allenatori, presidenti lo facevano tutti per passione. Poi è arrivata la cascata di denaro delle pay tv e nel mondo del pallone è entrata un sacco di gente che voleva solo fare affari, spartirsi la torta: così, a poco a poco, sono saltate le regole».
Ce l'ha anche lei con la Gea?
«No, io non ho niente contro la Gea. Sono professionisti molto bravi a intessere relazioni che giovano ai loro associati. Però non credo sia giusto che un allenatore entri nella Gea: magari gli rende più facile trovare un buon ingaggio, ma poi si trova in una situazione di conflitto d'interessi. Non è facile avere uno spogliatoio in cui una parte dei calciatori stanno nella tua stessa agenzia. è chiaro che scegliere chi mandare in campo, o chi acquistare, crea - nel migliore dei casi - un notevole disagio. Ma non è la Gea l'epicentro dei problemi del calcio italiano».

Certo: ci sono le fideiussioni fasulle, le evasioni fiscali, i pagamenti in nero, le scommesse clandestine...
«Tutto questo è esploso quando il pallone è diventato improvvisamente miliardario ed è subito stato preda di businessman con poca passione per il calcio. Poi, quando nel giro di pochi anni la festa è finita e i soldi sono spariti, invece di darsi una regolata, qualcuno ha continuato a comportarsi come se il mondo del pallone potesse godere di una sorta di impunità e potesse fare a meno di rispettare le regole».

C'è anche chi è finito in manette, però.
«Si, Vittorio Cecchi Gori ed Ermanno Pieroni, che era il mio presidente all'Ancona. Ma quei due hanno pagato per tutti e non mi sembra giusto. L'indifferenza alle regole non era certo una loro esclusiva. Adesso però tutti, dai legislatori alla Federcalcio, devono contribuire a stabilire norme certe e rispettate da tutti».
Come dice il presidente del Bologna, Gazzoni?
«Come dice soprattutto Diego Della Valle, che sta portando un po' di aria fresca nel nostro ambiente. Anche Gazzoni però ha ragione quando dice che tutte le società devono pagare le tasse in modo eguale. Se uno ha pagato fino all'ultimo euro, per farlo ha rinunciato a comprare qualche bravo giocatore, o ne ha ceduto qualcun altro. Invece chi chiede occhi di riguardo, transazioni o dilazioni, è perché evidentemente la sua società si è lanciata in acquisti che non poteva permettersi. E questa disparità di trattamento rischia di falsare la competizione sportiva».
Nonostante questo, le manca il calcio?
«Certo. Anzi, le dico queste cose proprio perché amo il calcio. Gli allenamenti, il pullman che ti porta allo stadio, l'adrenalina che sale prima del fischio d'inizio: sono sensazioni bellissime, e sta lì il senso del mio lavoro. Anche se...».

Anche se?
«Anche se credo che un professionista abbia diritto a essere pagato. Io negli ultimi anni ho preso sette mensilità su 24. Il Napoli e l'Ancona sono falliti senza pagarmi gli arretrati. Il Siena mi deve ancora una mezza dozzina di stipendi. Ho dovuto far scrivere dal mio avvocato. Io vorrei frequentare di meno i tribunali e di più i campi di calcio».
Ma se alla fine fosse proprio un tribunale a restituirle quello scudetto perso nel 1998 con la Juventus?

«Farei una bella festa con tutti i ragazzi che allenavo quell'anno. Ma non ci conto. Se anche la sentenza diventasse definitiva, la Federcalcio non avrebbe mai il coraggio di togliere uno scudetto alla Juve».


Dagospia 07 Marzo 2005