ROSSO VATICANO - IL SUCCESSORE DI KAROL NON DOVRÀ SOLO AFFRONTARE IL PROBLEMA DEL CALO DEI CATTOLICI E DEL CLERO. A LUI TOCCHERÀ UN'ALTRA INCOMBENZA URGENTE: TROVARE NUOVE ENTRATE - IL MISTERO DEL BILANCIO IOR.
Gregory Viscosi di Bloomberg per "Finanza & Mercati"
Il successore di Giovanni Paolo II non dovrà solo affrontare il problema del calo dei cattolici praticanti o della crescita dell'età media del clero. A lui toccherà un'altra incombenza urgente: trovare nuove entrate per le finanze del Vaticano. La Santa Sede, ovvero l'amministrazione centrale della Chiesa cattolica, dopo aver chiuso in attivo otto esercizi di fila, dal 2003 è infatti in deficit. Anche il bilancio dello Stato del Vaticano, intanto, ha chiuso il 2003 in rosso (i rendiconti 2004 delle due istituzioni saranno resi pubblici solo a fine luglio).
Per comprendere la struttura finanziaria dell'apparato cattolico non va comunque dimenticato che le 2.864 diocesi e le 412.886 parrocchie sparse in giro per il mondo sono indipendenti sul piano economico dal Vaticano. Questo spiega perché la Chiesa romana sia rimasta sostanzialmente immune dalle ricadute finanziarie degli scandali di abuso sessuale che hanno investito la il cattolicesimo d'America obbligando l'arcidiocesi di Portland nell'Oregon (che pure ha fatto fronte a più di 100 risarcimenti per 53 milioni di dollari) a rifugiarsi nel chapter 11 - una sorta di amministrazione straordinaria prevista dalle leggi degli Stati Uniti - pur di evitare la bancarotta.
Esempio peraltro seguito da Tucson (Arizona) e dalla diocesi di Spokane (Washington). Ma i problemi finanziari toccano la stessa Roma. Certo, il papato può contare su circa 1 miliardo di dollari in azioni, bond e proprietà immobiliari, frutto delle donazioni dei fedeli di tutto il mondo. E nel corso degli anni Novanta la Santa Sede ha potuto beneficiare dei vantaggi del boom delle Borse e del sostegno del dollaro forte. Ma nel 2003 le perdite sulle valute, causate dal dollaro debole, hanno provocato un risultato negativo pari a 9,6 milioni di euro su un giro d'affari di 204 milioni.
«Gli amministratori del Vaticano, come molti altri, si erano abituati a far tornare i conti grazie ai capital gain - commenta Joseph Harris, un consulente di Seattle che segue di molte diocesi americane e autore di uno studio sulle finanze vaticane - Tuttavia, il mercato talvolta dà e talaltra prende». Un destino che non risparmia la Santa Sede che, comunque, punta al pareggio già nel 2005.
Ma il Vaticano rischia di essere in futuro sempre più a corto di risorse, a meno che non si trovino nuove fonti di entrata, ammonisce Francis Butler, presidente di Catholic Activities Inc, che si occupa di enti assistenziali. I conti sono presto fatti. Dalle Chiese di tutto il mondo arrivano a Roma ogni anno circa 80 milioni di euro cui si aggiungono altri 49 milioni (più 5,7% nel 2003) frutto delle donazioni individuali dei fedeli. Buona parte di questa cifra viene poi redistribuita dal Vaticano sotto forma di opere assistenziali, gestite direttamente dal Pontefice. «Il vero problema - commenta Butler - è di aumentare le entrate, non di comprimere le uscite».
In effetti, sebbene il Papa mantenga relazioni diplomatiche con ben 172 Paesi e 48 organizzazioni internazionali, il suo budget personale è inferiore a quello dell'università di Notre Dame (Indiana) con i suoi 11mila studenti cattolici. Naturalmente, nemmeno si pone il problema di intaccare i tesori artistici del Vaticano. E non solo perché il governo italiano non permetterebbe l'esportazione dei gioielli dei musei Vaticani, come sottolinea monsignor Claudio Celli, 63 anni, responsabile del Patrimonio della Sede Apostolica.
«Questa è la nostra situazione: scarsa liquidità, valori artistici incalcolabili», ci dichiarò nel 2003 durante un'intervista sotto il Cristo del Guercino che campeggia nel suo ufficio. In quell'occasione monsignor Celli ci rivelò di aver deciso di liquidare parte del portafoglio azionario per investirlo in obbligazioni a breve. Nei giorni scorsi, però, non ha risposto alle nostre domande (via fax) sull'attuale strategia di portafoglio.
Ma come si suddividono i capitoli di spesa pontifici? Dalla Santa Sede dipendono la Curia, i vari uffici, tra cui la congregazione per la dottrina della fede; in più i 118 dipendenti del corpo diplomatico, la radio Vaticana e il patrimonio immobiliare. Nel bilancio 2003 figurano, tra le entrate, 22,4 milioni di euro in affitti di uffici e appartamenti nei pressi della Santa Sede, cui si contrappongono 11,6milioni di deficit sugli asset finanziari, dovuti soprattutto a una perdita secca di 32,8milioni di euro sulle valute.
Quell'anno lo S&P's 500 guadagnò il 26%,ma il dollaro perse il 17% sull'euro. Le entrate dello Stato della Città del Vaticano, sempre nel 2003, hanno potuto contare su 145,9 milioni di euro per biglietti pagati da oltre 3 milioni di visitatori dei musei Vaticani, oltre che sugli acquisti esentasse di dipendenti e diplomatici presso i negozi del piccolo Stato. La perdita finale di 8,8 milioni è in parte da collegare al contributo di 10,5 milioni di euro alla Santa Sede per coprire il rosso della radio Vaticana.
Va detto che il costo del mantenimento degli uffici e delle quattro basiliche romane (compresi gli stipendi dei 123 dipendenti della polizia vaticana più le 110 guardie svizzere) è cresciuto nel 2003 del 15 per cento. Infine, un capitolo a parte merita lo Ior, l'istituto per le opere religiose che rappresenta il terzo pilastro delle finanze pontificie. Il suo bilancio non è pubblico.
Così come non lo era tutta la finanza vaticana prima dell'arrivo alla prefettura della Santa Sede, nel 1990, dell'arcivescovo di Detroit, Edmund Szoka, oggi alla testa delle amministrazioni della Città del Vaticano. Certo, conoscere il bilancio dello Ior potrebbe aiutare a meglio comprendere la contabilità del Vaticano, ma chi potrà mai descrivere con precisione un sistema di entrate e uscite stratificato in 2000 anni di vita?
Dagospia 07 Aprile 2005
Il successore di Giovanni Paolo II non dovrà solo affrontare il problema del calo dei cattolici praticanti o della crescita dell'età media del clero. A lui toccherà un'altra incombenza urgente: trovare nuove entrate per le finanze del Vaticano. La Santa Sede, ovvero l'amministrazione centrale della Chiesa cattolica, dopo aver chiuso in attivo otto esercizi di fila, dal 2003 è infatti in deficit. Anche il bilancio dello Stato del Vaticano, intanto, ha chiuso il 2003 in rosso (i rendiconti 2004 delle due istituzioni saranno resi pubblici solo a fine luglio).
Per comprendere la struttura finanziaria dell'apparato cattolico non va comunque dimenticato che le 2.864 diocesi e le 412.886 parrocchie sparse in giro per il mondo sono indipendenti sul piano economico dal Vaticano. Questo spiega perché la Chiesa romana sia rimasta sostanzialmente immune dalle ricadute finanziarie degli scandali di abuso sessuale che hanno investito la il cattolicesimo d'America obbligando l'arcidiocesi di Portland nell'Oregon (che pure ha fatto fronte a più di 100 risarcimenti per 53 milioni di dollari) a rifugiarsi nel chapter 11 - una sorta di amministrazione straordinaria prevista dalle leggi degli Stati Uniti - pur di evitare la bancarotta.
Esempio peraltro seguito da Tucson (Arizona) e dalla diocesi di Spokane (Washington). Ma i problemi finanziari toccano la stessa Roma. Certo, il papato può contare su circa 1 miliardo di dollari in azioni, bond e proprietà immobiliari, frutto delle donazioni dei fedeli di tutto il mondo. E nel corso degli anni Novanta la Santa Sede ha potuto beneficiare dei vantaggi del boom delle Borse e del sostegno del dollaro forte. Ma nel 2003 le perdite sulle valute, causate dal dollaro debole, hanno provocato un risultato negativo pari a 9,6 milioni di euro su un giro d'affari di 204 milioni.
«Gli amministratori del Vaticano, come molti altri, si erano abituati a far tornare i conti grazie ai capital gain - commenta Joseph Harris, un consulente di Seattle che segue di molte diocesi americane e autore di uno studio sulle finanze vaticane - Tuttavia, il mercato talvolta dà e talaltra prende». Un destino che non risparmia la Santa Sede che, comunque, punta al pareggio già nel 2005.
Ma il Vaticano rischia di essere in futuro sempre più a corto di risorse, a meno che non si trovino nuove fonti di entrata, ammonisce Francis Butler, presidente di Catholic Activities Inc, che si occupa di enti assistenziali. I conti sono presto fatti. Dalle Chiese di tutto il mondo arrivano a Roma ogni anno circa 80 milioni di euro cui si aggiungono altri 49 milioni (più 5,7% nel 2003) frutto delle donazioni individuali dei fedeli. Buona parte di questa cifra viene poi redistribuita dal Vaticano sotto forma di opere assistenziali, gestite direttamente dal Pontefice. «Il vero problema - commenta Butler - è di aumentare le entrate, non di comprimere le uscite».
In effetti, sebbene il Papa mantenga relazioni diplomatiche con ben 172 Paesi e 48 organizzazioni internazionali, il suo budget personale è inferiore a quello dell'università di Notre Dame (Indiana) con i suoi 11mila studenti cattolici. Naturalmente, nemmeno si pone il problema di intaccare i tesori artistici del Vaticano. E non solo perché il governo italiano non permetterebbe l'esportazione dei gioielli dei musei Vaticani, come sottolinea monsignor Claudio Celli, 63 anni, responsabile del Patrimonio della Sede Apostolica.
«Questa è la nostra situazione: scarsa liquidità, valori artistici incalcolabili», ci dichiarò nel 2003 durante un'intervista sotto il Cristo del Guercino che campeggia nel suo ufficio. In quell'occasione monsignor Celli ci rivelò di aver deciso di liquidare parte del portafoglio azionario per investirlo in obbligazioni a breve. Nei giorni scorsi, però, non ha risposto alle nostre domande (via fax) sull'attuale strategia di portafoglio.
Ma come si suddividono i capitoli di spesa pontifici? Dalla Santa Sede dipendono la Curia, i vari uffici, tra cui la congregazione per la dottrina della fede; in più i 118 dipendenti del corpo diplomatico, la radio Vaticana e il patrimonio immobiliare. Nel bilancio 2003 figurano, tra le entrate, 22,4 milioni di euro in affitti di uffici e appartamenti nei pressi della Santa Sede, cui si contrappongono 11,6milioni di deficit sugli asset finanziari, dovuti soprattutto a una perdita secca di 32,8milioni di euro sulle valute.
Quell'anno lo S&P's 500 guadagnò il 26%,ma il dollaro perse il 17% sull'euro. Le entrate dello Stato della Città del Vaticano, sempre nel 2003, hanno potuto contare su 145,9 milioni di euro per biglietti pagati da oltre 3 milioni di visitatori dei musei Vaticani, oltre che sugli acquisti esentasse di dipendenti e diplomatici presso i negozi del piccolo Stato. La perdita finale di 8,8 milioni è in parte da collegare al contributo di 10,5 milioni di euro alla Santa Sede per coprire il rosso della radio Vaticana.
Va detto che il costo del mantenimento degli uffici e delle quattro basiliche romane (compresi gli stipendi dei 123 dipendenti della polizia vaticana più le 110 guardie svizzere) è cresciuto nel 2003 del 15 per cento. Infine, un capitolo a parte merita lo Ior, l'istituto per le opere religiose che rappresenta il terzo pilastro delle finanze pontificie. Il suo bilancio non è pubblico.
Così come non lo era tutta la finanza vaticana prima dell'arrivo alla prefettura della Santa Sede, nel 1990, dell'arcivescovo di Detroit, Edmund Szoka, oggi alla testa delle amministrazioni della Città del Vaticano. Certo, conoscere il bilancio dello Ior potrebbe aiutare a meglio comprendere la contabilità del Vaticano, ma chi potrà mai descrivere con precisione un sistema di entrate e uscite stratificato in 2000 anni di vita?
Dagospia 07 Aprile 2005