PULP FICTION IN SALSA COREANA - INTRODUCING PARK CHAN-WOOK, L'ULTIMO FENOMENO DEL CINEMA D'AZIONE ORIENTALE - IL SUO "OLD BOY" È TANTO VIOLENTO CHE "KILL BILL" SEMBRA UNA SOAP-OPERA.
Alessandra Mammì per "L'espresso"
Cosa può fare un uomo sequestrato senza apparente motivo per ben 15 anni e poi improvvisamente rilasciato? Da noi (leggi film europeo) probabilmente fluttuerebbe per un paio d'ore alla ricerca di mogli, figli e identità perduta. A Hollywood si ricostruirebbe una vita tipo Conte di Montecristo con esplosivo colpo di scena finale, punizione dei colpevoli, trionfo del protagonista. In Corea, no. Un uomo sequestrato senza motivo per quindici anni e improvvisamente rilasciato ha una sola idea in testa: la vendetta.
E sulla sua vendetta, che nel corso della sua storia si somma e si aggiunge ad altre purissime vendette, è interamente costruito 'Old Boy': film capolavoro di Park Chan-wook (nelle nostre sale dal 6 maggio), un regista di talento che sul tema ha costruito una vera e propria trilogia e un'intera carriera, in patria e altrove. Per esempio a Cannes dove sembra che un estasiato Quentin Tarantino, presidente della giuria dell'ultimo Festival, abbia dichiarato: "Ecco il film che avrei voluto fare io".
Forse tanta affermazione è leggenda, ma di certo per 'Old Boy' Tarantino si è speso molto e per un filo non è riuscito a fargli conquistare la Palma d'oro (vinta da Michael Moore). L'ha coronato comunque del prestigioso Gran Premio della Giuria, il che dimostra che Quentin è uomo che non conosce rancori dal momento che 'Old Boy' con i suoi 20 milioni di dollari di incasso, ha strabattuto in patria il suo 'Kill Bill' (che al confronto in tema di crudezza è una soap opera), posizionandosi tra i più grandi successi coreani degli ultimi anni e vendendo subito i diritti per un remake hollywoodiano della cupissima storia.
Perché appunto la vendetta di un uomo sequestrato per quindici anni senza apparente motivo è davvero terribile. Una febbre ossessiva che corre per tutti i tesi e compatti 120 minuti di film. Siamo con lui fin dall'inizio. Fin dalle sue prigioni allucinate, dai suoi tormentati deliri, nei suoi monologhi, nel suo sguardo ipnotizzato dalla luce livida del televisore e dalla tappezzeria gialla a disegni optical che basta da sola a far uscire pazzi.
E pazzo esce da lì Dae-soo (impersonato da una star del cinema coreano Choi Min-sik). Pazzo al punto da entrare in un ristorante e addentare a morsi un polpo vivo. Pazzo, ma tenuto insieme da un unico sentimento: scoprire chi e perché gli ha distrutto l'esistenza. Nel tempo (circa la metà del primo tempo) altri sentimenti verranno: l'amore per la giovanissima camerierina del ristorante del polpo, l'amicizia per un vecchio compagno di scuola ritrovato in un Internet Café, l'odio per l'uomo (peraltro bello e ricco) che lo ha rinchiuso e che con arroganza gli propone un ultimo gioco: cinque giorni per scoprire il perché di tanta follia.
Lo scoprirà con lui lo spettatore tra fiumi di sangue, torture, colpi di scena su colpi di scena, laconiche frasi di banale e profonda saggezza (tipo: "Sorridi e il mondo sorride con te. Piangi e piangerai da solo"; "Nell'acqua un granello di sabbia e una roccia affondano nello stesso modo") fino alla terribile agnizione finale che sfocia in pura tragedia mentre un'eccezionale eleganza visiva solleva da qualsiasi volgarità tanto orrore primordiale.
Park Chan-wook si consacra così come un vero maestro della vendetta omerica e della visione contemporanea. Alchimista di genio nel mescolare l'antico e il nuovo, cultura popolare orientale e cinefilia europea. Lui, figlio della buona borghesia (padre architetto e madre pittrice), voleva diventare un artista ma viene trascinato dietro la macchina da presa dall'amore per i classici Alfred Hitchcock e Douglas Sirk. Da vero cinefilo indica poi come sua esperienza fondamentale la visione di 'Vite vendute' di Clouzot ("Il calore, il sudore su corpi e abiti, i visi lucidi, la polvere della terra mi hanno dato una vera emozione. Ma ero giovane a quel tempo").
Da appassionato della 'junk culture' trasforma un manga giapponese di otto volumi -'Old Boy' appunto - nel suo capolavoro. Da uomo di cultura classica sceglie come musa la Dea Vendetta fin dal 1997 quando propone a diversi produttori la sceneggiatura di 'Vengeance is mine'. Inutilmente, nessuno all'epoca vuole finanziare il film.
Ma la Vendetta è un piatto freddo e Park Chan-wook, dopo aver avuto un enorme successo coreano con il thriller politico-militare 'Jsa: Joint Security Area', riuscirà a portarla sullo schermo nel 2002 con il primo capitolo di una trilogia che lo renderà famoso 'Simpathy for Mister Vengeance' (per l'Italia vendita in dvd dall'8 giugno, distribuzione Lucky Red): film corale e affollato che diventa subito un cult da festival.
Anche qui la straordinaria potenza visiva si sposa a sentimenti assoluti e archetipi, sullo sfondo di melodrammi e disgrazie. Un fratello sordomuto con i capelli verdi e una sorella in dialisi, perfidi trafficanti di organi, il rapimento di una bambina, gruppi di terroristi anarchici, le periferie di Seul con le loro case di cartone e arredi technicolor, le vendette a colpi di coltelli e punteruoli, arterie e ossa spezzate, fantasmagorie di passioni, paesaggi e collutazioni.
Ora si aspetta il numero tre: 'Sympathy for Lady Vengeance' dove l'angelo sterminatore, come Uma Thurman in 'Kill Bill', è un'eroina implacabile "la più angelica degli angeli la più diabolica dei diavoli". Creatura adolescente, accusata di un orrendo delitto e rinchiusa per tredici anni in galera. Naturalmente in galera cresce e appena fuori cercherà i colpevoli. La sua vendetta con grande probabilità sarà la più feroce, la nostra catarsi la più vertiginosa.
Perché nei film di Park Chan-wook non c'è spazio per i dubbi, per le nevrosi, per quei sentimenti occidentali e laterali tanto cari alla nostra visione post-moderna. Qui è tutto assoluto, il bene come il male, l'amore come l'odio, il dolore come la follia. Qui siamo in epoca pre- moderna dove la Vendetta sempre maiuscola è, come afferma il regista, non solo uno strumento di totale distruzione ma anche una forma di salvezza "in un'epoca dove abbiamo più rabbia rispetto al passato ma viviamo in un mondo in cui non ci è permesso di manifestarla".
Dagospia 28 Aprile 2005
Cosa può fare un uomo sequestrato senza apparente motivo per ben 15 anni e poi improvvisamente rilasciato? Da noi (leggi film europeo) probabilmente fluttuerebbe per un paio d'ore alla ricerca di mogli, figli e identità perduta. A Hollywood si ricostruirebbe una vita tipo Conte di Montecristo con esplosivo colpo di scena finale, punizione dei colpevoli, trionfo del protagonista. In Corea, no. Un uomo sequestrato senza motivo per quindici anni e improvvisamente rilasciato ha una sola idea in testa: la vendetta.
E sulla sua vendetta, che nel corso della sua storia si somma e si aggiunge ad altre purissime vendette, è interamente costruito 'Old Boy': film capolavoro di Park Chan-wook (nelle nostre sale dal 6 maggio), un regista di talento che sul tema ha costruito una vera e propria trilogia e un'intera carriera, in patria e altrove. Per esempio a Cannes dove sembra che un estasiato Quentin Tarantino, presidente della giuria dell'ultimo Festival, abbia dichiarato: "Ecco il film che avrei voluto fare io".
Forse tanta affermazione è leggenda, ma di certo per 'Old Boy' Tarantino si è speso molto e per un filo non è riuscito a fargli conquistare la Palma d'oro (vinta da Michael Moore). L'ha coronato comunque del prestigioso Gran Premio della Giuria, il che dimostra che Quentin è uomo che non conosce rancori dal momento che 'Old Boy' con i suoi 20 milioni di dollari di incasso, ha strabattuto in patria il suo 'Kill Bill' (che al confronto in tema di crudezza è una soap opera), posizionandosi tra i più grandi successi coreani degli ultimi anni e vendendo subito i diritti per un remake hollywoodiano della cupissima storia.
Perché appunto la vendetta di un uomo sequestrato per quindici anni senza apparente motivo è davvero terribile. Una febbre ossessiva che corre per tutti i tesi e compatti 120 minuti di film. Siamo con lui fin dall'inizio. Fin dalle sue prigioni allucinate, dai suoi tormentati deliri, nei suoi monologhi, nel suo sguardo ipnotizzato dalla luce livida del televisore e dalla tappezzeria gialla a disegni optical che basta da sola a far uscire pazzi.
E pazzo esce da lì Dae-soo (impersonato da una star del cinema coreano Choi Min-sik). Pazzo al punto da entrare in un ristorante e addentare a morsi un polpo vivo. Pazzo, ma tenuto insieme da un unico sentimento: scoprire chi e perché gli ha distrutto l'esistenza. Nel tempo (circa la metà del primo tempo) altri sentimenti verranno: l'amore per la giovanissima camerierina del ristorante del polpo, l'amicizia per un vecchio compagno di scuola ritrovato in un Internet Café, l'odio per l'uomo (peraltro bello e ricco) che lo ha rinchiuso e che con arroganza gli propone un ultimo gioco: cinque giorni per scoprire il perché di tanta follia.
Lo scoprirà con lui lo spettatore tra fiumi di sangue, torture, colpi di scena su colpi di scena, laconiche frasi di banale e profonda saggezza (tipo: "Sorridi e il mondo sorride con te. Piangi e piangerai da solo"; "Nell'acqua un granello di sabbia e una roccia affondano nello stesso modo") fino alla terribile agnizione finale che sfocia in pura tragedia mentre un'eccezionale eleganza visiva solleva da qualsiasi volgarità tanto orrore primordiale.
Park Chan-wook si consacra così come un vero maestro della vendetta omerica e della visione contemporanea. Alchimista di genio nel mescolare l'antico e il nuovo, cultura popolare orientale e cinefilia europea. Lui, figlio della buona borghesia (padre architetto e madre pittrice), voleva diventare un artista ma viene trascinato dietro la macchina da presa dall'amore per i classici Alfred Hitchcock e Douglas Sirk. Da vero cinefilo indica poi come sua esperienza fondamentale la visione di 'Vite vendute' di Clouzot ("Il calore, il sudore su corpi e abiti, i visi lucidi, la polvere della terra mi hanno dato una vera emozione. Ma ero giovane a quel tempo").
Da appassionato della 'junk culture' trasforma un manga giapponese di otto volumi -'Old Boy' appunto - nel suo capolavoro. Da uomo di cultura classica sceglie come musa la Dea Vendetta fin dal 1997 quando propone a diversi produttori la sceneggiatura di 'Vengeance is mine'. Inutilmente, nessuno all'epoca vuole finanziare il film.
Ma la Vendetta è un piatto freddo e Park Chan-wook, dopo aver avuto un enorme successo coreano con il thriller politico-militare 'Jsa: Joint Security Area', riuscirà a portarla sullo schermo nel 2002 con il primo capitolo di una trilogia che lo renderà famoso 'Simpathy for Mister Vengeance' (per l'Italia vendita in dvd dall'8 giugno, distribuzione Lucky Red): film corale e affollato che diventa subito un cult da festival.
Anche qui la straordinaria potenza visiva si sposa a sentimenti assoluti e archetipi, sullo sfondo di melodrammi e disgrazie. Un fratello sordomuto con i capelli verdi e una sorella in dialisi, perfidi trafficanti di organi, il rapimento di una bambina, gruppi di terroristi anarchici, le periferie di Seul con le loro case di cartone e arredi technicolor, le vendette a colpi di coltelli e punteruoli, arterie e ossa spezzate, fantasmagorie di passioni, paesaggi e collutazioni.
Ora si aspetta il numero tre: 'Sympathy for Lady Vengeance' dove l'angelo sterminatore, come Uma Thurman in 'Kill Bill', è un'eroina implacabile "la più angelica degli angeli la più diabolica dei diavoli". Creatura adolescente, accusata di un orrendo delitto e rinchiusa per tredici anni in galera. Naturalmente in galera cresce e appena fuori cercherà i colpevoli. La sua vendetta con grande probabilità sarà la più feroce, la nostra catarsi la più vertiginosa.
Perché nei film di Park Chan-wook non c'è spazio per i dubbi, per le nevrosi, per quei sentimenti occidentali e laterali tanto cari alla nostra visione post-moderna. Qui è tutto assoluto, il bene come il male, l'amore come l'odio, il dolore come la follia. Qui siamo in epoca pre- moderna dove la Vendetta sempre maiuscola è, come afferma il regista, non solo uno strumento di totale distruzione ma anche una forma di salvezza "in un'epoca dove abbiamo più rabbia rispetto al passato ma viviamo in un mondo in cui non ci è permesso di manifestarla".
Dagospia 28 Aprile 2005