PIU' CINEMA, MENO CANNES - QUESTA PALMA E' UNA SALMA: SESSO CON FANTASMI, RASOIATE ALLA GOLA, FACCE MACIULLATE, UNA RAGAZZA SVENTRATA (POI DI NUOVO IN GINOCCHIO, A CONTINUARE, FORSE IN PARADISO, IL POMPINO INIZIATO AL BORDELLO)..
Mariarosa Mancuso per "Il Foglio"
Hanno litigato molto, chiusi nel loro conclave con i telefonini staccati, e hanno scontentato tutti. Anche i premiati. Mai si era vista a Cannes una cerimonia di chiusura con tanti musi lunghi. Arrabbiatissimo l'austriaco Michael Haneke (ma il suo film, "Caché", batteva bandiera francese) per aver preso soltanto il premio come regista. A furor di critica internazionale, era stato incoronato vincitore della Palma d'oro il giorno dopo la proiezione, con pioggia di stellette nelle apposite pagelline.
Contrariato Tommy Lee Jones, all'annuncio del premio per la sceneggiatura vinto da Guillermo Arriaga, che teneva in tasca la bandierina messicana e l'ha sventolata. Temeva che sarebbe stato l'unico riconoscimento a "The Three Burials of Melquiades Estrada", in omaggio al buon gusto (sempre disatteso) che imporrebbe di non moltiplicare gli onori. Quando lo hanno chiamato sul palco come migliore attore, la smorfia non è sparita: era chiaro che avrebbe preferito la Palma per la pellicola o almeno la regia.
Jim Jarmusch ha fatto buon viso a cattivo gioco, da buon incassatore, citando tutti i registi meritevoli in gara (tra cui non sembra di ricordare ci fossero i Dardenne Brothers, vincitori effettivi di lì a qualche minuto). Se aveva il magone per il mancato premio a Bill Murray (come tutti quelli che amano il cinema, e tutti quelli convinti che far ridere sia molto più difficile che far piangere) non lo ha dato troppo a vedere.
Serissimi anche i Dardenne, che riacchiappano la Palma sei anni dopo "Rosetta", praticamente con un film identico: disoccupazione, pugni nello stomaco, e gioventù sfigata. Ma loro non sorridono mai, per contratto. Dedicano il premio a Florence Aubénas e a Hussein Hanoun, da quattro mesi prigionieri dei rapitori, e presenti in effigie sulla facciata del Palais (ma molto, molto in alto, fuori dalla portata dei fotografi e degli operatori tv). Da veri incontentabili, mugugnano qualcosa sul mancato premio ai loro attori.
Felici e sorridenti soltanto i premiati che non se l'aspettavano. La cabarettista israeliana Hanna Laszlo, prezioso salvagente che impedisce a "Free Zone" (firmato Amos Gitai) di sprofondare nei dialoghi da dibattito giornalistico e nel kitsch delle immagini sovraimpresse (ma al prossimo film tutto di donne, con un conflitto sullo sfondo, non vorremmo più sentire in conferenza stampa la tirata secondo cui a far la guerra sono solo i maschi).
Il regista cinese Wang Xiaoshuai, che nelle "Biciclette di Pechino" aveva preso a modello il neorealismo, e ora mette in scena (con più sfarzo e uguale lentezza) gli anni Ottanta: i genitori che vogliono Shanghai, dopo la deportazione maoista nella sperduta provincia, la figlia interessata alle scarpe con il tacco e alla pettinatura stile Elvis del bullo locale. Terza presenza festosa, l'americana Miranda July, premiata con la Caméra d'or per l'opera prima "Me and You and Everyone We Know", ex aequo con "La terra abbandonata" dello srilankese Vimukthi Jayasundara (ci sfuggì: il tam tam del festival lo segnalava "bello ma noioso").
Sceneggiatrice, regista e attrice (dopo un passato da videoartista, a trent'anni o poco più), July sta tra il Todd Solondz di "Happiness" e il Paul Thomas Anderson di "Magnolia", versione light. In un mucchio selvaggio di indipendenti che girano film fotocopia (molto parlati, pellicola sgranata, macchina a mano) sorprende per precisione e originalità. Gli adulti sono magnifici, e i ragazzini pure, anche quando li vediamo trafficare in un paio di scene a luci rosse, girate con sovrana innocenza. L'unica tra i minori che non chatta, o non provoca il maniaco della porta accanto, si allena a diventare una perfetta moglie di Stepford (o una Bree Van De Kamp di "Disperate Housewives") accumulando nella sua camera frullatori, tritatutto, pastamatic, snocciolatori di ciliege.
Venezia prenda esempio: l'intera cerimonia è durata mezz'ora esatta. Compreso il siparietto comico di Lambert Wilson e Valérie Lemercier, finti americani a Parigi con uso di dizionarietto per turisti. Compresa la presentazione in rima baciata (alla Yoda) e rantolo (alla Darth Vader) del presidente Emir Kusturica, in smoking e capelli non lavati. Tutto scritto (anche le virgole), imparato a memoria, provato e riprovato da professionisti. Corre voce che la signora della nouvelle vague Agnès Varda abbia guardato due volte tutti i film in concorso (povera lei, alcuni erano veramente estenuanti), e che da vera secchiona abbia anche letto i libri di Toni Morrison e visto i film degli altri giurati.
Ammesso che sia vero, le devono essere sfuggiti i titoli ultraviolenti targati John Woo, per esempio "Face/ Off". Se no, non si sarebbe tanto scandalizzata davanti a "Sin City" di Robert Rodriguez e Frank Miller, unico film adrenalinico del concorso, e già campione di incassi Usa.
Ha avuto una parola di riguardo per il fumettone pulp soltanto Jim Jarmusch, mentre la giuria era occupata a scovare film provvisti di valori etici. Una faticaccia, visto che (fuori dalla città del peccato) abbiamo visto sesso con fantasmi, cadaveri fiammeggiati per liberarli dalle formiche, rasoiate alla gola, strangolamenti al fil di ferro, facce maciullate, una ragazza sventrata (poi di nuovo in ginocchio, a continuare, forse in paradiso, il pompino iniziato al bordello). "Ma dove sono finiti i film d'amore?" si è chiesto Alexander Payne, regista di "Sideways" e presidente della giuria nella sezione "Un certain regard". Tanto cupa che il meglio era un musical ospedaliero (l'ungherese "Johanna") e le ultime ore di un poveretto rumeno sballottato da un pronto soccorso all'altro (titolo: "La morte del signor Lazarescu").
L'anno prossimo non lo invitano più, questo è sicuro. Del resto, quando nel 2002 era in gara con "A proposito di Schmidt", non ebbe uno straccio di premio. Né lui, né Jack Nicholson. Battuto da Olivier Gourmet, altro attore preso dalla strada. E lanciato nel cinema dalla banda Dardenne.
Dagospia 24 Maggio 2005
Hanno litigato molto, chiusi nel loro conclave con i telefonini staccati, e hanno scontentato tutti. Anche i premiati. Mai si era vista a Cannes una cerimonia di chiusura con tanti musi lunghi. Arrabbiatissimo l'austriaco Michael Haneke (ma il suo film, "Caché", batteva bandiera francese) per aver preso soltanto il premio come regista. A furor di critica internazionale, era stato incoronato vincitore della Palma d'oro il giorno dopo la proiezione, con pioggia di stellette nelle apposite pagelline.
Contrariato Tommy Lee Jones, all'annuncio del premio per la sceneggiatura vinto da Guillermo Arriaga, che teneva in tasca la bandierina messicana e l'ha sventolata. Temeva che sarebbe stato l'unico riconoscimento a "The Three Burials of Melquiades Estrada", in omaggio al buon gusto (sempre disatteso) che imporrebbe di non moltiplicare gli onori. Quando lo hanno chiamato sul palco come migliore attore, la smorfia non è sparita: era chiaro che avrebbe preferito la Palma per la pellicola o almeno la regia.
Jim Jarmusch ha fatto buon viso a cattivo gioco, da buon incassatore, citando tutti i registi meritevoli in gara (tra cui non sembra di ricordare ci fossero i Dardenne Brothers, vincitori effettivi di lì a qualche minuto). Se aveva il magone per il mancato premio a Bill Murray (come tutti quelli che amano il cinema, e tutti quelli convinti che far ridere sia molto più difficile che far piangere) non lo ha dato troppo a vedere.
Serissimi anche i Dardenne, che riacchiappano la Palma sei anni dopo "Rosetta", praticamente con un film identico: disoccupazione, pugni nello stomaco, e gioventù sfigata. Ma loro non sorridono mai, per contratto. Dedicano il premio a Florence Aubénas e a Hussein Hanoun, da quattro mesi prigionieri dei rapitori, e presenti in effigie sulla facciata del Palais (ma molto, molto in alto, fuori dalla portata dei fotografi e degli operatori tv). Da veri incontentabili, mugugnano qualcosa sul mancato premio ai loro attori.
Felici e sorridenti soltanto i premiati che non se l'aspettavano. La cabarettista israeliana Hanna Laszlo, prezioso salvagente che impedisce a "Free Zone" (firmato Amos Gitai) di sprofondare nei dialoghi da dibattito giornalistico e nel kitsch delle immagini sovraimpresse (ma al prossimo film tutto di donne, con un conflitto sullo sfondo, non vorremmo più sentire in conferenza stampa la tirata secondo cui a far la guerra sono solo i maschi).
Il regista cinese Wang Xiaoshuai, che nelle "Biciclette di Pechino" aveva preso a modello il neorealismo, e ora mette in scena (con più sfarzo e uguale lentezza) gli anni Ottanta: i genitori che vogliono Shanghai, dopo la deportazione maoista nella sperduta provincia, la figlia interessata alle scarpe con il tacco e alla pettinatura stile Elvis del bullo locale. Terza presenza festosa, l'americana Miranda July, premiata con la Caméra d'or per l'opera prima "Me and You and Everyone We Know", ex aequo con "La terra abbandonata" dello srilankese Vimukthi Jayasundara (ci sfuggì: il tam tam del festival lo segnalava "bello ma noioso").
Sceneggiatrice, regista e attrice (dopo un passato da videoartista, a trent'anni o poco più), July sta tra il Todd Solondz di "Happiness" e il Paul Thomas Anderson di "Magnolia", versione light. In un mucchio selvaggio di indipendenti che girano film fotocopia (molto parlati, pellicola sgranata, macchina a mano) sorprende per precisione e originalità. Gli adulti sono magnifici, e i ragazzini pure, anche quando li vediamo trafficare in un paio di scene a luci rosse, girate con sovrana innocenza. L'unica tra i minori che non chatta, o non provoca il maniaco della porta accanto, si allena a diventare una perfetta moglie di Stepford (o una Bree Van De Kamp di "Disperate Housewives") accumulando nella sua camera frullatori, tritatutto, pastamatic, snocciolatori di ciliege.
Venezia prenda esempio: l'intera cerimonia è durata mezz'ora esatta. Compreso il siparietto comico di Lambert Wilson e Valérie Lemercier, finti americani a Parigi con uso di dizionarietto per turisti. Compresa la presentazione in rima baciata (alla Yoda) e rantolo (alla Darth Vader) del presidente Emir Kusturica, in smoking e capelli non lavati. Tutto scritto (anche le virgole), imparato a memoria, provato e riprovato da professionisti. Corre voce che la signora della nouvelle vague Agnès Varda abbia guardato due volte tutti i film in concorso (povera lei, alcuni erano veramente estenuanti), e che da vera secchiona abbia anche letto i libri di Toni Morrison e visto i film degli altri giurati.
Ammesso che sia vero, le devono essere sfuggiti i titoli ultraviolenti targati John Woo, per esempio "Face/ Off". Se no, non si sarebbe tanto scandalizzata davanti a "Sin City" di Robert Rodriguez e Frank Miller, unico film adrenalinico del concorso, e già campione di incassi Usa.
Ha avuto una parola di riguardo per il fumettone pulp soltanto Jim Jarmusch, mentre la giuria era occupata a scovare film provvisti di valori etici. Una faticaccia, visto che (fuori dalla città del peccato) abbiamo visto sesso con fantasmi, cadaveri fiammeggiati per liberarli dalle formiche, rasoiate alla gola, strangolamenti al fil di ferro, facce maciullate, una ragazza sventrata (poi di nuovo in ginocchio, a continuare, forse in paradiso, il pompino iniziato al bordello). "Ma dove sono finiti i film d'amore?" si è chiesto Alexander Payne, regista di "Sideways" e presidente della giuria nella sezione "Un certain regard". Tanto cupa che il meglio era un musical ospedaliero (l'ungherese "Johanna") e le ultime ore di un poveretto rumeno sballottato da un pronto soccorso all'altro (titolo: "La morte del signor Lazarescu").
L'anno prossimo non lo invitano più, questo è sicuro. Del resto, quando nel 2002 era in gara con "A proposito di Schmidt", non ebbe uno straccio di premio. Né lui, né Jack Nicholson. Battuto da Olivier Gourmet, altro attore preso dalla strada. E lanciato nel cinema dalla banda Dardenne.
Dagospia 24 Maggio 2005