SU-DARIO ARGENTO - BERLUSCONI LO CREDEVO UN SOCIALISTA - VERONICA UN'AUTENTICA COMPAGNA COMUNISTA - PAJETTA PROIBIVA A NOI GIORNALISTI DI SCIOPERARE - IN GALERA CON IL CAPO DELLA BANDA DELLA MAGLIANA.

Barbara Palombelli per il Corriere della Sera


«Non ho mai voluto incontrare i politici. Ho sempre pensato che mi avrebbero in qualche modo inquinato. Ho perfino rifiutato gli inviti al Quirinale, quando venivano proiettati i miei film: non sono mai andato. Sono sempre stato "un compagno", voto a sinistra da sempre, ma ho mantenuto la diffidenza che avevo da ragazzo nei confronti del Palazzo. Ho avuto una simpatia per Bettino Craxi quando fece di tutto per salvare la vita al prigioniero Aldo Moro: era possibile, e lui fu il solo a capire che c'era la strada per una trattativa. L'unico che posso dire di avere frequentato è proprio Silvio Berlusconi, come produttore. Il nostro primo incontro, in via Rovani, a Milano, è indimenticabile. Mi accolse così: "Argento, mi dica quello che vuole, quello di cui ha bisogno. Noi siamo qui per imparare da lei".

Era un industriale eccezionale, mi parlava sempre di suo padre antifascista, della fuga in Svizzera. Erano i tempi in cui giravo Tenebre , con la sua allora fidanzata Veronica Lario, una autentica comunista bolognese, seria e determinata, molto silenziosa. Puoi non credermi, ma io ero sicuro che Berlusconi fosse di sinistra, non un compagno del Pci, ma un socialista convinto sì. Alla prima del film, al cinema Astra, arrivammo all'ultimo, tutti volevano cedergli il posto, ma lui, sportivo, si sedette accanto a me, per terra, con Veronica».

Dario Argento abita da un anno in un eremo degno dei suoi film più celebri: una casa su due piani accanto alla foresta selvatica del Parco dell'Insugherata, un'oasi di verde nascosta in una delle valli che costeggiano la via Cassia. Al cancello, entusiasta, mi racconta che è appena rientrato da un periodo in Canada e negli Stati Uniti: ha finito di girare a Vancouver un episodio della serie Masters of Horror , telefilm mozzafiato firmati da grandi, come John Carpenter, George Romero, John Landis. «Il mio episodio, tratto da Jenifer, un fumetto americano anni Settanta, è terrificante. Uscirà in Italia a fine anno, è la storia all'inverso de La Bella e la Bestia , nel senso che la bestia è lei».

Due minuscoli cani ci seguono sul divano e si piazzano ad ascoltare il padrone che - identico a come lo conobbi tanti anni fa, stesso stile trasandato, stesso sorriso disarmante, stesso accento dolcemente e pigramente romanesco - si immerge nel passato remoto. Cominciamo dai genitori. Sua madre, Elda Luxardo, ha oggi novant'anni: a Roma e nel cinema, è ancora una leggenda. Bellissima modella brasiliana, arrivata in Italia con il fratello Elio, diventò la prima fotografa di moda e di cinema nel dopoguerra. I più celebri ritratti di Gina Lollobrigida, Sofia Loren e Claudia Cardinale sono opera sua.

Il padre Salvatore, produttore cinematografico, ex partigiano di Giustizia e Libertà, nato a Perugia ma vissuto sempre a Roma, aveva combattuto in Jugoslavia, «e ci raccontava di aver salvato la vita al suo ufficiale, che era il direttore d'orchestra Carlo Maria Giulini. Ma papà era stato anche compagno di classe di quel Pietro Koch che con la sua banda, una sorta di polizia privata, con tanto di carcere privato presso la pensione Jaccarino, terrorizzò Roma nel 1944. Quando fu condannato a morte, Koch volle rivedere i suoi amici d'infanzia: a loro tremavano le mani, lui fu di una calma impressionante».

A casa Argento si parlava poco di politica, «anche se mamma era ed è fascistissima, suo fratello Elio, anche lui fotografo, è l'autore delle immagini-simbolo del regime. Papà più di centro, fra liberale e repubblicano. Quando, parlando del più e del meno, confessai di essere comunista, eravamo in gita verso il mare, mio padre inchiodò la macchina e cominciò a urlare».

Il giovane Dario, reduce da una febbre reumatica che lo tiene a letto per mesi e lo trasforma in un lettore accanito e appassionato di libri di cinema, studia dagli Scolopi al collegio Nazareno. Quando esplode il Sessantotto, lui è già da qualche anno vice-critico cinematografico a Paese Sera , il quotidiano comunista romano che allora usciva il pomeriggio ed era autorevole nel settore culturale: «Nel 1966 avevo intervistato i Beatles, curavo la pagina degli spettacoli, la mia passione. Teorizzavo, con "La nouvelle vague", l'avanguardia cinefila francese, che non esistono film brutti, che, magari per cinque minuti, c'è qualcosa da vedere in ogni pellicola. Uno scandalo.



Quando recensivo con entusiasmo i film western di quel fascistone di John Ford e i gialli di Hitchcock mi arrivava la letterina di richiamo del direttore, Fausto Coen: "Quello americano è fatuo divertimento", scriveva. Non era l'unico problema, non sopportavo l'invadenza dei dirigenti del Pci. Quando tutti i giornalisti scioperavano, arrivava, che so, un Giancarlo Pajetta e ci imponeva di non scioperare. Era orrendo per me vedere i colleghi che si appecoronavano. Lui diceva che noi non facevamo un prodotto borghese, che dovevamo essere presenti fra i compagni, e intanto non ci pagavano».

Erano gli anni in cui si viveva «con la furia dentro: tornavo alle quattro di notte a casa dal giornale e la mattina presto ricominciavo. L'approdo di noi ragazzi, il porto di mare sempre aperto, era la casa di Nanni Balestrini in via dei Banchi Vecchi. Scoprivamo il maoismo, una mia assistente andò a fare l'agopuntura cinese al "Convento Occupato" e svenne. Eravamo folli, incoscienti, eppure tanto vitali.

Scrissi con Bernardo Bertolucci la sceneggiatura di C'era una volta il West di Sergio Leone, costruimmo il personaggio della protagonista scegliendo una donna forte, ex puttana, e anche questa fu una piccola rivoluzione. Gli amici si chiamavano Franco Piperno e Oreste Scalzone, ero vicino a Potere Operaio. Quando andai a vivere con Daria Nicolodi, nella nostra camera da letto, sopra il materassone appoggiato a terra come si usava, avevo fatto costruire una immensa stella rossa di legno. Una volta, un produttore americano la vide e mancò poco che cancellasse il contratto.

Qualche giorno fa, Toni Negri ha incontrato Balestrini e gli ha chiesto di me: "E Argento? Anche lui è diventato di destra?" Siamo ancora tutti sotto choc per il passaggio di Aldo Brandirali, storico leader di "Servire il Popolo" nelle file di Comunione e Liberazione, anche se Aldo era sempre stato un po' sacerdotale. Mi ricordo che si faceva salutare dai suoi adepti come un guru, lui entrava e loro, in coro: "Lunga vita al compagno Aldo Brandirali", celebrava riti e matrimoni atei e ora è in Forza Italia.

No, io sono rimasto fra Ulivo e Ds. E sono tornato ad essere credente: è stato un lungo cammino, iniziato con la morte di mio padre, il giorno di Pasqua del 1987. E ora mi perdo spesso nelle biblioteche delle chiese a leggere testi sacri, sto studiando gli gnostici e i vangeli apocrifi. La figura che più mi appassiona è san Giovanni Battista, la sua avventura presso le comunità del mar Morto, c'è così tanto da studiare e da approfondire». Se oggi è qui a raccontare la sua intensa biografia, Dario Argento dice di doverlo «al grande successo, nel 1970, del mio primo film, L'uccello dalle piume di cristallo . Se fossi rimasto nei movimenti, forse sarei diventato un altro, magari a quest'ora sarei in prigione, o morto».

A salvarlo da altri eccessi, confessa il regista, sono state le figlie: «Sono stato un ragazzo padre per Asia (attrice e regista di successo, ndr ) e per Fiore, che fa la stilista di abiti. Non mi facevano portare in casa le fidanzate e così il mio appartamento era "mignotte-free" e la mia vita un po' più ordinata». Dopo vent'anni, sembra lontanissimo il ricordo del suo arresto clamoroso, nel 1985: tre giorni in prigione per possesso di hashish, «non esisteva ancora la legge che consentiva la modica quantità. Mi facevo gli spinelli, trovarono un po' di fumo sul mio comodino, finii in una cella di Regina Coeli con altri sei, la mia segretaria ci portava da mangiare tutti i giorni, ascoltavo storie stupende e non stavo così male: la notte si celebrava il rito della partita a scopa, insieme al capo della banda della Magliana, Rosario Nicoletti, un tipo con due baffoni, un grande personaggio».

Non esiste un film politico firmato da Dario Argento, neppure un corto. Esiste però una sceneggiatura, che potrebbe uscire dai suoi cassetti. È la storia di un gruppo di ex brigatisti, rifugiati negli angoli più lontani del mondo. Hanno ancora qualche arma e diversi contatti internazionali. Senza più ideali, sognano di sistemarsi, trovare i fondi per una serena vecchiaia. Si ritrovano per fare un grande colpo, una rapina colossale: per riuscire hanno bisogno delle nuove leve del terrorismo. La convivenza, però, è impossibile: «La vecchia guardia non sopporta i giovanissimi. Ma il giallo decolla quando, improvvisamente, un gruppo islamico...».

Dario Argento mi lascia in sospeso. Sorride e mi riaccompagna alla macchina, mentre uno dei piccoli cani, chiamato Dziga, in onore del regista polacco Dziga Vertov - documentarista negli anni Venti, filmò le imprese di Lenin - cerca di mordicchiarci i polpacci per paura di restare solo. In una casa così, sollevata su un bosco, il minuscolo chihuahua forse non ha tutti i torti.


Dagospia 25 Giugno 2005