DAGO BUSINE$$ - RCS - 3,75% - ZALESKI, OMBRA DI BAZOLI, CHE AVREBBE TENTATO DI RILEVARE LA QUOTA RCS DI RICUCCI (STOP DI TRONCHETTI) - DS A CAMPORLECCHIO - GUARGUAGLINI AMA LECCE - A CHE COSA SERVE IL PETROLIO USA ALLA CINA? CIA VERSUS PECHINO.
1 - Da TgFin - Secondo l'ultimo aggiornamento di oggi, 28/06/2005 alle ore 15:11, il titolo RCS veniva venduto a 5,39 euro, con un calo del 3,75%
2 - Pratica lo sci, l'alpinismo, il tennis ed è stato campione di Francia di Bridge nel 1961. In tasca ha 2mila miliardi di vecchie lire liquidi che deve investire e ieri è successo qualcosa che fa rizzare le orecchie. Romani Zaleski, classe 1933, laureato in ingegneria a Parigi sta girando intorno all'affare RCS. Il 3 maggio scorso il finanziere aveva tagliato corto rispetto all'ipotesi di un suo ingresso nel Patto di sindacato di BancaIntesa mentre i rumors indicavano la sua intenzione di aumentare la quota del 20% che detiene dentro la Banca di Bazoli con la sua Mittel.
Ma i rapporti con Bazoli che hanno avuto un momento di grande crisi e di rottura nel maggio 2001, sono ripresi alla grande e sembra che proprio ieri Zaleski si sia fatto sotto con la proposta di rilevare il 18,1% che è nelle mani di Stefano Ricucci. L'offerta è arrivata fino alle orecchie di Luca di Montezemolo che nell'incontro svoltosi ieri in casa di Tronchetti Provera ne ha parlato al presidente di TelecomItalia.
Ma è stato proprio quest'ultimo a troncare di netto qualsiasi fantasia. "Per adesso - pare abbia detto Tronchetti - andiamo avanti così e lasciamo che se la vedano gli esperti del
diritto". Una cosa però è trapelata ed è l'ombra vistosa di Nanni Bazoli, il presidente di BancaIntesa che non vuole dare semaforo verde all'immobiliarista romano. Zaleski ha i soldi per interrompere la telenovela sulla quale si gioca la libertà e l'autonomia del più grosso gruppo editoriale italiano. Interrogato dai giornalisti dieci giorni fa l'ingegnere francese ha dichiarato: "Non conosco Ricucci, non saprei dire se ci somigliamo". Nei prossimi giorni potrebbe arrivare la risposta. (Zaleski-Bazoli-Ricucci: non era poi così campato in aria l'articolo di Paolo Madron su "Panorama" che ha fatto tanto imbufalire il presidente di Banca Intesa.)
3 - Oggi non disturbate l'assessore all'innovazione della Regione Lazio Rana Ranucci: è impegnatissimo con il forum delle industrie di Italia e Lettonia, nella sede della Camera di Commercio di Roma di Andrea Mondello.
4 - (Apcom) - Ci sono le prime condanne per la vicenda Parmalat: Le ha decise il gup di Milano Cesare Sacconi ritenendo congrui i patteggiamenti tra accusa e difesa. Tra i condannati c'è Stefano Tanzi, figlio di Callisto, che ha preso un anno e undici mesi. Fausto Tonna, l'ex direttore finanziario del gruppo ha avuto due anni e sei mesi. Giampaolo Zini, consulente di Parmalat con studio a New York ha avuto due anni.
Un anno e dieci mesi per Luciano Del Soldato, ex direttore finanziario. Un anno e sei mesi per Alberto Ferraris altro ex direttore finanziario. Un anno e undici mesi per Giovanni Tanzi, fratello di Callisto.
5 - Pier Francesco Guarguaglini, "mister Finmeccanica" si è davvero affezionato a Lecce. Venerdì e sabato sarà nella città pugliese per l'incontro "Costruire la nuova Europa. Quale ruolo per l industria dell'aerospazio e difesa?". Seguirà ampio resoconto sulla rivista "Specchio Economico".
6 - Vi ricordate di Camporlecchio, sgarrupata sede campagnola, nel senese, dove i seguaci di Massimo D'Alema organizzano seminari (all'inaugurazione arrivò anche Umberto Agnelli)? Venerdì inizia una tre giorni di fuoco, con Pier Luigi Bersani, Marco Causi ("l'uomo dei bilanci di Veltroni"), Tito Boeri, Nicola Rossi, Pietro Modiano (San Paolo - Imi).
7 - A CHE COSA SERVE IL PETROLIO USA ALLA CINA? CIA VERSUS PECHINO
Da Il Velino (www.ilvelino.it)
Il titolo potrebbe essere "La partita di Go" e John Le Carrè sarebbe felice di poter firmare un libro del genere. Ma è tutt'altro che un romanzo, piuttosto un inquietante scenario quello che sta provocando fibrillazioni al Congresso americano, alla Central Intelligence Agency, alla Casa Bianca, negli ambienti diplomatici internazionali. Sulla carta si tratta di una normale operazione finanziaria, sia pur ghiotta: qualcosa come 40 mila miliardi del vecchio conio, offerti dalla Cnooc, l'ente petrolifero cinese al 70 per cento controllato dallo Stato, per l'acquisizione della Unocal, la società petrolifera di base californiana, specializzata in prospezioni ed estrazioni "difficili" in zone vergini del pianeta. Ad un'analisi superficiale sembra essere la copia carbone del problema che si poneva negli anni Ottanta, quando il Giappone, ricchissimo grazie ad uno yen debole, invadeva i mercati internazionali con i suoi prodotti, e reinvestiva gli enormi guadagni in proprietà a stelle e strisce di grande impatto simbolico, tipo il Rockefeller Center a New York e i grandi studi hollywoodiani.
Le inevitabili leggi dell'economia hanno poi pensato a riequilibrare il tutto, anzi a mettere nei guai lo stesso Giappone. La Cina, oggi "flushed with money", nuotando nel denaro fatto con magliette e scarpe da tennis dall'enorme ritorno economico perché prodotte con costo del lavoro bassissimo, sta già investendo vistosamente nel settore personal computer dell'Ibm, perfezionando l'acquisizione di Maytag (la potenza degli elettrodomestici, con brand names come la Hoover), e lancia ora il bid per la Unocal.
Non c'è chi non veda, in tutto questo, una sofisticata strategia di economia di scala: rifornire Maytag con elettrodomestici made in China a poco prezzo, per di più con uno yuan tenuto artificialmente basso dalla Banca centrale cinese, è sicuramente un'arma vincente. Ma con il petrolio il discorso è diverso: il petrolio è una commodity, d'accordo, ma non sarebbe mai arrivato a 60 dollari al barile se non fosse soprattutto una commodity "politica", di grandissima sensibilità strategica. A che cosa serve il petrolio alla Cina che fino a quattro o cinque anni fa era esportatrice netta ed oggi ha superato il Giappone come prima importatrice di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti?
A questo punto si formano due scuole di pensiero, evidentissime nelle dichiarazioni e nei commenti sulla stampa americana fino a questa mattina. La prima scuola di pensiero è quella degli ottimisti: come un tempo il Giappone, la Cina si faceva ieri bastare il proprio petrolio, anzi poteva esportarlo, ma oggi con la produzione industriale in furiosa escalation, ha bisogno di energia in sempre maggior quantità, tanto più che la sua industria è attivissima ma non brilla per efficienza e consuma di più rispetto a quelle dei paesi industrializzati.
I pessimisti invece, che come dice un celebre adagio sono ottimisti che hanno avuto più esperienze, sono convinti che il petrolio serva alla Cina per le sue mire geopolitiche, in particolare la finale, definitiva, soluzione del problema di Taiwan. Il problema esiste da più di 55 anni ormai, da quando i secessionisti della Cina nazionalista di Chang Kai Shek in contrasto con Mao Tse Tung (o Ze Dong come vuole oggi la nuova trasposizione fonetica), dovettero trovare rifugio nell'isola di Formosa, l'attuale Taiwan. Sulle pagine degli esteri dei giornali italiani non appaiono notizie del genere: ma i cinocomunisti hanno cannoneggiato l'isola per anni, sospendendo solo per occasioni rituali.
Dopo il recupero di Hong Kong, non ci sono dubbi che la Cina voglia concludere la sua Grande Marcia con l'annessione di Taiwan. La Cia ne è convinta e per questo motivo è stata la prima ad opporsi all'Opa Unocal da parte di Pechino. Il pessimismo è la fede professionale della Cia - d'altra parte come dice Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca - e tuttavia, senza arrivare alle recenti rivelazioni del Washington Times (la Cina invaderà Taiwan dopo le Olimpiadi di Pechino del 2008), l'idea di un attacco di Pechino contro Taiwan è tutt'altro che peregrina.
Scrive oggi Joseph Kahn sul New York Times: "La scarsità di petrolio minaccerebbe la Cina in caso di conflitto con Taiwan. Gli Stati Uniti, che hanno detto di voler difendere Taiwan in caso di attacco, potrebbero bloccare la navigazione nel Mar della Cina orientale, paralizzando il commercio cinese. Ed è anche per questa ragione che Pechino è andata cercando accordi da tempo con la Russia e con le nazioni centrasiatiche e ha già firmato un accordo preliminare per petrolio e gas naturale iraniano per 70 miliardi di dollari.
Inoltre le sussidiarie di Cnooc, Sinopec e PetroChina, stanno facendo shopping per diritti di prospezione da mesi in giro per il mondo. Come se non bastasse, la Cina ha avviato la costruzione di un'immensa riserva strategica, come quella nel sottosuolo americano, sulla costa della provincia di Zhejiang. La prima fase comprende la costruzione di 52 enormi cisterne della capacità di cento milioni di litri di benzina a ciascuna. L'obiettivo attuale è di mettere da parte carburante per sopravvivere tre mesi, a livello economico e militare, anche se non dovesse arrivare più una sola goccia di petrolio. Il tutto mentre si sta trivellando ogni centimetro promettente del territorio nazionale e si impongono restrizioni all'uso privato".
Insomma, lascia capire Kahn, questa Unocal è meglio non vendergliela. Dello stesso tenore altri commenti sulla stampa americana, in particolare il Washington Post. Il Go è un gioco molto difficile: si gioca con 180 palline nere e altrettante palline bianche su una grande scacchiera. Scopo del gioco è quello di accerchiare le pedine nemiche e catturarle. Un celebre manuale di guerriglia di Mao fu usato nella guerriglia in Vietnam: accerchiare il nemico ciucciandogli la pallina Unocal mentre lo si distrae da qualche altra parte della scacchiera è una strategia normale nel gioco del Go. Forse alla Cia c'è qualche appassionato. (cab)
Dagospia 28 Giugno 2005
2 - Pratica lo sci, l'alpinismo, il tennis ed è stato campione di Francia di Bridge nel 1961. In tasca ha 2mila miliardi di vecchie lire liquidi che deve investire e ieri è successo qualcosa che fa rizzare le orecchie. Romani Zaleski, classe 1933, laureato in ingegneria a Parigi sta girando intorno all'affare RCS. Il 3 maggio scorso il finanziere aveva tagliato corto rispetto all'ipotesi di un suo ingresso nel Patto di sindacato di BancaIntesa mentre i rumors indicavano la sua intenzione di aumentare la quota del 20% che detiene dentro la Banca di Bazoli con la sua Mittel.
Ma i rapporti con Bazoli che hanno avuto un momento di grande crisi e di rottura nel maggio 2001, sono ripresi alla grande e sembra che proprio ieri Zaleski si sia fatto sotto con la proposta di rilevare il 18,1% che è nelle mani di Stefano Ricucci. L'offerta è arrivata fino alle orecchie di Luca di Montezemolo che nell'incontro svoltosi ieri in casa di Tronchetti Provera ne ha parlato al presidente di TelecomItalia.
Ma è stato proprio quest'ultimo a troncare di netto qualsiasi fantasia. "Per adesso - pare abbia detto Tronchetti - andiamo avanti così e lasciamo che se la vedano gli esperti del
diritto". Una cosa però è trapelata ed è l'ombra vistosa di Nanni Bazoli, il presidente di BancaIntesa che non vuole dare semaforo verde all'immobiliarista romano. Zaleski ha i soldi per interrompere la telenovela sulla quale si gioca la libertà e l'autonomia del più grosso gruppo editoriale italiano. Interrogato dai giornalisti dieci giorni fa l'ingegnere francese ha dichiarato: "Non conosco Ricucci, non saprei dire se ci somigliamo". Nei prossimi giorni potrebbe arrivare la risposta. (Zaleski-Bazoli-Ricucci: non era poi così campato in aria l'articolo di Paolo Madron su "Panorama" che ha fatto tanto imbufalire il presidente di Banca Intesa.)
3 - Oggi non disturbate l'assessore all'innovazione della Regione Lazio Rana Ranucci: è impegnatissimo con il forum delle industrie di Italia e Lettonia, nella sede della Camera di Commercio di Roma di Andrea Mondello.
4 - (Apcom) - Ci sono le prime condanne per la vicenda Parmalat: Le ha decise il gup di Milano Cesare Sacconi ritenendo congrui i patteggiamenti tra accusa e difesa. Tra i condannati c'è Stefano Tanzi, figlio di Callisto, che ha preso un anno e undici mesi. Fausto Tonna, l'ex direttore finanziario del gruppo ha avuto due anni e sei mesi. Giampaolo Zini, consulente di Parmalat con studio a New York ha avuto due anni.
Un anno e dieci mesi per Luciano Del Soldato, ex direttore finanziario. Un anno e sei mesi per Alberto Ferraris altro ex direttore finanziario. Un anno e undici mesi per Giovanni Tanzi, fratello di Callisto.
5 - Pier Francesco Guarguaglini, "mister Finmeccanica" si è davvero affezionato a Lecce. Venerdì e sabato sarà nella città pugliese per l'incontro "Costruire la nuova Europa. Quale ruolo per l industria dell'aerospazio e difesa?". Seguirà ampio resoconto sulla rivista "Specchio Economico".
6 - Vi ricordate di Camporlecchio, sgarrupata sede campagnola, nel senese, dove i seguaci di Massimo D'Alema organizzano seminari (all'inaugurazione arrivò anche Umberto Agnelli)? Venerdì inizia una tre giorni di fuoco, con Pier Luigi Bersani, Marco Causi ("l'uomo dei bilanci di Veltroni"), Tito Boeri, Nicola Rossi, Pietro Modiano (San Paolo - Imi).
7 - A CHE COSA SERVE IL PETROLIO USA ALLA CINA? CIA VERSUS PECHINO
Da Il Velino (www.ilvelino.it)
Il titolo potrebbe essere "La partita di Go" e John Le Carrè sarebbe felice di poter firmare un libro del genere. Ma è tutt'altro che un romanzo, piuttosto un inquietante scenario quello che sta provocando fibrillazioni al Congresso americano, alla Central Intelligence Agency, alla Casa Bianca, negli ambienti diplomatici internazionali. Sulla carta si tratta di una normale operazione finanziaria, sia pur ghiotta: qualcosa come 40 mila miliardi del vecchio conio, offerti dalla Cnooc, l'ente petrolifero cinese al 70 per cento controllato dallo Stato, per l'acquisizione della Unocal, la società petrolifera di base californiana, specializzata in prospezioni ed estrazioni "difficili" in zone vergini del pianeta. Ad un'analisi superficiale sembra essere la copia carbone del problema che si poneva negli anni Ottanta, quando il Giappone, ricchissimo grazie ad uno yen debole, invadeva i mercati internazionali con i suoi prodotti, e reinvestiva gli enormi guadagni in proprietà a stelle e strisce di grande impatto simbolico, tipo il Rockefeller Center a New York e i grandi studi hollywoodiani.
Le inevitabili leggi dell'economia hanno poi pensato a riequilibrare il tutto, anzi a mettere nei guai lo stesso Giappone. La Cina, oggi "flushed with money", nuotando nel denaro fatto con magliette e scarpe da tennis dall'enorme ritorno economico perché prodotte con costo del lavoro bassissimo, sta già investendo vistosamente nel settore personal computer dell'Ibm, perfezionando l'acquisizione di Maytag (la potenza degli elettrodomestici, con brand names come la Hoover), e lancia ora il bid per la Unocal.
Non c'è chi non veda, in tutto questo, una sofisticata strategia di economia di scala: rifornire Maytag con elettrodomestici made in China a poco prezzo, per di più con uno yuan tenuto artificialmente basso dalla Banca centrale cinese, è sicuramente un'arma vincente. Ma con il petrolio il discorso è diverso: il petrolio è una commodity, d'accordo, ma non sarebbe mai arrivato a 60 dollari al barile se non fosse soprattutto una commodity "politica", di grandissima sensibilità strategica. A che cosa serve il petrolio alla Cina che fino a quattro o cinque anni fa era esportatrice netta ed oggi ha superato il Giappone come prima importatrice di petrolio al mondo dopo gli Stati Uniti?
A questo punto si formano due scuole di pensiero, evidentissime nelle dichiarazioni e nei commenti sulla stampa americana fino a questa mattina. La prima scuola di pensiero è quella degli ottimisti: come un tempo il Giappone, la Cina si faceva ieri bastare il proprio petrolio, anzi poteva esportarlo, ma oggi con la produzione industriale in furiosa escalation, ha bisogno di energia in sempre maggior quantità, tanto più che la sua industria è attivissima ma non brilla per efficienza e consuma di più rispetto a quelle dei paesi industrializzati.
I pessimisti invece, che come dice un celebre adagio sono ottimisti che hanno avuto più esperienze, sono convinti che il petrolio serva alla Cina per le sue mire geopolitiche, in particolare la finale, definitiva, soluzione del problema di Taiwan. Il problema esiste da più di 55 anni ormai, da quando i secessionisti della Cina nazionalista di Chang Kai Shek in contrasto con Mao Tse Tung (o Ze Dong come vuole oggi la nuova trasposizione fonetica), dovettero trovare rifugio nell'isola di Formosa, l'attuale Taiwan. Sulle pagine degli esteri dei giornali italiani non appaiono notizie del genere: ma i cinocomunisti hanno cannoneggiato l'isola per anni, sospendendo solo per occasioni rituali.
Dopo il recupero di Hong Kong, non ci sono dubbi che la Cina voglia concludere la sua Grande Marcia con l'annessione di Taiwan. La Cia ne è convinta e per questo motivo è stata la prima ad opporsi all'Opa Unocal da parte di Pechino. Il pessimismo è la fede professionale della Cia - d'altra parte come dice Giulio Andreotti, a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca - e tuttavia, senza arrivare alle recenti rivelazioni del Washington Times (la Cina invaderà Taiwan dopo le Olimpiadi di Pechino del 2008), l'idea di un attacco di Pechino contro Taiwan è tutt'altro che peregrina.
Scrive oggi Joseph Kahn sul New York Times: "La scarsità di petrolio minaccerebbe la Cina in caso di conflitto con Taiwan. Gli Stati Uniti, che hanno detto di voler difendere Taiwan in caso di attacco, potrebbero bloccare la navigazione nel Mar della Cina orientale, paralizzando il commercio cinese. Ed è anche per questa ragione che Pechino è andata cercando accordi da tempo con la Russia e con le nazioni centrasiatiche e ha già firmato un accordo preliminare per petrolio e gas naturale iraniano per 70 miliardi di dollari.
Inoltre le sussidiarie di Cnooc, Sinopec e PetroChina, stanno facendo shopping per diritti di prospezione da mesi in giro per il mondo. Come se non bastasse, la Cina ha avviato la costruzione di un'immensa riserva strategica, come quella nel sottosuolo americano, sulla costa della provincia di Zhejiang. La prima fase comprende la costruzione di 52 enormi cisterne della capacità di cento milioni di litri di benzina a ciascuna. L'obiettivo attuale è di mettere da parte carburante per sopravvivere tre mesi, a livello economico e militare, anche se non dovesse arrivare più una sola goccia di petrolio. Il tutto mentre si sta trivellando ogni centimetro promettente del territorio nazionale e si impongono restrizioni all'uso privato".
Insomma, lascia capire Kahn, questa Unocal è meglio non vendergliela. Dello stesso tenore altri commenti sulla stampa americana, in particolare il Washington Post. Il Go è un gioco molto difficile: si gioca con 180 palline nere e altrettante palline bianche su una grande scacchiera. Scopo del gioco è quello di accerchiare le pedine nemiche e catturarle. Un celebre manuale di guerriglia di Mao fu usato nella guerriglia in Vietnam: accerchiare il nemico ciucciandogli la pallina Unocal mentre lo si distrae da qualche altra parte della scacchiera è una strategia normale nel gioco del Go. Forse alla Cia c'è qualche appassionato. (cab)
Dagospia 28 Giugno 2005