SVELATO IL SEGRETO DI FATIMA - L'AMANTE STORICA DI URBANI ESCE ALLO SCOPERTO SU "OGGI": "SONO IO, FATIMA CUPIC, LA DONNA CHE GIULIANO HA AMATO DAL 1993 AL 1999" - "QUANTE VOLTE GLI HO RIMPROVERATO IL MALEDETTO VIZIO DI GIRARE IN COSTUME ADAMITICO!".
Fatima Milica Cupic per "Oggi"
Ad agosto, uno scoop fotografico di "Oggi" ha portato alla luce la relazione (sempre negata dagli interessati) tra l'ex ministro Giuliano Urbani e l'attrice Ida Di Benedetto: la relazione era stata denunciata da Vittorio Sgarbi per presunti finanziamenti «disinvolti» del parlamentare alla compagna (9 milioni di euro per i suoi film). Sgarbi è stato querelato. Dopo il nostro scoop, Ida Di Benedetto in un'intervista ammise di essere da 11 anni l'amante di Urbani. Ora ci arriva questa lettera: Fatima Milica Cupic sostiene di essere lei la «vera» amante di Urbani. Fatte le doverose verifiche, abbiamo deciso di pubblicarla.
Caro "Oggi", sono Fatima, la signora più volte citata dall'onorevole Vittorio Sgarbi. Mai e poi mai avrei voluto uscire dall'anonimato, rivelare il segreto dolore che ammanta tutta la mia vita. Ma dopo le pubbliche dichiarazioni dell'attrice Ida Di Benedetto, che ha affermato di stare con Urbani da 11 anni, mi sono sentita ferita nella dignità, colpita dalla provocazione a me indirizzata e ho deciso di uscire allo scoperto.
Sono io la donna che Giuliano ha amato dal 1993 al 1999. Io ho condiviso con lui i momenti cruciali del primo governo Berlusconi, tutti i patemi del governo Dini, io l'accoglievo dopo le faticose giornate di lavoro come un'amante, una sorella, una mamma di cui si poteva ciecamente fidare.
Sono consapevole che le mie parole turberanno e offenderanno la signora Urbani, una valente insegnante universitaria per la quale ho il massimo rispetto e alla quale chiedo scusa. Col capo cosparso di cenere mi rivolgo ai miei due figli, invitandoli alla generosità della comprensione e del perdono.
Urbani io l'ho conosciuto casualmente al telefono nel lontano 1992. Vivevo già allora separata in casa. Divisa da mio marito, con profonda amarezza per la morte di mia figlia, per le sue mille infedeltà e violenze che preesistevano. Mai mi rassegnerò, mai smetterò di chiedere giustizia. Anche ultimamente ho riepilogato in una lettera al presidente della Repubblica tutto il mio umiliante calvario, il mio peregrinare da un tribunale all'altro.
A Urbani mi avvicinò l'amore per la cultura. Scrivo libri, lui era allora professore alla Bocconi, ci conoscemmo casualmente al telefono e cominciammo a parlare dei massimi sistemi. Lui però insisteva per conoscermi di persona. M'inviava imbarazzanti mazzi di rose rosse che mi affrettavo a portare in chiesa, temendo l'ira mio marito. Dopo qualche mese che inventavo scuse per, non incontrarlo cedetti e ci demmo appuntamento all'Hotel Boston per una cena. Era il 13 marzo 1993. Il professore era colpito dal mio fascino slavo (sono nata vicino a Belgrado), io sorpresa per la sua piccola statura.
Mi aspettavo un uomo più prestante, trovai un gingillo, un conversatore arguto. Urbani mi ha conquistata facendomi ridere. Sentivo il bisogno di spezzare con una battuta brillante il clima plumbeo e avvelenato nel quale vivevo in seguito alla tragica morte di mia figlia Sonia.
Quella sera lo lasciai a boro di un taxi all'Hotel Boston, ma dopo due o tre cene, sempre nel medesimo albergo, avviammo una relazione intima. Non ho mai chiesto aiuti o denari a Urbani, che diceva di amarmi e di essermi fedele, cosa piuttosto insolita nel suo quieto vagabondare di don Giovanni incallito. Ci vedevamo nel piccolo attico di via della Mercede che un amico aveva messo a disposizione.
Rammento tra i coinquilini del palazzo l'attrice Giuliana De Sio.
Una sera del maggio 1994 mi chiamò al telefono, emozionato: «Vieni, ho una grande notizia da darti». Berlusconi lo volle ministro della Funzione pubblica, il governo fu fatto il 12, ma Giuliano, tra le quattro pareti di casa, si risenti perché si aspettava gli Interni o gli Esteri. Ha una grandissima opinione del proprio ingegno, un'ambizione smisurata. A me che sono straniera cominciò a fare un corso accelerato sulla politica italiana, condito di ritrattini al vetriolo.
La sua nomina la festeggiammo il 9 giugno, giorno del suo compleanno. Quando cascò il primo governo Berlusconi, Urbani sperava di essere chiamato dal presidente della Repubblica Scalfaro alla guida del governo tecnico che, invece, con suo grande dispetto, toccò all'onorevole Dini.
Come coppia clandestina facevamo una vita riservata, anche se tutti i suoi conoscenti sapevano della mia esistenza. Non ho fotografie da esibire, non sono un'attrice rampante cui possa giovare certa pubblicità. Ho però prove assai eloquenti del nostro legame. Ci frequentavamo di nascosto e quando si voleva andare a mangiare in qualche localino defilato lui si metteva berrettino, occhialoni, sciarpa. Rammento che una volta, in taxi, si levò il cappello e l'autista disse: «Mi sembra di conoscerla». Urbani con humour replicò: «Sono il fratello di Yul Brinner». I coinquilini della palazzina di Ciampino, dove ho la mia residenza ufficiale, lo ricordano bene.
In quei primi anni della nostra relazione, confortata da Giuliano, decisi di giungere finalmente alla separazione ufficiale. E lì accadde il fattaccio. Un fotografo, mandato da mio marito, ci sorprese sulla terrazza dell'attico di via del Corso 160 dove il mio amante si era trasferito. Immagini inequivocabili: io indossavo la sua vestaglia, lui innaffiava, nudo, le piante! Che disastro. Quante volte ho rimproverato a Urbani il maledetto vizio di girare in costume adamitico!
Sotto la minaccia di uno scandalo che avrebbe travolto il mio amico, ormai uomo pubblico in carriera, fui costretta a firmare una separazione consensuale che mi privò di tutto. Il mio amante cercava di rincuorarmi, mi prometteva l'aiuto di scaltri e combattivi legali, ma io non ho visto niente e per la nostra relazione mi sono giocata tutto.
Il nostro rapporto andò avanti tra le mie mille tribolazioni e le molestie che lui subiva fino a tutto il 1998. Un certo giorno Urbani mi convocò, scuro in volto: «Ho dovuto parlare con mia moglie perché temo che qualcuno si possa far vivo con lei». I fastidi e le pressioni erano aumentati e così, amichevolmente, decidemmo di non vederci più, anche se rimanemmo in contatto e lui in confidenza mi rivelò che a causa di un favore fatto a un'attrice si stava mettendo in una situazione difficile.
Era ormai il 2002 quando, per via di un mio libro autobiografico, intitolato "Mezze figure", conobbi in un salotto Vittorio Sgarbi. Urbani, nelle telefonate che continuavamo a farci, lo denigrava cori epiteti che non si possono neanche riferire, io invece sentii che mi potevo fidare del critico e gli aprii il mio cuore. Gli raccontai che per il ministro che in sei anni mi aveva regalato due profumi e una sciarpa m'ero ridotta quasi all'indigenza. L'onorevole Sgarbi rispose che comprendeva perfettamente il mio dolore, conosceva sulla sua pelle i metodi di Urbani, ma non poteva farmi da paladino perché nella mia vicenda non c'era stata alcuna elargizione, non riscontrava sperpero di denaro pubblico. M'invitò però alla sua trasmissione il "Dopo festival" in onda su La7, sostenendo che per la mia somiglianza con la Milo, per il mio spirito potevo, forse, avere un destino televisivo.
Il professore mi voleva risarcire alla sua maniera dei danni subiti. Però l'invito di Sgarbi nella sua casa museo di via dell'Anima, dove veniva registrato in diretta l'evento, mandò in bestia Giuliano. Ebbe uno scoppio di furore contro il suo ex sottosegretario accusato di ogni nefandezza. Di tutto questo ho le prove. Quella notte, in via dell'Anima, io trovai dei vigilantes che mi sbarrarono l'accesso e la trasmissione poté andare in onda solo dopo che al telefono minacciai Giuliano di portarlo in tribunale.
Questa è la pura verità dei miei rapporti con l'ex ministro dei Beni culturali, un uomo che non ha avuto un briciolo di solidarietà vera con una mamma che aveva perduto la figlioletta adorata e per lui si era giocata la reputazione. Ora l'attrice Di Benedetto, che a quanto pare non si è accontentata di due profumi e una sciarpa, vorrebbe anche cancellarmi. Non ci sto. Autorizzo la pubblicazione della mia immagine e sono a disposizione per ogni chiarimento.
Dagospia 29 Settembre 2005
Ad agosto, uno scoop fotografico di "Oggi" ha portato alla luce la relazione (sempre negata dagli interessati) tra l'ex ministro Giuliano Urbani e l'attrice Ida Di Benedetto: la relazione era stata denunciata da Vittorio Sgarbi per presunti finanziamenti «disinvolti» del parlamentare alla compagna (9 milioni di euro per i suoi film). Sgarbi è stato querelato. Dopo il nostro scoop, Ida Di Benedetto in un'intervista ammise di essere da 11 anni l'amante di Urbani. Ora ci arriva questa lettera: Fatima Milica Cupic sostiene di essere lei la «vera» amante di Urbani. Fatte le doverose verifiche, abbiamo deciso di pubblicarla.
Caro "Oggi", sono Fatima, la signora più volte citata dall'onorevole Vittorio Sgarbi. Mai e poi mai avrei voluto uscire dall'anonimato, rivelare il segreto dolore che ammanta tutta la mia vita. Ma dopo le pubbliche dichiarazioni dell'attrice Ida Di Benedetto, che ha affermato di stare con Urbani da 11 anni, mi sono sentita ferita nella dignità, colpita dalla provocazione a me indirizzata e ho deciso di uscire allo scoperto.
Sono io la donna che Giuliano ha amato dal 1993 al 1999. Io ho condiviso con lui i momenti cruciali del primo governo Berlusconi, tutti i patemi del governo Dini, io l'accoglievo dopo le faticose giornate di lavoro come un'amante, una sorella, una mamma di cui si poteva ciecamente fidare.
Sono consapevole che le mie parole turberanno e offenderanno la signora Urbani, una valente insegnante universitaria per la quale ho il massimo rispetto e alla quale chiedo scusa. Col capo cosparso di cenere mi rivolgo ai miei due figli, invitandoli alla generosità della comprensione e del perdono.
Urbani io l'ho conosciuto casualmente al telefono nel lontano 1992. Vivevo già allora separata in casa. Divisa da mio marito, con profonda amarezza per la morte di mia figlia, per le sue mille infedeltà e violenze che preesistevano. Mai mi rassegnerò, mai smetterò di chiedere giustizia. Anche ultimamente ho riepilogato in una lettera al presidente della Repubblica tutto il mio umiliante calvario, il mio peregrinare da un tribunale all'altro.
A Urbani mi avvicinò l'amore per la cultura. Scrivo libri, lui era allora professore alla Bocconi, ci conoscemmo casualmente al telefono e cominciammo a parlare dei massimi sistemi. Lui però insisteva per conoscermi di persona. M'inviava imbarazzanti mazzi di rose rosse che mi affrettavo a portare in chiesa, temendo l'ira mio marito. Dopo qualche mese che inventavo scuse per, non incontrarlo cedetti e ci demmo appuntamento all'Hotel Boston per una cena. Era il 13 marzo 1993. Il professore era colpito dal mio fascino slavo (sono nata vicino a Belgrado), io sorpresa per la sua piccola statura.
Mi aspettavo un uomo più prestante, trovai un gingillo, un conversatore arguto. Urbani mi ha conquistata facendomi ridere. Sentivo il bisogno di spezzare con una battuta brillante il clima plumbeo e avvelenato nel quale vivevo in seguito alla tragica morte di mia figlia Sonia.
Quella sera lo lasciai a boro di un taxi all'Hotel Boston, ma dopo due o tre cene, sempre nel medesimo albergo, avviammo una relazione intima. Non ho mai chiesto aiuti o denari a Urbani, che diceva di amarmi e di essermi fedele, cosa piuttosto insolita nel suo quieto vagabondare di don Giovanni incallito. Ci vedevamo nel piccolo attico di via della Mercede che un amico aveva messo a disposizione.
Rammento tra i coinquilini del palazzo l'attrice Giuliana De Sio.
Una sera del maggio 1994 mi chiamò al telefono, emozionato: «Vieni, ho una grande notizia da darti». Berlusconi lo volle ministro della Funzione pubblica, il governo fu fatto il 12, ma Giuliano, tra le quattro pareti di casa, si risenti perché si aspettava gli Interni o gli Esteri. Ha una grandissima opinione del proprio ingegno, un'ambizione smisurata. A me che sono straniera cominciò a fare un corso accelerato sulla politica italiana, condito di ritrattini al vetriolo.
La sua nomina la festeggiammo il 9 giugno, giorno del suo compleanno. Quando cascò il primo governo Berlusconi, Urbani sperava di essere chiamato dal presidente della Repubblica Scalfaro alla guida del governo tecnico che, invece, con suo grande dispetto, toccò all'onorevole Dini.
Come coppia clandestina facevamo una vita riservata, anche se tutti i suoi conoscenti sapevano della mia esistenza. Non ho fotografie da esibire, non sono un'attrice rampante cui possa giovare certa pubblicità. Ho però prove assai eloquenti del nostro legame. Ci frequentavamo di nascosto e quando si voleva andare a mangiare in qualche localino defilato lui si metteva berrettino, occhialoni, sciarpa. Rammento che una volta, in taxi, si levò il cappello e l'autista disse: «Mi sembra di conoscerla». Urbani con humour replicò: «Sono il fratello di Yul Brinner». I coinquilini della palazzina di Ciampino, dove ho la mia residenza ufficiale, lo ricordano bene.
In quei primi anni della nostra relazione, confortata da Giuliano, decisi di giungere finalmente alla separazione ufficiale. E lì accadde il fattaccio. Un fotografo, mandato da mio marito, ci sorprese sulla terrazza dell'attico di via del Corso 160 dove il mio amante si era trasferito. Immagini inequivocabili: io indossavo la sua vestaglia, lui innaffiava, nudo, le piante! Che disastro. Quante volte ho rimproverato a Urbani il maledetto vizio di girare in costume adamitico!
Sotto la minaccia di uno scandalo che avrebbe travolto il mio amico, ormai uomo pubblico in carriera, fui costretta a firmare una separazione consensuale che mi privò di tutto. Il mio amante cercava di rincuorarmi, mi prometteva l'aiuto di scaltri e combattivi legali, ma io non ho visto niente e per la nostra relazione mi sono giocata tutto.
Il nostro rapporto andò avanti tra le mie mille tribolazioni e le molestie che lui subiva fino a tutto il 1998. Un certo giorno Urbani mi convocò, scuro in volto: «Ho dovuto parlare con mia moglie perché temo che qualcuno si possa far vivo con lei». I fastidi e le pressioni erano aumentati e così, amichevolmente, decidemmo di non vederci più, anche se rimanemmo in contatto e lui in confidenza mi rivelò che a causa di un favore fatto a un'attrice si stava mettendo in una situazione difficile.
Era ormai il 2002 quando, per via di un mio libro autobiografico, intitolato "Mezze figure", conobbi in un salotto Vittorio Sgarbi. Urbani, nelle telefonate che continuavamo a farci, lo denigrava cori epiteti che non si possono neanche riferire, io invece sentii che mi potevo fidare del critico e gli aprii il mio cuore. Gli raccontai che per il ministro che in sei anni mi aveva regalato due profumi e una sciarpa m'ero ridotta quasi all'indigenza. L'onorevole Sgarbi rispose che comprendeva perfettamente il mio dolore, conosceva sulla sua pelle i metodi di Urbani, ma non poteva farmi da paladino perché nella mia vicenda non c'era stata alcuna elargizione, non riscontrava sperpero di denaro pubblico. M'invitò però alla sua trasmissione il "Dopo festival" in onda su La7, sostenendo che per la mia somiglianza con la Milo, per il mio spirito potevo, forse, avere un destino televisivo.
Il professore mi voleva risarcire alla sua maniera dei danni subiti. Però l'invito di Sgarbi nella sua casa museo di via dell'Anima, dove veniva registrato in diretta l'evento, mandò in bestia Giuliano. Ebbe uno scoppio di furore contro il suo ex sottosegretario accusato di ogni nefandezza. Di tutto questo ho le prove. Quella notte, in via dell'Anima, io trovai dei vigilantes che mi sbarrarono l'accesso e la trasmissione poté andare in onda solo dopo che al telefono minacciai Giuliano di portarlo in tribunale.
Questa è la pura verità dei miei rapporti con l'ex ministro dei Beni culturali, un uomo che non ha avuto un briciolo di solidarietà vera con una mamma che aveva perduto la figlioletta adorata e per lui si era giocata la reputazione. Ora l'attrice Di Benedetto, che a quanto pare non si è accontentata di due profumi e una sciarpa, vorrebbe anche cancellarmi. Non ci sto. Autorizzo la pubblicazione della mia immagine e sono a disposizione per ogni chiarimento.
Dagospia 29 Settembre 2005