SIAMO UOMINI O C.AV. (CAVALIERE + AVVOCATO)? COSSIGA PICCONA IL RAIS AGNELLI

Intervista di Massimo Mucchetti per l'Espresso

Lunedì 29 ottobre l'assemblea annuale di Mediobanca non ha nominato presidente né l'ex direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, né il direttore generale della Banca d'Italia, Vincenzo Desario. Il gioco dei veti incrociati tra i soci ha lasciato in carica il quasi ottantenne Francesco Cingano. Negli stessi giorni il governo Berlusconi si è diviso tra favorevoli e contrari all'acquisto dell'A400M, l'Airbus militare.
È quanto basta per indurre il senatore a vita Francesco Cossiga ad accettare questa intervista con "L'Espresso" sul rapporto tra il governo e i poteri forti dell'economia, dalla Fiat alla banca centrale.


Presidente, lei non vuole l'Airbus. Come il ministro della Difesa, Antonio Martino. Perché?
"L'A400M è un aereo militare da trasporto strategico che serve a spostare grandi masse di uomini e mezzi a lunga distanza. Ha senso per quei paesi come la Gran Bretagna che hanno una politica militare di proiezione a largo raggio. Gli amici del centro-sinistra vogliono che il governo compri l'Airbus, ma vogliono davvero che venga usato? Mi pare che, in Italia, costituisca ancora problema se un fante del 151° reggimento della Brigata Sassari deve andare a far pipì fuori dalle acque territoriali".

I militari italiani, però, vanno in Afghanistan.
"Ma la consistenza della spedizione, per uomini e armamenti, non è tale da giustificare l'acquisto di una flotta di 16 A400M. Se un ricco signore volesse invitare a New York 200 amici, affitterebbe un Boeing, mica lo comprerebbe".
L'A400M è un progetto plurinazionale. La prima pietra di un esercito europeo.
"Lei crede che l'abbozzo di un'industria militare europea debba servire un sistema di difesa integrato che non c'è o è questo sistema virtuale che deve servire l'erigenda industria militare europea?".
E allora?
"Il sogno degli europei, e degli italiani in particolare, è sempre stato quello di farsi difendere dagli americani, salvo il diritto alla protesta, da non prendere sul serio beninteso, contro l'egemonia Usa. Ecco perché sono d'accordo con Martino che non vuole l'A400M e sono contrario a Renato Ruggiero che, invece, lo invoca".
E Silvio Berlusconi?
"È d'accordo con Martino la mattina e con Ruggiero nel pomeriggio".

Se non giova alle Forze Armate italiane, cui prodest l'A400M?
"M'han detto che prodest alla Fiat sotto specie di Fiat Avio. Finmeccanica, mi dicono, fornirebbe parti di carlinga, latta insomma. Fiat Avio un componente più ricco: il demoltiplicatore, il sistema che "riduce" il numero dei giri del motore a quello, più basso, del rotore".
Berlusconi deve pur decidere.
"Se questo governo, democratico ma di destra, vuole consumare fino in fondo la sua scelta di classe...".
Scelta di classe? Che linguaggio marxista!
"Io non ho mai pensato che Marx e Lenin non avessero più nulla da insegnarci solo perché nell'89 è caduto il Muro di Berlino. Personalmente sto rileggendo "Stato e Rivoluzione"".
Berlusconi, allora?
"Non potrà resistere alla Fiat".
Perché?
"Ritiene di non poter fare a meno di Ruggiero. Se il ministro degli Esteri pone l'aut aut e minaccia le dimissioni, Berlusconi cede".
La Farnesina che tiene la parte alla Fiat?
"Ruggiero vuole l'A400M perché è un euroentusiasta. Per intima convinzione, e non certo perché è un "impiegato" della famiglia Agnelli in aspettativa. Non potrei mai pensarlo di un diplomatico che è stato mio capo di gabinetto, quando ero ministro degli Esteri a interim, e mio sherpa a palazzo Chigi. D'altra parte, Ruggiero ha dalla sua anche Carlo Azeglio Ciampi. Che, con molto rispetto, colloco tra gli euroentusiasti".
Il governo farebbe dunque gli interessi della Fiat, ma senza volerlo: così, un po' di risulta.
"La democrazia è rappresentanza di valori e di interessi. Niente scandali. Ma il regime democratico in Italia è installato su un regime capitalistico più che su un'economia di mercato. Un regime capitalistico tende alla concentrazione monopolistica od oligopolistica, e questa porta alla prepotenza del più forte".

Il più forte, dicono, è Agnelli.
"La famiglia Agnelli ha vestito prima i panni liberali, poi quelli fascisti. Ricordo le immagini del grande senatore Giovanni Agnelli in orbace. Ma a Torino hanno fatto affari con i tedeschi e fornito le armi ai partigiani. Sono stati democristiani e hanno aperto alla sinistra...".
Dovevano pure abbassare la conflittualità in fabbrica.
"E fare Togliattigrad. Agnelli ha pagato i suoi prezzi, politici s'intende".
Lo dice anche l'Avvocato: la Fiat è sempre filogovernativa.
"Ho gran rispetto per chi fa i denari. Ne ho meno per chi glieli lascia fare. La Fiat si sente legata all'Italia tranne quando compra per rivendere alla Francia: Galbani, Rinascente, domani la Montedison. Facciano i loro interessi, ma lascino stare il patriottismo".
Agnelli la riconoscenza di Berlusconi se l'è conquistata.
"Berlusconi ha due ragioni di riconoscenza. Con quello spirito repubblicano che avrebbero dovuto dimostrare per primi gli amici dell'Ulivo, Giovanni Agnelli ha difeso Berlusconi dagli attacchi di uomini politici stranieri come Schröder, il belga Michel, il presidente dell'Assemblea nazionale francese. E poi ha convinto Ruggiero, che in un primo tempo aveva schifato la poltrona ministeriale perché gliela offriva Forza Italia, ad accettare gli Esteri. Credevo che Berlusconi avesse pagato il suo debito con l'incredibile complicità del governo nell'affare Electricité de France-Montedison...".
Il ministro Marzano giura che l'esecutivo è stato neutrale.
"E ha fatto male. Perché la sua neutralità ha aperto la strada all'intervento della Fiat che aggira, di fatto, il decreto Visco e tira la volata all'Edf, un monopolio di Stato. Credevo bastasse e invece mi accorgo che i rapporti Agnelli-Berlusconi si configurano ormai come una prestazione continuativa che esige il pagamento di un canone".

Fuor di metafora?
"Agnelli e Berlusconi si stanno mettendo d'accordo per altri affari. A cominciare da Mediobanca".
Dice?
"Nelle ultime votazioni in seno al sindacato di controllo era assente il partner paritario di Berlusconi, il sempre giovane democristiano della sinistra di base, Ennio Doris".
Doris, chiamato da Maranghi in Mediobanca, si defila nel momento del bisogno del suo mentore.
"Celebrati i funerali di Enrico Cuccia, i soci di Mediobanca si sono ricordati di esserlo. Agnelli ha detto: il management deve rispondere a noi. Mediobanca è nostra. Conoscendolo, voleva dire che era sua".
Sua?
"Conquistando Mediobanca e cacciando l'amministratore delegato Vincenzo Maranghi, che ancora crede alla funzione storica dell'istituzione, Agnelli può raggiungere due obiettivi: primo, ridurre Mediobanca da quell'Iri dei privati che è stata per mezzo secolo al rango di una merchant bank qualsiasi; secondo, spartire il tesoretto".
Vuol essere più preciso?
"Credo si debba arrivare al più presto a una soluzione concordata su Mediobanca non solo perché l'Italia ne ha ancora bisogno, ma anche per far venir meno un pettegolezzo sempre più diffuso che danneggia l'immagine di Berlusconi, e dunque del governo. Secondo questo pettegolezzo, il gruppo Agnelli-Fiat-General Motors otterrebbe la benevolenza, o quantomeno la neutralità del governo, rispetto al suo piano di conquista di Mediobanca e del "Corriere della Sera" non solo in cambio della cessione di Rcs Libri alla Mondadori (la qual cosa farebbe di Marina Berlusconi una delle maggior editrici d'Europa), ma anche e soprattutto in cambio dell'ingresso della Mediolanum nel capitale delle Assicurazioni Generali. La Mediolanum che Berlusconi ha affidato al suo amico Doris".
La Fiat critica Romiti e Mediobanca perché lo sostiene. I risultati di Hdp le danno ragione.
"Non vorremo mica che Maranghi si inimichi una delle poche persone per bene che lo sostengono".

Tecnicamente parlando, Cesare Romiti è stato condannato per falso in bilancio.
"Le corti di Torino hanno fatto valere per lui il principio che non poteva non sapere e non l'hanno fatto valere per Agnelli. A Milano non sarebbe accaduto. O forse sì. Forse ha ragione Blakstone: "The king can't be wrong" ".
Conosceva Cuccia?
"Avevo un rapporto di devozione verso Enrico Cuccia e lui nutriva grande affetto per me. Lo conobbi nel 1979-80, quando ero presidente del Consiglio".
Di che cosa parlavate: lei, un politico cattolico democratico, lui, banchiere di cultura azionista?
"Avevamo un retroterra comune: entrambi cattolici, antifascisti, repubblicani. Ci scambiavamo libri, ci scrivevamo lettere. Fui io a fargli scoprire "Le braci". E lui, a Parigi, mi trovò gli altri due romanzi di Márai, allora non ancora tradotti in Italia. Gli regalai un'antologia americana del pensiero di Tommaso d'Aquino e lui, dopo un mese, mi mandò una lettera di ringraziamento nella quale segnalava gli errori della traduzione inglese. Un'altra volta gli mandai l'edizione italiana dell'"Apologia pro vita sua", di Newman e lui mi mandò una letterina su carta semplice di Mediobanca: "La ringrazio perché mi ha fatto tornare alla mia gioventù quando, frequentando la London School of Economics, ebbi modo di leggere questo magnifico testo, in inglese". Capito la botta?".
Non parlavate di economia?
"Da presidente della Repubblica gli chiesi consiglio due volte. La prima fu quando una grande azienda privata voleva acquisire un'azienda dell'Iri, pagando l'Iri medesima con azioni proprie. Non avevo competenza diretta, ma, come direbbe Bagehot, in un regime parlamentare al presidente compete pur sempre il diritto di essere informato e il dovere di dare consigli e mettere in guardia. Ero a Milano, volevo andare a trovare Cuccia. Ma lui si rifiutò di ricevermi e volle venire in prefettura. Dove mi chiese: "Ma perché mai le dovrebbe dispiacere se una società privata acquisisce la maggioranza di un'azienda dell'Iri, pagando in contanti?". In contanti, capisce? Così, con un po' di ironia, mi diede il suo consiglio e mi confermò nei miei dubbi".

E l'altra volta?
"Confidai a Cuccia che stavo pensando di non promulgare la legge finanziaria del governo Andreotti e lui mi disse di non prendere molto sul serio questo genere di documenti contabili, di firmare pure".
È vero che lei ha rischiato di diventare presidente di Mediobanca?
"È vero che, due o tre mesi dopo la scomparsa di Cuccia, mentre giacevo convalescente dopo un intervento chirurgico, fui officiato da Maranghi per fare il presidente di Mediobanca".
La sua risposta?
"Lasciatemi pensare. Cambiare mestiere a 72 anni... Ma mi dicevano che era necessario per il paese".
Fino a quando la sua candidatura rimase in piedi?
"Più o meno fino a settembre, quando presi atto delle insormontabili difficoltà e ringraziai Maranghi e Romiti e altri che non voglio trascinare con me".

Quali difficoltà?
"Un senatore a vita di diritto, quale sono in quanto ex presidente della Repubblica, può assumere la presidenza di una banca? Enrico De Nicola, che poté fare il giudice costituzionale dopo aver lasciato il Quirinale, risolse il problema dell'incompatibilità conservando il laticlavio di diritto e sospendendo le sue funzioni in Senato".
Tutto qui?
"No. Ci fu il veto dell'avvocato Agnelli. Del quale venni informato con una singolare domanda: "Ma perché Agnelli ce l'ha tanto con lei?". Risposi: "Per dovere di gratitudine. Non può perdonarmi di averlo fatto senatore a vita e ben lo comprendo. Dandogli quel riconoscimento, gli ho fatto scoprire che non poteva avere tutto per esclusivo titolo personale o ereditario. L'ho reso consapevole di essere potente, ma non potentissimo. Ed è stata un'imprudenza. Poi, ho tenuto in gran considerazione l'opinione della Banca d'Italia. Esercitando un po' la moral suasion e un po' le sue funzioni di vigilanza, la Banca d'Italia mi ha avvertito che la mia avrebbe potuto essere letta come la candidatura di una parte contro l'altra. Un'altissima autorità monetaria e istituzionale ha osservato che ciò non sarebbe stato consono a un ex presidente della Repubblica e del Senato".
Ma perché la Banca d'Italia si deve preoccupare tanto di nomine?
"La Banca d'Italia è come il vecchio zio. Non ha più la tutela giuridica dei nipoti (il Tesoro, le Finanze, il Governo) e neanche quella dei partiti e delle banche. Non ha la tutela, ma non si fida di loro. Crede che facciano i furbi, che possano sbagliare".
E lo zio non sbaglia mai?
"Ma questo è il dogma! La Banca d'Italia ha sempre ragione".
Lei ci crede?
"Una società non regge senza miti. E io credo al mito. A quello che abbiamo".
Insomma, chi ha affossato la presidenza Cossiga in Mediobanca sono stati Agnelli e Fazio...
"Ho parlato di Banca d'Italia, ultimo baluardo del dirigismo, e non della persona del Governatore, di cui riconosco lo spessore intellettuale e morale e il grande impegno civile".
Agnelli e Fazio sono i garanti del governo Berlusconi presso l'opinione pubblica.
"No. I garanti, o i mallevadori, rispondono se gli impegni non sono onorati. Agnelli-Fiat, invece, è un testimonial. Come Megan Gale per Omnitel, i testimonial ricevono un compenso, ma non rispondono se i cellulari non funzionano".

Dagospia.com 12 Novembre 2001