LA BANDA DI NANDA - LA PIVANO "SDOGANA" LA POESIA DELLE STAR DEL POP, DA JOVANOTTI A DYLAN, DA SPRINGSTEEN A LIGABUE, MA L'INCONTRO CON BOWIE FA CILECCA: CON UN LANGUORE DA FEMME FATALE ANNI VENTI SUSSURRO': "NON C'È ABBASTANZA PUBBLICO, IO NON CANTO".

Tratto da "I miei amici cantautori", di Fernanda Pivano, a cura di Sergio Sacchi e Stefano Senardi, Mondadori.

David Bowie


David Bowie è entrato nella mia consapevolezza nel 1995 quando Arianna D'Aloja, una bellissima signora che allora abitava in Sant'Alessandro, e il suo bellissimo marito, Giovanni Tamberi, che faceva i dischi, mi hanno chiamato per fare una presentazione di "Outside".
"Outside" era un album basato sui cut-up di William Burroughs, i collage letterali come sempre difficili da interpretare che William Burroughs aveva cominciato a comporre nel 1959.

"Outside" era stato pubblicato dalla Arista e prodotto da Brian Eno, ed era uscito il 25 settembre 1995, riuscendo quasi a divulgare i collage letterari molto ardui dell'autore del "Pasto nudo".
Quando il disco è uscito in Italia con la mia cosiddetta presentazione, Arianna D'Aloja mi ha dato la gioia di incontrare questo straordinario personaggio di cui mi avevano parlato Tito e Adriana Schipa, spiegandomi che lo chiamavano il Duca bianco e qualche altra delle sue stranezze.

Ero arrivata all'anfiteatro con molto anticipo una volta che Arianna D'Aloja voleva farmi incontrare il Duca bianco prima che si presentasse al pubblico. Era sempre piacevole chiacchierare con Arianna D'Aloja e più o meno non mi ero accorta che era passato un bel po' di tempo prima che arrivasse il Duca bianco, bellissimo, elegantissimo, sfottentissimo ma che di bianco non aveva proprio niente. I capelli li aveva color arancione, il vestito di seta frusciante di un colore che avrebbe potuto essere qualunque sotto lo charme dei suoi gesti e della sua voce. Mi aveva guardato con scarsa curiosità, aveva guardato con curiosità anche minore la sala e aveva sussurrato con un languore da femme fatale anni Venti: «Non c'è abbastanza pubblico, io non canto», gettando la povera Arianna D'Aloja nel disastro e me nell'attenta curiosità con cui ero abituata ai miei amici geniali.

Su questa pausa che sembrava incolmabile si era avvicinata una splendida ragazza di colore, principessa di non ricordo che regno, che gli aveva parlato come soltanto lei era visibilmente in grado di fare, perché la grandissima stella inimitabile andasse a farsi applaudire dal pubblico che lo stava osannando.



Lo osannavo anch'io da quella sala d'aspetto, ansiosa, e intanto bevevo cappuccini e Coca-Cola distribuiti in un piccolo bar improvvisato, e intanto fissavo questo poeta denunciato dal pubblico di tutto il mondo per le cose sconvenienti che diceva e più o meno diceva o faceva su palcoscenici che nessuno sapeva sfidare con la sua grazia o forse con la sua indifferenza.

Diceva ai suoi amici, forse anche alla sua moglie di colore, che si sentiva a suo agio solo vestito da donna; e chissà se era vero, ma vero o non vero, aveva creato questa immagine di sé ostinata e un po' buffa: di lui con un grande cappello a cloche che reggeva al seno il suo bambino sotto gli occhi divertiti della moglie, in attesa di uscire dalle scene qualche anno dopo e dire che lui non era diverso, gli piaceva anche vestirsi da uomo, l'importante era che tutti si accorgessero della sua bellezza inimitabile.

Incoraggiato dal successo di cui si sentiva come sempre circondato aveva cominciato a spiegarmi i cut-up che aveva cantato in "Outside"; naturalmente il significato delle sue canzoni era un po' più confuso di quello un po' misterioso quale si realizzava nelle parole mica tanto facili da capire di William Burroughs; io l'avrei ascoltato con gioia per più tempo di quanto me ne ha concesso e alla fine forse per non mettere me in imbarazzo tutti lo ascoltavano con queste spiegazioni che ormai, giuste o sbagliate, sarebbero rimaste le spiegazioni rese immateriali da interpretazioni anche più inafferrabili di quelle offerte da Burroughs.

Non avevo osato chiedergli che cosa pensava di dire per giustificare l'attesa sprecata di ore del suo pubblico fedele ma un po' mortificato. Poi eravamo andati tutti a casa, e cambiando registro al suo charme il Duca era ritornato bianco ed era riuscito a conquistare la pazienza e l'indulgenza di Arianna D'Aloja. Anche le mie, naturalmente. Però non ero stata capace di non chiedergli quando me li avrebbe cantati quei collage dei suoi cut-up. E lui, uscendo per qualche attimo dal suo personaggio, mi aveva risposto con una battuta troppo normale perché adesso possa screditarlo riferendola.

Invece il Duca bianco non l'ho scritto per niente. Quando si è vestito da uomo mi è rimasta un po' di nostalgia: quando le brave signore erano abituate a reggere a un seno vero bambini piangenti che invece erano sempre gli stessi avevo incoraggiato la loro bravura mescolandola alla loro bellezza forse dovuta alla loro giovane età più che a qualche legge naturale.
Il mio ricordo del Duca bianco era un ricordo di tenerezza che mi aiutava a capirlo: perché gli occhi, quegli occhi un po' magici, non smettevano mai di essere legati a una fondamentale realtà.


Dagospia 20 Ottobre 2005