IL REDENTONE DI DUCCIO
SCOPERTE E MASSACRI DI MIELAZZA, SANCIO BATTISTA E TROTTERELLONA SERRI
TROMBA D'ARIA DI TROMBADORI SUL LIBRO I "REDENTI": UNA SOLENNE PUZZONATA
ANTISEMITA A CHI? TE LO DO IO L'ELENCO DEI COLLABORATORI DI "PRIMATO" DI BOTTAI
SCOPERTE E MASSACRI DI MIELAZZA, SANCIO BATTISTA E TROTTERELLONA SERRI
TROMBA D'ARIA DI TROMBADORI SUL LIBRO I "REDENTI": UNA SOLENNE PUZZONATA
ANTISEMITA A CHI? TE LO DO IO L'ELENCO DEI COLLABORATORI DI "PRIMATO" DI BOTTAI
Duccio Trombadori per Il Foglio
L'amico fraterno (minor et maior) Giuliano Ferrara mi invita (vedi "Il Foglio" del 23 Novembre) a esporre per esteso una versione personale su "Primato", la rivista di Giuseppe Bottai apparsa negli anni 1940-1943 che egli chiama eufemisticamente "complicati per tutti". E tanto più lo furono per i collaboratori di quel progetto che sommò in modo affascinante le firme e il pensiero di centinaia di intellettuali italiani concorrenti a delinearne il profilo politico e culturale (scrittori, poeti, artisti, architetti, filosofi , cineasti, archeologi, letterati, giornalisti, musicologi e altro ancora). Tra i più giovani ma non meno agguerriti "bottaiani" - termine non inadeguato - spiccavano Mario Alicata, Renato Guttuso, Carlo Muscetta, Giaime Pintor e Antonello Trombadori.
E siccome i problemi storiografici sono sempre, crocianamente, suggeriti dall'urgenza di un problema attuale, non deve essere stato un caso se le fotografie di questi personaggi (eccetto Trombadori e Muscetta: al loro posto ci sono Giulio Carlo Argan e Roberto Rossellini, che su "Primato" non scrissero nemmeno una riga, e in testa domina quella volpe da pellicceria che fu Palmiro Togliatti) campeggiano sulla studiata copertina de "I redenti" di Mirella Serri. Che ha ritenuto così di dover saggiare più a fondo la pasta morale di alcuni uomini politici e di cultura per avere essi condotto una "doppia vita" tra fascismo e antifascismo nel cruciale intermezzo della seconda guerra mondiale .
Il libro secondo me è una solenne puzzonata e però sembra oggi andare per la maggiore visto il peso attribuitogli da vari commentatori (la pubblicità è l'anima del commercio). "Intelligenti pauca", direbbe il conciso latino. E Giuliano Ferrara ha detto in breve ciò che io pure penso. E cioè che i "bottaiani" furono una "ricchezza della cultura italiana" nel tempo delle sconvolgenti conversioni sotto il fuoco delle potenze alleate (i vincenti russi di Stalin legati agli angloamericani di Churchill e Roosevelt) che giorno dopo giorno annientava il presuntuoso e poco lungimirante calcolo dell'arcitaliano Benito Mussolini che aveva imposto alla nazione il suo impellente desiderio di entrare in guerra a fianco di Hitler e del Mikado.
E così potrebbe bastare. Ma a seguire l'ultima uscita di Mirella Serri (la dottoressa aveva già cucinato in salsa piccante una grottesca biografia di quell'anima vibrante di cultura e intelligenza superiore che fu il purtroppo mai conosciuto e sempre ammirato Giaime Pintor), verrebbe avanti una ben più inquietante e imbarazzante domanda. E cioè delle due l'una: i bottaiani furono una "ricchezza della cultura italiana" oppure furono, a dir poco, complici del progetto antisemita di cui la rivista 'Primato' era latrice nemmeno tanto occulta? Intendiamoci. La Mirella Serri non è persona che incide pensieri come questi sulla pietra: da buon muletto di biblioteca trotterella tra fascicoli polverosi e tesse, cuce e ricuce, per dare corpo e consistenza alle due sole idee - una sua, una presa in prestito - che sorreggono e autorizzano nel libro la grave e infamante ipoteca di razzismo antisemita lumeggiandola per accostamenti tanto insinuati quanto decisamente campati per aria (c'è cascato perfino Bruno Vespa che, discettando di "vincitori e vinti", ha dedotto analoghe inesattezze in televisione lunedì 14 novembre).
Le due tesi esibite dalla Serri sono le seguenti: la rivista "Primato" fu primaditutto una "corazzata della cultura fascista" e di conseguenza per il tempo in cui nacque non poteva non essere "totalitariamente e programmaticamente ariana e antisemita". La prima idea, propria della Serri, dimostra solo una cosa: l'autrice non sa o non riesce a distinguere tra cultura "fascista" e cultura "italiana", forse perché tra l'altro non conosce bene gli studi, le pubblicazioni e gli uomini che durante la dittatura (totalitaria a chiacchiere, non solo al paragone di Russia e Germania) nutrirono di opere, e che opere!, la vita spirituale della nazione. Cito a volo soltanto la ermetica e pre-liberalsocialista "Solaria" di Alberto Carocci e la cattolica "Frontespizio" di Piero Bargellini: fu tra queste squisitezze intellettual-politiche che il gerarca Bottai andò tra l'altro a pescare molti dei suoi "bottaiani" (vedi Giansiro Ferrata e Nicola Lisi).
Ma forse la Mirella Serri non ha tenuto conto nemmeno del fatto che la stessa cultura "fascista" non riuscì mai bene a identificarsi in proprio (anche su questo tema esiste una letteratura approfondita) tanto che l'Istituto Nazionale di Cultura Fascista venne all'ultimo - in tempo cioè di legislazione razziale - diretto perfino da Camillo Pellizzi, uomo di primaria qualità ( chiamiamolo pure "fascista di sinistra": poi definì il fascismo una "rivoluzione mancata") che fondò nel dopoguerra la fiorentina scuola di sociologia a contatto di gomito con Fabrizio Onofri, Franco Ferrarotti e Francesco Alberoni. Chieda pure la Serri a loro, se le interessa, di che pasta era fatto il "fascista" Camillo Pellizzi.
Una volta precisato che "Primato" non fu per nulla una corazzata della "cultura fascista" ma un composito della "migliore cultura italiana" (che il Bottai ideò e capitanò per motivi nemmeno tanto difficili da intuire: visto bene il suo diario, riletto il suo comportamento politico dall'entrata dell'Italia in guerra nel 1940 fino al 25 Luglio 1943, e rivisitato il suo ruolo di "fascista critico" tanto bene indicato da Giordano Bruno Guerri) si tratta di passare alla seconda e altrettanto vana tesi che sorregge il tremolante argomentare della Serri. L'idea è ripresa come oro colato da una frase (e pensiero) infelice dello storico Michele Sarfatti esposta ne "Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi" (Einaudi, 2003), secondo cui il quinquennio 1938-1943 costituirebbe un orizzonte storiografico definito dall'avvento della legislazione antiebraica, dal che si dovrebbe dedurre che la rivista "Primato", in quanto emersa nell'incriminato periodo, avrebbe inevitabilmente fatto parte di istituti che - cito l'autore - " furono programmaticamente e totalitariamente ariani e antisemiti".
Michele Sarfatti indulge magari per formazione allo schematismo dottrinario. E si comprende perché ritenga possibile interpretare la storia e tanto più la cultura tagliandole a fette come il salame, ragionando più o meno così: "fino alla data fatidica dei decreti razziali del 1938 tutto il mondo era fatto in un modo; ma da quella data in poi tutto il mondo radicalmente cambia". Di questo modo di valutare la storia e la vita - che certi snobboni contemporanei chiamerebbero "simptomale" - già si era fatto beffe Victor Hugo quando, dinanzi a un parruccone "louisphilippard" che tanto lo elogiava per avere egli finalmente risollevato la lingua francese "decaduta il 14 luglio 1789", lo mise in braghe di tela interrogandolo così: "Et à quelle heure, s'il vous plait?". E appunto, mutatis mutandis, vale la pena di domandare allo storico Sarfatti: "Et à quelle heure, s'il vous plait", tutto ciò che accadde in Italia dopo le leggi razziali del 1938 cominciò a essere "totalitariamente e programmaticamente ariano e antisemita"?
La domanda l'avevo già posta sul Foglio ("Perché Primato, la rivista di Bottai, non può essere definita antisemita", 2 dicembre 2003), opportunamente correggendo una avventurosa sortita del Mielazza (così gli amici chiamano da un po' di tempo Paolo Mieli) che sul Corriere della Sera aveva assunto l'aria del cosestato di fronte alla scoperta di una tesi potenzialmente in grado, secondo lui, di far reinterpretare le biografie di tanti protagonisti del "secondo antifascismo", combattenti armati e non nella guerra di Liberazione e durante la resistenza clandestina sotto l'occupazione tedesca tra il 1943 e il 25 Aprile del 1945. Tra questi l'amico Mielazza metteva in primo piano, guarda un po', i "bottaiani" Alicata, Muscetta, Guttuso e Trombadori, poi divenuti intellettuali organici del PCI togliattiano, soffiando con il solito candore nel vetro muranello di questo vago sospetto: ma non saranno mica stati anche costoro "nu' poco antisemiti"? Chi sa perché al mio articolo correttivo - con qualche piccolo ma non irrilevante argomento - non seguì né una precisazione né una sia pur fugace smentita.
Mirella Serri, beneducata, oggi lo annota tra le "reazioni polemiche" al libro di Sarfatti curando però di non elencarne né giudicarne il merito (e come avrebbe del resto potuto, se alla fine quel merito comprometteva in radice tutto il suo faticoso trotterellare da uno scaffale all'altro per imbastire la fumosa trama de "I redenti"?). Il merito era questo: su "Primato" non si scrisse non solo di razzismo antisemita (tanto più in proporzione della circostante campagna propagandistica di guerra in atto contro le demo-plutocrazie giudaiche e bolsceviche: allora c'era "La difesa della razza" a guidare il coro) ma nemmeno di antigiudaismo, neppure per caratterizzare l'idea imperial-nazionalista della "razza" e "civiltà italiana" , nel confronto con il montante pangermanesimo della ideologia nazista sulla superiorità biologica tedesca , e a sostegno di quella terza via tra capitalismo e comunismo che aveva sempre orientato l'idea bottaiana di una "missione europea" della rivoluzione fascista.
Che una simile impostazione disturbasse i manovratori di una efficace propaganda bellica filo-tedesca (e filo-nazista) è indubbio e comprovato dalle pagine stesse di "Primato". A partire dalla inequivoca polemica contro la "esterofilia" e il sospetto di "filo-ebraismo" in arte rivolto dai camerati di Roberto Farinacci, e non solo da loro nel tempo in cui con il Premio Bergamo (1940 e 1942) Bottai conferì allori significativi a Mario Mafai e Renato Guttuso. Per la famosa provocazione più che anticonformista e politicamente allusiva rappresentata dalla "Crocifissione" dipinta da quest'ultimo, con il Cristo proletario girato di spalle (anticipazione luminosa dello "Stracci" di Pier Paolo Pasolini) il Golgota infiammato come l'Etna in eruzione e Maria Maddalena discinta e supplicante (tanto simile alle prostitute vangoghiane nel bordello di Arles) i nemici della "arte degenerata" e per altro punto di vista certi alti prelati se l'ebbero molto a male ( allora : oggi, si sa, non più). Ma la Serri, che di pittura non sa e non capisce niente, in questa occasione farnetica ipotizzando addirittura un uso strumentale della libertà dell'arte da parte di Bottai come pretesto per favorire "lo spirito di guerra" contro le esitanti gerarchie ecclesiastiche .
Quanto invece il cattolico Giuseppe Bottai fosse uomo di profonda consapevolezza artistica, proveniente dal mondo vivo e più moderno della cultura italiana lo sanno perfino le pietre. Futurista in gioventù, amico personale di Rosai, Morandi, Maccari, Bartoli, Soffici e De Pisis (come di Alfredo Casella e Goffredo Petrassi, per non approfondire altri campi), egli aveva da poco fondato l'Istituto Centrale per il Restauro e la rivista "Le Arti" (con Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan), avviando un'opera legislativa in materia che resta suo vanto principale ancora oggi. E non solo. Tutti sanno dell'amicizia di Bottai per donna Laetitia Pecci Blunt, non casuale animatrice romana della Galleria La Cometa, dove dal 1934 al 1937 si sperimentarono le novità espressive dell'inquieto "antinovecento" a sfondo trasgressivo (e dove tra l'altro una fin troppo libera sessualità era di casa): qui si incontravano i già più che scontenti del fascismo Trombadori e Alicata con Guttuso e altri amici pittori e scrittori ebrei, Scialoja, Cagli e Moravia, i poeti omosessuali De Libero e Sandro Penna, e chi più ne ha più metta tra quanti non potevano andare a genio alla "maschia civiltà" invocata e privilegiata dal regime. Ce n'era ben donde per certi camerati antagonisti che aspiravano a far la forca al Bottai in quanto intellettuale "ebraizzante" in fatto di arte moderna. Senza contare quell'odorino "social-cattolico" che emanava dal suo corporativismo a sfondo associativo (indizio chiaro di intenzioni liberali) che tanto infastidiva gli statalisti più organici e aveva già finito col provocarne le dimissioni (1932) quand'egli era ministro delle Corporazioni.
Fu un "fascista critico" fin dall'origine Giuseppe Bottai. E un intellettuale di prim'ordine che puntò sul mito politico e la fede nel "duce" come i migliori "chierici traditori" (Julien Benda) o, se si vuole, i più colti e disperati uomini "freischwebend", oscillanti nel vuoto, del XX secolo (Karl Manheim) . Non fu probabilmente un frondista intenzionale , come vuole il detto corrente. Ma di sicuro maldigeriva l'entrata in guerra dell'Italia e visse la crisi finale del fascismo come il crollo delle sue stesse speranze di riformarlo e modellarlo secondo una visione "liberal-corporativa" . Appare così più che naturale l'avvicinamento che poi ci fu tra la sua condizione di fascista in bilico e la nascente generazione di "chierici" altrettanto inquieti e ribelli che solo un cervello tarato dal rigido stalinismo anni Trenta come Velio Spano avrebbe un giorno potuto definire "redenti" (ma redenti da chi? Da lui? E pensare che la Serri, con mezzo secolo di ritardo intellettuale e morale, ha voluto perfino intitolarci un libro). Malgrado la incancellabile responsabilità che grava su Bottai per la zelante firma delle leggi razziali del 1938, la sua politica e le sue amicizie rivelano dunque - prima e dopo, caro Sarfatti - una trama di rapporti che impongono, accanto alla condanna, una riflessione ben meditata.
Inutile dire che Mirella Serri, trotterellon-trotterelloni, non è nemmeno rimasta sfiorata dalla avvincente complessità dell'argomento. Ma sfogliando "Primato", la nostra trotterellona avrebbe potuto quanto meno notare che la rivista era sostenuta (un numero sì e l'altro pure: che ci fosse una qualche intesa?) dalla pubblicità della Comit, banca fondata prima dal magnate ebreo Toeplitz e poi governata saldamente da Raffaele Mattioli, uomo che per ciò stesso - a seguire le arguzie di Sarfatti e Affini - dovrebbe essere oggi considerato un sostenitore di progetti "totalitariamente ariani e antisemiti", quando è notoria al mondo intero la sua strettissima affinità con l'ambiente di "Giustizia e Liberta" nonché i legami riservati con l'economista ebreo e comunisteggiante Piero Sraffa, per mezzo del quale custodì gelosamente i "Quaderni" di Antonio Gramsci subito dopo la morte (1937) fino alla consegna nelle mani di Togliatti. E ci sarebbe quasi da giurare che fu anche grazie alla benevolenza di Mattioli se pervennero alla rivista di Bottai le penne eccellenti di Sergio Solmi, Eugenio Montale e forse pure quella di Arrigo Benedetti: tutte figure, notare bene, di chiara ispirazione "ariana e antisemita" (!) a cominciare dagli scritti per finire al nome e cognome.
Ma torniamo alla biografia dei "redenti" che più interessano la Serri e i suoi odierni esegeti: i vari Alicata, Guttuso, Muscetta e Trombadori, tutta gente imputata di avere vissuto "due volte" e in buona sostanza di avere scelto nel comunismo del PCI una comoda nicchia (pronuba la volpe Togliatti) per obliare in qualche modo il passato in camicia nera e, come si è visto, perfino "nu' poco antisemita". La Mirella che trotterella non ci crederà: ma deve sapere che uno storico più anziano e competente (n. 1918) e che oggi ahimè non è più, il beneamato Paolo Alatri, sui "redenti" di Primato la sapeva molto lunga e ne aveva già scritto prima di lei e con maggiore conoscenza di causa. Infatti Paolo Alatri, di eminente famiglia ebraica romana, aveva conosciuto gli aspiranti "ariani-antisemiti" (!) sui banchi del Liceo Tasso dove, assieme all'altro importante intellettuale ebreo, il non dimenticabile Bruno Zevi, stabilì una amicizia di ferro con Mario Alicata ed Edoardo Perna (poi vennero anche Guttuso, Trombadori e Muscetta) nel comune passaggio dall'istintivo antifascismo al liberalsocialismo alla Calogero e poi di alcuni al comunismo tra il 1936 e il 1937, quando presero parte vincente ai Littoriali e successivamente organizzarono una opposizione nemmeno tanto dissimulata alla politica di guerra del regime, subendo processi e finendo in parte al confino e in carcere tra il 1941 e la fine del 1942.
Per quanto riguarda la vicenda di un altro testimone non irrilevante di quel tempo difficile, ma non così equivoco , valgano poi a memoria di trotterellona le parole di un uomo limpido come Maurizio Ferrara (n.1921), divenuto comunista nel 1940 dopo avere visto suo padre Mario difendere nel tribunale speciale un gruppo di imputati comunisti (tra cui Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Bruno Corbi) e dopo avere per un po' oscillato "tra il liberalismo paterno, l'azionismo di Giuseppe Orlando, il comunismo di Antonello Trombadori". L'elenco dei nomi, dei fatti e delle informazioni sulla generazione "resistente" nella Roma degli anni '40-'43 potrebbe continuare a lungo . E ci dice che certi "redenti" dovevano avere un fondo di pensiero politico abbastanza formato quando decisero di concorrere alla avventura "bottaiana", dopo avere presenziato alcuni di loro oltre che in casa Amendola ai primi incontri con le cellule operaie del PCI clandestino.
Un ultimo particolare aggiuntivo: il 1° Luglio 1942 compariva, sempre sulla rivista "ariana e antisemita" (!) di Bottai , anche un intervento scritto di Mario Labò, bravo architetto modernista e di animo liberalsocialista. Era il padre di Giorgio, anche lui architetto e amico di Bruno Zevi, gappista e partigiano comunista catturato dalle SS solo un anno e mezzo dopo e fucilato al termine di sevizie per non avere rivelato i nomi dei suoi compagni e comandanti (tra questi il famigerato "bottaiano redento" Antonello Trombadori: ma allora giravano più uomini e meno pentiti o dissociati). Giorgio Labò è Medaglia d'Oro al valore militare italiano.
Questi fatti e connessioni non suscitano interesse nella mente storiografica della Serri e Affini? E non interessa nemmeno ipotizzare se per caso il potente gerarca Bottai, associando tali personaggi al suo progetto editoriale "ariano e antisemita" (!), non fosse poi così tanto all'oscuro di quanto andavano dicendo e combinando quei tipi fuori dalle stanze redazionali? E se non questo, cosa è che veramente interessa? Forse soltanto la pallonata in aria dell'allegro Mister Sancio (così gli amici chiamano da un po' di tempo Pierluigi Battista, esegeta a bocca aperta della Serri sul Corriere della Sera), secondo cui i soliti "redenti" (gli Alicata, i Guttuso, eccetera) non solo non avrebbero "raccontato la verità" ma si sarebbero inventati di conseguenza "un passato inesistente, raccontando percorsi esistenziali mai veramente vissuti"? Se le cose stanno davvero così, allora tutto diventa più chiaro. Ci eravamo un po' stupiti quando il non dimenticato Bettino Craxi parlò di storici "dei miei stivali". Adesso però sappiamo che un tal genere di figuranti è molto diffuso tra i professionisti dell'informazione.
P.S. Accludo in ordine alfabetico l'elenco pressoché integrale di coloro che hanno scritto sulla rivista Primato tra il 1940 e il 1943 . Perché parla da solo.
Abbagnano Nicola, Airoldi Aldo, Aleramo Sibilla, Alicata Mario, Alvaro Corrado, Angioletti Giovan Battista, Aniante Antonio, Antonioni Michelangelo, Arcangeli Francesco, Argan Giulio Carlo, Bacchelli Riccardo ,Badano Nino, Banfi Antonio, Bargellini Piero, Bardi Pier Maria, Barilli Bruno, Barolini Antonio, Bartoli Amerigo,Benco Silvio, Benedetti Arrigo, Bernardi Marziano, Bernari Carlo, Betocchi Carlo, Bilenchi Romano, Binni Walter, Birolli Renato, Bonsanti Alessandro, Bontempelli Massimo, Bragaglia Anton Giulio, Brancati Vitaliano, Brandi Cesare, Briganti Giuliano, Buzzati Dino, Cabella Giorgio, Campigli Massimo, Cantatore Domenico , Casorati Felice, Carabellese Pantaleo, Cardarelli Vincenzo, Carli Enzo, Carrà Carlo, Cecchi Emilio, Chiarini Luigi, Colacicchi Luigi,Coletti Luigi, Comisso Giovanni, Contini Gianfranco, Cremona Italo, Dal Fabbro Beniamino, De Libero Libero, De Pisis Filippo, De Robertis Giuseppe, Della Volpe Galvano,Dessì Giuseppe, Emanuelli Enrico,Fazzini Pericle, Ferrata Giansiro,Ferrazzi Ferruccio, Forcella Enzo, Fulchignoni Enrico, Funi Achille, Gadda Carlo Emilio,Galvano Eugenio, Gatto Alfonso, Gentile Giovanni, Guttuso Renato, Guzzi Virgilio,Isani Giuseppe, Labò Mario ,La Cava Mario, Linati Carlo, Lisi Nicola,Lupinacci Manlio, Luporini Cesare, Luzi Mario, Maccari Mino, Macchia Giovanni, Mafai Mario, Manacorda Gastone, Manacorda Paolo Emilio,Marini Marino, Masciotta Michelangelo, Mazzacurati Marino, Michelucci Giovanni, Migliorini Bruno ,Morandi Carlo, Monelli Paolo, Montale Eugenio, Montanelli Indro, Muscetta Carlo, Negri Ada, Paci Enzo, Pagano Giuseppe, Pallucchini Rodolfo, Pancrazi Pietro, Pandolfi Vito, Pasinetti Francesco, Pasquali Giorgio, Patti Ercole, Pavese Cesare, Pavolini Corrado, Pellizzi Camillo, Penna Sandro,Pepe Gabriele,Piacentini Marcello, Pintor Giaime, Piovene Guido, Ponti Giò, Pratolini Vasco, Praz Mario, Puccini Gianni, Quasimodo Salvatore, Ricci Berto, Rodano Franco,Rodolico Nicolò ,Romani Bruno,Rosai Ottone, Russo Luigi, Salvatorelli Luigi , Sassu Aligi , Schiaffini Alfredo, Seroni Adriano, Sestan Ernesto, Severini Gino ,Silipo Alfonso, Sinisgalli Leonardo, Socrate Mario, Solmi Sergio, Spagnoletti Giacinto, Spini Giorgio, Spirito Ugo,Squarcia Francesco, Tamburi Orfeo, Tecchi Bonaventura, Timpanaro Sebastiano, Titta Rosa Giovanni, Tobino Mario, Traverso Leone, Trombadori Antonello, Trompeo Pietro Paolo, Ungaretti Giuseppe, Valeri Nino, Valgimigli Manara, Valsecchi Marco, Vecchietti Giorgio, Vergani Orio, Viazzi Glauco, Vigolo Giorgio, Vigorelli Giancarlo, Volpicelli Luigi, Zavattini Cesare, Ziveri Alberto.
Dagospia 30 Novembre 2005
L'amico fraterno (minor et maior) Giuliano Ferrara mi invita (vedi "Il Foglio" del 23 Novembre) a esporre per esteso una versione personale su "Primato", la rivista di Giuseppe Bottai apparsa negli anni 1940-1943 che egli chiama eufemisticamente "complicati per tutti". E tanto più lo furono per i collaboratori di quel progetto che sommò in modo affascinante le firme e il pensiero di centinaia di intellettuali italiani concorrenti a delinearne il profilo politico e culturale (scrittori, poeti, artisti, architetti, filosofi , cineasti, archeologi, letterati, giornalisti, musicologi e altro ancora). Tra i più giovani ma non meno agguerriti "bottaiani" - termine non inadeguato - spiccavano Mario Alicata, Renato Guttuso, Carlo Muscetta, Giaime Pintor e Antonello Trombadori.
E siccome i problemi storiografici sono sempre, crocianamente, suggeriti dall'urgenza di un problema attuale, non deve essere stato un caso se le fotografie di questi personaggi (eccetto Trombadori e Muscetta: al loro posto ci sono Giulio Carlo Argan e Roberto Rossellini, che su "Primato" non scrissero nemmeno una riga, e in testa domina quella volpe da pellicceria che fu Palmiro Togliatti) campeggiano sulla studiata copertina de "I redenti" di Mirella Serri. Che ha ritenuto così di dover saggiare più a fondo la pasta morale di alcuni uomini politici e di cultura per avere essi condotto una "doppia vita" tra fascismo e antifascismo nel cruciale intermezzo della seconda guerra mondiale .
Il libro secondo me è una solenne puzzonata e però sembra oggi andare per la maggiore visto il peso attribuitogli da vari commentatori (la pubblicità è l'anima del commercio). "Intelligenti pauca", direbbe il conciso latino. E Giuliano Ferrara ha detto in breve ciò che io pure penso. E cioè che i "bottaiani" furono una "ricchezza della cultura italiana" nel tempo delle sconvolgenti conversioni sotto il fuoco delle potenze alleate (i vincenti russi di Stalin legati agli angloamericani di Churchill e Roosevelt) che giorno dopo giorno annientava il presuntuoso e poco lungimirante calcolo dell'arcitaliano Benito Mussolini che aveva imposto alla nazione il suo impellente desiderio di entrare in guerra a fianco di Hitler e del Mikado.
E così potrebbe bastare. Ma a seguire l'ultima uscita di Mirella Serri (la dottoressa aveva già cucinato in salsa piccante una grottesca biografia di quell'anima vibrante di cultura e intelligenza superiore che fu il purtroppo mai conosciuto e sempre ammirato Giaime Pintor), verrebbe avanti una ben più inquietante e imbarazzante domanda. E cioè delle due l'una: i bottaiani furono una "ricchezza della cultura italiana" oppure furono, a dir poco, complici del progetto antisemita di cui la rivista 'Primato' era latrice nemmeno tanto occulta? Intendiamoci. La Mirella Serri non è persona che incide pensieri come questi sulla pietra: da buon muletto di biblioteca trotterella tra fascicoli polverosi e tesse, cuce e ricuce, per dare corpo e consistenza alle due sole idee - una sua, una presa in prestito - che sorreggono e autorizzano nel libro la grave e infamante ipoteca di razzismo antisemita lumeggiandola per accostamenti tanto insinuati quanto decisamente campati per aria (c'è cascato perfino Bruno Vespa che, discettando di "vincitori e vinti", ha dedotto analoghe inesattezze in televisione lunedì 14 novembre).
Le due tesi esibite dalla Serri sono le seguenti: la rivista "Primato" fu primaditutto una "corazzata della cultura fascista" e di conseguenza per il tempo in cui nacque non poteva non essere "totalitariamente e programmaticamente ariana e antisemita". La prima idea, propria della Serri, dimostra solo una cosa: l'autrice non sa o non riesce a distinguere tra cultura "fascista" e cultura "italiana", forse perché tra l'altro non conosce bene gli studi, le pubblicazioni e gli uomini che durante la dittatura (totalitaria a chiacchiere, non solo al paragone di Russia e Germania) nutrirono di opere, e che opere!, la vita spirituale della nazione. Cito a volo soltanto la ermetica e pre-liberalsocialista "Solaria" di Alberto Carocci e la cattolica "Frontespizio" di Piero Bargellini: fu tra queste squisitezze intellettual-politiche che il gerarca Bottai andò tra l'altro a pescare molti dei suoi "bottaiani" (vedi Giansiro Ferrata e Nicola Lisi).
Ma forse la Mirella Serri non ha tenuto conto nemmeno del fatto che la stessa cultura "fascista" non riuscì mai bene a identificarsi in proprio (anche su questo tema esiste una letteratura approfondita) tanto che l'Istituto Nazionale di Cultura Fascista venne all'ultimo - in tempo cioè di legislazione razziale - diretto perfino da Camillo Pellizzi, uomo di primaria qualità ( chiamiamolo pure "fascista di sinistra": poi definì il fascismo una "rivoluzione mancata") che fondò nel dopoguerra la fiorentina scuola di sociologia a contatto di gomito con Fabrizio Onofri, Franco Ferrarotti e Francesco Alberoni. Chieda pure la Serri a loro, se le interessa, di che pasta era fatto il "fascista" Camillo Pellizzi.
Una volta precisato che "Primato" non fu per nulla una corazzata della "cultura fascista" ma un composito della "migliore cultura italiana" (che il Bottai ideò e capitanò per motivi nemmeno tanto difficili da intuire: visto bene il suo diario, riletto il suo comportamento politico dall'entrata dell'Italia in guerra nel 1940 fino al 25 Luglio 1943, e rivisitato il suo ruolo di "fascista critico" tanto bene indicato da Giordano Bruno Guerri) si tratta di passare alla seconda e altrettanto vana tesi che sorregge il tremolante argomentare della Serri. L'idea è ripresa come oro colato da una frase (e pensiero) infelice dello storico Michele Sarfatti esposta ne "Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi" (Einaudi, 2003), secondo cui il quinquennio 1938-1943 costituirebbe un orizzonte storiografico definito dall'avvento della legislazione antiebraica, dal che si dovrebbe dedurre che la rivista "Primato", in quanto emersa nell'incriminato periodo, avrebbe inevitabilmente fatto parte di istituti che - cito l'autore - " furono programmaticamente e totalitariamente ariani e antisemiti".
Michele Sarfatti indulge magari per formazione allo schematismo dottrinario. E si comprende perché ritenga possibile interpretare la storia e tanto più la cultura tagliandole a fette come il salame, ragionando più o meno così: "fino alla data fatidica dei decreti razziali del 1938 tutto il mondo era fatto in un modo; ma da quella data in poi tutto il mondo radicalmente cambia". Di questo modo di valutare la storia e la vita - che certi snobboni contemporanei chiamerebbero "simptomale" - già si era fatto beffe Victor Hugo quando, dinanzi a un parruccone "louisphilippard" che tanto lo elogiava per avere egli finalmente risollevato la lingua francese "decaduta il 14 luglio 1789", lo mise in braghe di tela interrogandolo così: "Et à quelle heure, s'il vous plait?". E appunto, mutatis mutandis, vale la pena di domandare allo storico Sarfatti: "Et à quelle heure, s'il vous plait", tutto ciò che accadde in Italia dopo le leggi razziali del 1938 cominciò a essere "totalitariamente e programmaticamente ariano e antisemita"?
La domanda l'avevo già posta sul Foglio ("Perché Primato, la rivista di Bottai, non può essere definita antisemita", 2 dicembre 2003), opportunamente correggendo una avventurosa sortita del Mielazza (così gli amici chiamano da un po' di tempo Paolo Mieli) che sul Corriere della Sera aveva assunto l'aria del cosestato di fronte alla scoperta di una tesi potenzialmente in grado, secondo lui, di far reinterpretare le biografie di tanti protagonisti del "secondo antifascismo", combattenti armati e non nella guerra di Liberazione e durante la resistenza clandestina sotto l'occupazione tedesca tra il 1943 e il 25 Aprile del 1945. Tra questi l'amico Mielazza metteva in primo piano, guarda un po', i "bottaiani" Alicata, Muscetta, Guttuso e Trombadori, poi divenuti intellettuali organici del PCI togliattiano, soffiando con il solito candore nel vetro muranello di questo vago sospetto: ma non saranno mica stati anche costoro "nu' poco antisemiti"? Chi sa perché al mio articolo correttivo - con qualche piccolo ma non irrilevante argomento - non seguì né una precisazione né una sia pur fugace smentita.
Mirella Serri, beneducata, oggi lo annota tra le "reazioni polemiche" al libro di Sarfatti curando però di non elencarne né giudicarne il merito (e come avrebbe del resto potuto, se alla fine quel merito comprometteva in radice tutto il suo faticoso trotterellare da uno scaffale all'altro per imbastire la fumosa trama de "I redenti"?). Il merito era questo: su "Primato" non si scrisse non solo di razzismo antisemita (tanto più in proporzione della circostante campagna propagandistica di guerra in atto contro le demo-plutocrazie giudaiche e bolsceviche: allora c'era "La difesa della razza" a guidare il coro) ma nemmeno di antigiudaismo, neppure per caratterizzare l'idea imperial-nazionalista della "razza" e "civiltà italiana" , nel confronto con il montante pangermanesimo della ideologia nazista sulla superiorità biologica tedesca , e a sostegno di quella terza via tra capitalismo e comunismo che aveva sempre orientato l'idea bottaiana di una "missione europea" della rivoluzione fascista.
Che una simile impostazione disturbasse i manovratori di una efficace propaganda bellica filo-tedesca (e filo-nazista) è indubbio e comprovato dalle pagine stesse di "Primato". A partire dalla inequivoca polemica contro la "esterofilia" e il sospetto di "filo-ebraismo" in arte rivolto dai camerati di Roberto Farinacci, e non solo da loro nel tempo in cui con il Premio Bergamo (1940 e 1942) Bottai conferì allori significativi a Mario Mafai e Renato Guttuso. Per la famosa provocazione più che anticonformista e politicamente allusiva rappresentata dalla "Crocifissione" dipinta da quest'ultimo, con il Cristo proletario girato di spalle (anticipazione luminosa dello "Stracci" di Pier Paolo Pasolini) il Golgota infiammato come l'Etna in eruzione e Maria Maddalena discinta e supplicante (tanto simile alle prostitute vangoghiane nel bordello di Arles) i nemici della "arte degenerata" e per altro punto di vista certi alti prelati se l'ebbero molto a male ( allora : oggi, si sa, non più). Ma la Serri, che di pittura non sa e non capisce niente, in questa occasione farnetica ipotizzando addirittura un uso strumentale della libertà dell'arte da parte di Bottai come pretesto per favorire "lo spirito di guerra" contro le esitanti gerarchie ecclesiastiche .
Quanto invece il cattolico Giuseppe Bottai fosse uomo di profonda consapevolezza artistica, proveniente dal mondo vivo e più moderno della cultura italiana lo sanno perfino le pietre. Futurista in gioventù, amico personale di Rosai, Morandi, Maccari, Bartoli, Soffici e De Pisis (come di Alfredo Casella e Goffredo Petrassi, per non approfondire altri campi), egli aveva da poco fondato l'Istituto Centrale per il Restauro e la rivista "Le Arti" (con Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan), avviando un'opera legislativa in materia che resta suo vanto principale ancora oggi. E non solo. Tutti sanno dell'amicizia di Bottai per donna Laetitia Pecci Blunt, non casuale animatrice romana della Galleria La Cometa, dove dal 1934 al 1937 si sperimentarono le novità espressive dell'inquieto "antinovecento" a sfondo trasgressivo (e dove tra l'altro una fin troppo libera sessualità era di casa): qui si incontravano i già più che scontenti del fascismo Trombadori e Alicata con Guttuso e altri amici pittori e scrittori ebrei, Scialoja, Cagli e Moravia, i poeti omosessuali De Libero e Sandro Penna, e chi più ne ha più metta tra quanti non potevano andare a genio alla "maschia civiltà" invocata e privilegiata dal regime. Ce n'era ben donde per certi camerati antagonisti che aspiravano a far la forca al Bottai in quanto intellettuale "ebraizzante" in fatto di arte moderna. Senza contare quell'odorino "social-cattolico" che emanava dal suo corporativismo a sfondo associativo (indizio chiaro di intenzioni liberali) che tanto infastidiva gli statalisti più organici e aveva già finito col provocarne le dimissioni (1932) quand'egli era ministro delle Corporazioni.
Fu un "fascista critico" fin dall'origine Giuseppe Bottai. E un intellettuale di prim'ordine che puntò sul mito politico e la fede nel "duce" come i migliori "chierici traditori" (Julien Benda) o, se si vuole, i più colti e disperati uomini "freischwebend", oscillanti nel vuoto, del XX secolo (Karl Manheim) . Non fu probabilmente un frondista intenzionale , come vuole il detto corrente. Ma di sicuro maldigeriva l'entrata in guerra dell'Italia e visse la crisi finale del fascismo come il crollo delle sue stesse speranze di riformarlo e modellarlo secondo una visione "liberal-corporativa" . Appare così più che naturale l'avvicinamento che poi ci fu tra la sua condizione di fascista in bilico e la nascente generazione di "chierici" altrettanto inquieti e ribelli che solo un cervello tarato dal rigido stalinismo anni Trenta come Velio Spano avrebbe un giorno potuto definire "redenti" (ma redenti da chi? Da lui? E pensare che la Serri, con mezzo secolo di ritardo intellettuale e morale, ha voluto perfino intitolarci un libro). Malgrado la incancellabile responsabilità che grava su Bottai per la zelante firma delle leggi razziali del 1938, la sua politica e le sue amicizie rivelano dunque - prima e dopo, caro Sarfatti - una trama di rapporti che impongono, accanto alla condanna, una riflessione ben meditata.
Inutile dire che Mirella Serri, trotterellon-trotterelloni, non è nemmeno rimasta sfiorata dalla avvincente complessità dell'argomento. Ma sfogliando "Primato", la nostra trotterellona avrebbe potuto quanto meno notare che la rivista era sostenuta (un numero sì e l'altro pure: che ci fosse una qualche intesa?) dalla pubblicità della Comit, banca fondata prima dal magnate ebreo Toeplitz e poi governata saldamente da Raffaele Mattioli, uomo che per ciò stesso - a seguire le arguzie di Sarfatti e Affini - dovrebbe essere oggi considerato un sostenitore di progetti "totalitariamente ariani e antisemiti", quando è notoria al mondo intero la sua strettissima affinità con l'ambiente di "Giustizia e Liberta" nonché i legami riservati con l'economista ebreo e comunisteggiante Piero Sraffa, per mezzo del quale custodì gelosamente i "Quaderni" di Antonio Gramsci subito dopo la morte (1937) fino alla consegna nelle mani di Togliatti. E ci sarebbe quasi da giurare che fu anche grazie alla benevolenza di Mattioli se pervennero alla rivista di Bottai le penne eccellenti di Sergio Solmi, Eugenio Montale e forse pure quella di Arrigo Benedetti: tutte figure, notare bene, di chiara ispirazione "ariana e antisemita" (!) a cominciare dagli scritti per finire al nome e cognome.
Ma torniamo alla biografia dei "redenti" che più interessano la Serri e i suoi odierni esegeti: i vari Alicata, Guttuso, Muscetta e Trombadori, tutta gente imputata di avere vissuto "due volte" e in buona sostanza di avere scelto nel comunismo del PCI una comoda nicchia (pronuba la volpe Togliatti) per obliare in qualche modo il passato in camicia nera e, come si è visto, perfino "nu' poco antisemita". La Mirella che trotterella non ci crederà: ma deve sapere che uno storico più anziano e competente (n. 1918) e che oggi ahimè non è più, il beneamato Paolo Alatri, sui "redenti" di Primato la sapeva molto lunga e ne aveva già scritto prima di lei e con maggiore conoscenza di causa. Infatti Paolo Alatri, di eminente famiglia ebraica romana, aveva conosciuto gli aspiranti "ariani-antisemiti" (!) sui banchi del Liceo Tasso dove, assieme all'altro importante intellettuale ebreo, il non dimenticabile Bruno Zevi, stabilì una amicizia di ferro con Mario Alicata ed Edoardo Perna (poi vennero anche Guttuso, Trombadori e Muscetta) nel comune passaggio dall'istintivo antifascismo al liberalsocialismo alla Calogero e poi di alcuni al comunismo tra il 1936 e il 1937, quando presero parte vincente ai Littoriali e successivamente organizzarono una opposizione nemmeno tanto dissimulata alla politica di guerra del regime, subendo processi e finendo in parte al confino e in carcere tra il 1941 e la fine del 1942.
Per quanto riguarda la vicenda di un altro testimone non irrilevante di quel tempo difficile, ma non così equivoco , valgano poi a memoria di trotterellona le parole di un uomo limpido come Maurizio Ferrara (n.1921), divenuto comunista nel 1940 dopo avere visto suo padre Mario difendere nel tribunale speciale un gruppo di imputati comunisti (tra cui Lucio Lombardo Radice, Aldo Natoli, Bruno Corbi) e dopo avere per un po' oscillato "tra il liberalismo paterno, l'azionismo di Giuseppe Orlando, il comunismo di Antonello Trombadori". L'elenco dei nomi, dei fatti e delle informazioni sulla generazione "resistente" nella Roma degli anni '40-'43 potrebbe continuare a lungo . E ci dice che certi "redenti" dovevano avere un fondo di pensiero politico abbastanza formato quando decisero di concorrere alla avventura "bottaiana", dopo avere presenziato alcuni di loro oltre che in casa Amendola ai primi incontri con le cellule operaie del PCI clandestino.
Un ultimo particolare aggiuntivo: il 1° Luglio 1942 compariva, sempre sulla rivista "ariana e antisemita" (!) di Bottai , anche un intervento scritto di Mario Labò, bravo architetto modernista e di animo liberalsocialista. Era il padre di Giorgio, anche lui architetto e amico di Bruno Zevi, gappista e partigiano comunista catturato dalle SS solo un anno e mezzo dopo e fucilato al termine di sevizie per non avere rivelato i nomi dei suoi compagni e comandanti (tra questi il famigerato "bottaiano redento" Antonello Trombadori: ma allora giravano più uomini e meno pentiti o dissociati). Giorgio Labò è Medaglia d'Oro al valore militare italiano.
Questi fatti e connessioni non suscitano interesse nella mente storiografica della Serri e Affini? E non interessa nemmeno ipotizzare se per caso il potente gerarca Bottai, associando tali personaggi al suo progetto editoriale "ariano e antisemita" (!), non fosse poi così tanto all'oscuro di quanto andavano dicendo e combinando quei tipi fuori dalle stanze redazionali? E se non questo, cosa è che veramente interessa? Forse soltanto la pallonata in aria dell'allegro Mister Sancio (così gli amici chiamano da un po' di tempo Pierluigi Battista, esegeta a bocca aperta della Serri sul Corriere della Sera), secondo cui i soliti "redenti" (gli Alicata, i Guttuso, eccetera) non solo non avrebbero "raccontato la verità" ma si sarebbero inventati di conseguenza "un passato inesistente, raccontando percorsi esistenziali mai veramente vissuti"? Se le cose stanno davvero così, allora tutto diventa più chiaro. Ci eravamo un po' stupiti quando il non dimenticato Bettino Craxi parlò di storici "dei miei stivali". Adesso però sappiamo che un tal genere di figuranti è molto diffuso tra i professionisti dell'informazione.
P.S. Accludo in ordine alfabetico l'elenco pressoché integrale di coloro che hanno scritto sulla rivista Primato tra il 1940 e il 1943 . Perché parla da solo.
Abbagnano Nicola, Airoldi Aldo, Aleramo Sibilla, Alicata Mario, Alvaro Corrado, Angioletti Giovan Battista, Aniante Antonio, Antonioni Michelangelo, Arcangeli Francesco, Argan Giulio Carlo, Bacchelli Riccardo ,Badano Nino, Banfi Antonio, Bargellini Piero, Bardi Pier Maria, Barilli Bruno, Barolini Antonio, Bartoli Amerigo,Benco Silvio, Benedetti Arrigo, Bernardi Marziano, Bernari Carlo, Betocchi Carlo, Bilenchi Romano, Binni Walter, Birolli Renato, Bonsanti Alessandro, Bontempelli Massimo, Bragaglia Anton Giulio, Brancati Vitaliano, Brandi Cesare, Briganti Giuliano, Buzzati Dino, Cabella Giorgio, Campigli Massimo, Cantatore Domenico , Casorati Felice, Carabellese Pantaleo, Cardarelli Vincenzo, Carli Enzo, Carrà Carlo, Cecchi Emilio, Chiarini Luigi, Colacicchi Luigi,Coletti Luigi, Comisso Giovanni, Contini Gianfranco, Cremona Italo, Dal Fabbro Beniamino, De Libero Libero, De Pisis Filippo, De Robertis Giuseppe, Della Volpe Galvano,Dessì Giuseppe, Emanuelli Enrico,Fazzini Pericle, Ferrata Giansiro,Ferrazzi Ferruccio, Forcella Enzo, Fulchignoni Enrico, Funi Achille, Gadda Carlo Emilio,Galvano Eugenio, Gatto Alfonso, Gentile Giovanni, Guttuso Renato, Guzzi Virgilio,Isani Giuseppe, Labò Mario ,La Cava Mario, Linati Carlo, Lisi Nicola,Lupinacci Manlio, Luporini Cesare, Luzi Mario, Maccari Mino, Macchia Giovanni, Mafai Mario, Manacorda Gastone, Manacorda Paolo Emilio,Marini Marino, Masciotta Michelangelo, Mazzacurati Marino, Michelucci Giovanni, Migliorini Bruno ,Morandi Carlo, Monelli Paolo, Montale Eugenio, Montanelli Indro, Muscetta Carlo, Negri Ada, Paci Enzo, Pagano Giuseppe, Pallucchini Rodolfo, Pancrazi Pietro, Pandolfi Vito, Pasinetti Francesco, Pasquali Giorgio, Patti Ercole, Pavese Cesare, Pavolini Corrado, Pellizzi Camillo, Penna Sandro,Pepe Gabriele,Piacentini Marcello, Pintor Giaime, Piovene Guido, Ponti Giò, Pratolini Vasco, Praz Mario, Puccini Gianni, Quasimodo Salvatore, Ricci Berto, Rodano Franco,Rodolico Nicolò ,Romani Bruno,Rosai Ottone, Russo Luigi, Salvatorelli Luigi , Sassu Aligi , Schiaffini Alfredo, Seroni Adriano, Sestan Ernesto, Severini Gino ,Silipo Alfonso, Sinisgalli Leonardo, Socrate Mario, Solmi Sergio, Spagnoletti Giacinto, Spini Giorgio, Spirito Ugo,Squarcia Francesco, Tamburi Orfeo, Tecchi Bonaventura, Timpanaro Sebastiano, Titta Rosa Giovanni, Tobino Mario, Traverso Leone, Trombadori Antonello, Trompeo Pietro Paolo, Ungaretti Giuseppe, Valeri Nino, Valgimigli Manara, Valsecchi Marco, Vecchietti Giorgio, Vergani Orio, Viazzi Glauco, Vigolo Giorgio, Vigorelli Giancarlo, Volpicelli Luigi, Zavattini Cesare, Ziveri Alberto.
Dagospia 30 Novembre 2005