L'ADDIO DI COSSIGA: DELL'ITALIA DI OGGI PREFERISCO NON PARLARE
NON LASCERÒ TRACCIA NELLA STORIA, NELLA VITA E NELLE ISTITUZIONI
È TEMPO PER MEDITARE E PREPARARSI A MORIRE NELLA PACE DEL SIGNORE.
NON LASCERÒ TRACCIA NELLA STORIA, NELLA VITA E NELLE ISTITUZIONI
È TEMPO PER MEDITARE E PREPARARSI A MORIRE NELLA PACE DEL SIGNORE.
"SILENTII ELECTIO! DE ITALIA PRAESENTI SILERE MELIUS PUTO QUAM PARUM DICERE"
Renato Farina per "Libero"
"Insieme agli auguri, il presidente emerito Francesco Cossiga ha inviato questi due messaggi via telefonino. In latino. Numero1: "Silentii electio". Numero due. "De Italia praesenti silere melius puto quam parum dicere".
Senatore Cossiga.
Ha tradotto le due frasi sms? Ha messo a frutto i suoi studi classici?.
Ci provo. La prima dice: "La scelta del silenzio". La seconda dev'essere una citazione di Sallustio.
Giusto, proceda.
È tratta dal "Bellum Iugurthinum".
Con internet sono bravi tutti. Traduca.
"Dell'Italia di oggi preferisco non parlare, anziché dire troppo poco". L'originale si riferiva a Cartagine. Brutta fine fece. E lei ci abbandona? Lo so che ce l'aveva anticipato. Ma non ci mollerà mica davvero? Glielo dico perché i tempi stringono e per una volta speriamo che un politico non adempia ad una promessa.
So dove vuole arrivare, ma proceda. Mi piacciono le perorazioni di forte retorica. Venga presto al dunque.
In una lettera inviata al direttore di Libero, Vittorio Feltri, il 26 luglio scorso, giorno del suo compleanno, dopo aver fatto una specie di bilancio della sua vita privata ma soprattutto pubblica, dichiarava che dal 1° gennaio del 2006 non si sarebbe occupato più di "politica militante né con attività né con parole né con scritti.". Ha sempre questa intenzione ed è fermo nella sua decisione?
Certamente! Non sono decisioni, queste, che si annunziano con leggerezza e senza aver prima seriamente meditato su di esse. Non sono decisioni che si possano non attuare....
Ma qual è il motivo vero di questa scelta? O ce ne sono tanti? Lei è stato un importante uomo politico, un uomo di governo ed un uomo di Stato. Può ancora dare un contributo alla vita del nostro Paese. Ha 77 anni. Un anno meno di Sharon. Non dia una delusione agli italiani, se non altro ai lettori di Libero: quando c'è un mistero mandano me come mendicante alla sua fonte. Perché allora questa decisione?
Anzitutto, nella vita vi è un tempo per operare ed un tempo per meditare e prepararsi a morire nella pace del Signore ed in amicizia con Lui. Credo che questo tempo sia per me giunto, perché Iddio me ne ha dati segni con non equivoci avvertimenti, attraverso accadimenti relativi alla mia salute nei quali mi ha certo mantenuto in vita, ponendo però significativi ed ammonitori limiti alla disponibilità del mio corpo ed anche della mia mente.
Rispetto la sua discrezione, e capisco che ci sono avvenimenti interiore e turbamenti del cuore che a nessuno è lecito penetrare. Ma lei è stato - ripeto - un importante uomo politico, un uomo di governo ed un uomo di Stato. E sono tanti quelli che ritengano che Lei possa dare ancora un utile contributo alla vita politica ed istituzionale del Paese. Si fidi.
Invero io non sono stato nessuna di queste cose. E lei, amico Farina, affermandolo, manifesta affetto, lo so, ma mi fa sentire in colpa, come se la mia "recita", in gran parte volontaria, sia stata presa per realtà, e così io abbia ingannato la gente del mio Paese. Non sono stato un importante politico, perché non ho suscitato alcun movimento né ho esercitato alcuna guida. L'unica cosa che, da politico in senso stretto, ho fatto di positivo, è stato il mio contributo al superamento della "conventio ad excludendum" nei confronti delle forze eredi o comunque legate alla tradizione comunista nazionale.
Allude alla defenestrazione di Prodi e alla scelta di appoggiare D'Alema nell'ottobre del 1998.
Non è stata tanto espressione di simpatia per lui - ciò che non ho del resto mai nascosto - quanto un contributo cosciente alla fine di un conflitto civile da troppo a lungo perdurante in Italia. La nomina di Massimo D'Alema a presidente del Consiglio dei ministri è stata così da me sostenuta, sia perché ho grande stima per lui e lo ritenevo la persona più idonea a guidare il Paese, sia perché pensavo fosse giunto il momento di porre fine alla "guerra fredda interna".
Lei rifiuta per sé la definizione di statista?
Non sono stato un uomo di Stato, perché non lascerò alcuna traccia nella Storia (lasci la maiuscola, per cortesia) della vita e nelle istituzioni del Paese. L'Italia ha avuto solo quattro uomini di Stato: Camillo Benso conte di Cavour che ne realizzò l'unità, Antonio Giolitti che ne fece una democrazia liberale, Benito Mussolini che, pur con costi altissimi per le libertà democratiche, la modernizzò (anche se oltre ad un lascito di lutti, distruzioni e divisioni, ci propinò la illusione di essere una Grande Potenza, illusione che purtroppo, da Silvio Berlusconi a Romano Prodi, ancora dura...), Alcide De Gasperi, che la ricostruì e la riedificò in libera Repubblica. Un altro uomo di Stato, se Yalta lo avesse permesso, sarebbe stato Palmiro Togliatti.
Togliatti?
Sì, un uomo di Stato o di uno Stato del socialismo reale, o più verosimilmente di uno Stato "popolare-nazionale" a democrazia limitata e ad egemonia politico-culturale comunista. Ma uomo di Stato senz'altro.
Moro no?
No, Aldo Moro no.
Almeno uomo di governo.
Mi spiace, no. Il nostro più grande uomo di governo è stato Giulio Andreotti. Poi tra i grandi leader politici annovero proprio Moro, Amintore Fanfani, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Giorgio Almirante, Ugo La Malfa e Craxi. Proprio Bettino, dopo Andreotti, è stato il miglior presidente del Consiglio.
E Silvio Berlusconi?
Di lui non parlo.
Be', e lei, Cossiga, non si mette in nessun catalogo allora? È stato almeno uomo di governo che.
Io? Perché sono stato sottosegretario di Stato, ministro, presidente del Consiglio e presidente della repubblica? Come ministro dell'Interno ho subito la più grande sconfitta che un ministro dell'Interno possa subire: il rapimento e l'uccisione del maggiore leader politico del suo Paese. Come presidente del Consiglio dei ministri fui mandato a casa da un voto del mio partito, e solo ebbi il merito di far approvare, per il coraggio di Bettino Craxi e di Giovanni Spadolini, uno storico affiancamento alla Germania allora guidata dal leader socialdemocratico Helmut Schmitt nella risposta al ricatto nucleare dell'Unione Sovietica nei confronti dell' Europa Occidentale.
È la scelta di dotarci di Pershing 2 e Cruise, come proposto da Reagan, in risposta agli Ss20 di Breznev. Passaste per guerrafondai al soldo degli americani: ma resisteste. Mi permetta: non fu piccola cosa. Fu una spallata decisiva al comunismo, chissà quanti milioni di morti avete impedito.
Va bene. Mi lusinga e la ringrazio. Ma come presidente della Repubblica, io ho fallito nel mio obiettivo di avviare l'Italia alla riforma delle sue istituzioni: fui il capo di Stato più dileggiato ed anche insultato della storia repubblicana e perfino.
Cos'altro si rimprovera?
Alla fine di questi miei tentativi di dar il via alle riforme: persi il mio partito! Le sembrano successi?
Lei è crudele e ingiusto con se stesso, e poco misericordioso con quest'Italia cui anche lei ha dato forma. Diciamo meglio: lei ha sempre ammesso di essere pessimista (aggiungeva: perché cattolico di sinistra). Ma non sta esagerando in questo umor nero, è un peccato protestante, e anche Lutero lo condanna.
Pessimista? Niente affatto. Io sono un freddo realista nell'esaminarmi. Certo, sono stato un buono e onesto "commis d'Etat" con vesti un po' approssimative e rimpannucciate di politico, ma niente di più. D'altronde. Ha tempo di annotarsi un elenco di critiche a me dirette?
Prego.
La Dc mi ha rinnegato. Il Pci mi ha posto due volte sotto accusa proponendo un regolare impeachment parlamentare contro di me. Duramente critica verso di me è stata la parte "intellettuale" più importante del Paese, quella rappresentativa dai circoli politico-culturali di cui la più significativa opinione è stata quella di Eugenio Scalari. Ricorda? Mi ha ridicolizzato per anni, ostinatamente, senza tregua. Un segretario politico della Dc (Ciriaco De Mita, ndr) ha addirittura messo in giro la storia che io fossi "pazzo". Se tutti questi concordano, ci sarà pure un motivo. E poi.
Dica.
Io non intendo svolgere più attività politica pubblica, anche perché io non mi ritrovo più in questo nuovo mondo politico. Proprio no. Dall'età di quindici anni ho militato nella Democrazia cristiana, ho creduto nel "compromesso storico" e nella funzione democratica dei grandi partiti popolari. E guardi il presente. La Democrazia cristiana non c'è più, il Partito popolare europeo è diventato un caravanserraglio di conservatori, di moderati, di ex-democristiani e perfino di post-franchisti exfascisti spagnolisti.
Lei Aznar non lo sopporta proprio.
Anche di meno. Ma mi lasci proseguire. I "post-comunisti" del partito dei Ds sono costretti a scegliere come loro leader. (leader. capisce?) Romano Prodi. E si lasciano insultare dai suoi "ragazzi" con violente accuse sul piano della moralità e della politica. In Forza Italia alcuni post-dc, post-socialisti e post-liberali non sono riusciti a fare di questo miracoloso movimento un partito di centro liberaldemocratico e popolare di massa.
Quindi?
Dove vuole che io organicamente mi collochi? Sono fuori, non c'entro.
Ma lei voterà ad aprile?
Certo che sì. E questo è per me un grande problema. Pensi che forse darò un voto al centro-destra, forse l'Udc, ed un voto al centrosinistra, non però ad una lista di cui il capolista sia Romano Prodi od un prodiano! Questo mai. Forse quindi voterò l'Udeur. Forse per il mio ritiro è già troppo tardivo.
Perché dice questo?
Perché mi accorgo che da qualche tempo io, che non sono stato mai un uomo spiritoso, sono diventato simpatico alla gente e riesco anche a farla divertire. E quando un politico arriva ad essere simpatico ed a far divertire la gente, vuol dire che non è più visto come un politico e che in politica non può più svolgere alcun utile e credibile ruolo.
Ma.
Non replichi. Non mi blandisca. Non renda più amaro il tutto.
Obbedisco. Al dunque in che cosa consisterà il suo "ritiro dalla politica"?
Semplice. Non parlerò e non scriverò d'attualità politica, non terrò conferenze (intanto nessuno ha avuto mai in mente di invitarmi.), non parteciperò a trasmissioni radio e televisive, a tavole rotonde e non concederò interviste su temi d'attualità politica.
Lei però, se ricordo bene, ha posto dei limiti a questo suo ritiro.
Ricorda giusto. Se sorgessero problemi politici nei quali siano in gioco gli interessi internazionali fondamentali della nostra Patria, i valori di libertà o valori etici e religiosi. Oppure l'impegno politico d'attualità sia richiesto da direttive del Papa o dei Vescovi, adempiendo ai miei doveri di politico cristiano, conformemente anche alla Nota dottrinale della Congregazione della Dottrina della Fede, io non. starei né zitto né fermo.. Ora che ho ripreso i contatti con la mia Alma Mater, l'Università degli Studi di Sassari, che mi ha conferito una laurea honoris causa in "Scienza della Comunicazione e Giornalismo", farò un'altra eccezione: parlerò di tutto nelle lezioni e conferenze a cui mi hanno già invitato, ma sotto profili strettamente scientifici e con metodo puramente didattico. E poi farò il senatore, non appena le condizioni di salute me lo permetteranno.
Ciò significa che Francesco Cossiga, e i suoi allievi Franco Mauri e Mauro Franchi non scriveranno più le loro adorabili cronache e opinioni per Libero?
Adorabili? Via, non è l'ora dell'umorismo ma dell'addio. Potranno scrivere di molte altre cose che non siano la politica. E di molte altre cose potranno anche parlare. Poi, certo, se Franco Mauri scrivesse, si farebbe risalire quello che scrive a me. Diverso sarebbe se continuasse a scrivere (ma non so se lo farà!) Mauro Franchi, quello più di sinistra, che non è così legato a me come il Mauri. Comunque, dal 1° gennaio terrò fede a quanto detto il giorno del mio compleanno, non per un "fatto di parola e di onore", ma per necessità mia e utilità della politica generale.
"Electio silentii", dunque.
Voglio morire in pace e amicizia con il Signore.
Dagospia 27 Dicembre 2005
Renato Farina per "Libero"
"Insieme agli auguri, il presidente emerito Francesco Cossiga ha inviato questi due messaggi via telefonino. In latino. Numero1: "Silentii electio". Numero due. "De Italia praesenti silere melius puto quam parum dicere".
Senatore Cossiga.
Ha tradotto le due frasi sms? Ha messo a frutto i suoi studi classici?.
Ci provo. La prima dice: "La scelta del silenzio". La seconda dev'essere una citazione di Sallustio.
Giusto, proceda.
È tratta dal "Bellum Iugurthinum".
Con internet sono bravi tutti. Traduca.
"Dell'Italia di oggi preferisco non parlare, anziché dire troppo poco". L'originale si riferiva a Cartagine. Brutta fine fece. E lei ci abbandona? Lo so che ce l'aveva anticipato. Ma non ci mollerà mica davvero? Glielo dico perché i tempi stringono e per una volta speriamo che un politico non adempia ad una promessa.
So dove vuole arrivare, ma proceda. Mi piacciono le perorazioni di forte retorica. Venga presto al dunque.
In una lettera inviata al direttore di Libero, Vittorio Feltri, il 26 luglio scorso, giorno del suo compleanno, dopo aver fatto una specie di bilancio della sua vita privata ma soprattutto pubblica, dichiarava che dal 1° gennaio del 2006 non si sarebbe occupato più di "politica militante né con attività né con parole né con scritti.". Ha sempre questa intenzione ed è fermo nella sua decisione?
Certamente! Non sono decisioni, queste, che si annunziano con leggerezza e senza aver prima seriamente meditato su di esse. Non sono decisioni che si possano non attuare....
Ma qual è il motivo vero di questa scelta? O ce ne sono tanti? Lei è stato un importante uomo politico, un uomo di governo ed un uomo di Stato. Può ancora dare un contributo alla vita del nostro Paese. Ha 77 anni. Un anno meno di Sharon. Non dia una delusione agli italiani, se non altro ai lettori di Libero: quando c'è un mistero mandano me come mendicante alla sua fonte. Perché allora questa decisione?
Anzitutto, nella vita vi è un tempo per operare ed un tempo per meditare e prepararsi a morire nella pace del Signore ed in amicizia con Lui. Credo che questo tempo sia per me giunto, perché Iddio me ne ha dati segni con non equivoci avvertimenti, attraverso accadimenti relativi alla mia salute nei quali mi ha certo mantenuto in vita, ponendo però significativi ed ammonitori limiti alla disponibilità del mio corpo ed anche della mia mente.
Rispetto la sua discrezione, e capisco che ci sono avvenimenti interiore e turbamenti del cuore che a nessuno è lecito penetrare. Ma lei è stato - ripeto - un importante uomo politico, un uomo di governo ed un uomo di Stato. E sono tanti quelli che ritengano che Lei possa dare ancora un utile contributo alla vita politica ed istituzionale del Paese. Si fidi.
Invero io non sono stato nessuna di queste cose. E lei, amico Farina, affermandolo, manifesta affetto, lo so, ma mi fa sentire in colpa, come se la mia "recita", in gran parte volontaria, sia stata presa per realtà, e così io abbia ingannato la gente del mio Paese. Non sono stato un importante politico, perché non ho suscitato alcun movimento né ho esercitato alcuna guida. L'unica cosa che, da politico in senso stretto, ho fatto di positivo, è stato il mio contributo al superamento della "conventio ad excludendum" nei confronti delle forze eredi o comunque legate alla tradizione comunista nazionale.
Allude alla defenestrazione di Prodi e alla scelta di appoggiare D'Alema nell'ottobre del 1998.
Non è stata tanto espressione di simpatia per lui - ciò che non ho del resto mai nascosto - quanto un contributo cosciente alla fine di un conflitto civile da troppo a lungo perdurante in Italia. La nomina di Massimo D'Alema a presidente del Consiglio dei ministri è stata così da me sostenuta, sia perché ho grande stima per lui e lo ritenevo la persona più idonea a guidare il Paese, sia perché pensavo fosse giunto il momento di porre fine alla "guerra fredda interna".
Lei rifiuta per sé la definizione di statista?
Non sono stato un uomo di Stato, perché non lascerò alcuna traccia nella Storia (lasci la maiuscola, per cortesia) della vita e nelle istituzioni del Paese. L'Italia ha avuto solo quattro uomini di Stato: Camillo Benso conte di Cavour che ne realizzò l'unità, Antonio Giolitti che ne fece una democrazia liberale, Benito Mussolini che, pur con costi altissimi per le libertà democratiche, la modernizzò (anche se oltre ad un lascito di lutti, distruzioni e divisioni, ci propinò la illusione di essere una Grande Potenza, illusione che purtroppo, da Silvio Berlusconi a Romano Prodi, ancora dura...), Alcide De Gasperi, che la ricostruì e la riedificò in libera Repubblica. Un altro uomo di Stato, se Yalta lo avesse permesso, sarebbe stato Palmiro Togliatti.
Togliatti?
Sì, un uomo di Stato o di uno Stato del socialismo reale, o più verosimilmente di uno Stato "popolare-nazionale" a democrazia limitata e ad egemonia politico-culturale comunista. Ma uomo di Stato senz'altro.
Moro no?
No, Aldo Moro no.
Almeno uomo di governo.
Mi spiace, no. Il nostro più grande uomo di governo è stato Giulio Andreotti. Poi tra i grandi leader politici annovero proprio Moro, Amintore Fanfani, Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Giorgio Almirante, Ugo La Malfa e Craxi. Proprio Bettino, dopo Andreotti, è stato il miglior presidente del Consiglio.
E Silvio Berlusconi?
Di lui non parlo.
Be', e lei, Cossiga, non si mette in nessun catalogo allora? È stato almeno uomo di governo che.
Io? Perché sono stato sottosegretario di Stato, ministro, presidente del Consiglio e presidente della repubblica? Come ministro dell'Interno ho subito la più grande sconfitta che un ministro dell'Interno possa subire: il rapimento e l'uccisione del maggiore leader politico del suo Paese. Come presidente del Consiglio dei ministri fui mandato a casa da un voto del mio partito, e solo ebbi il merito di far approvare, per il coraggio di Bettino Craxi e di Giovanni Spadolini, uno storico affiancamento alla Germania allora guidata dal leader socialdemocratico Helmut Schmitt nella risposta al ricatto nucleare dell'Unione Sovietica nei confronti dell' Europa Occidentale.
È la scelta di dotarci di Pershing 2 e Cruise, come proposto da Reagan, in risposta agli Ss20 di Breznev. Passaste per guerrafondai al soldo degli americani: ma resisteste. Mi permetta: non fu piccola cosa. Fu una spallata decisiva al comunismo, chissà quanti milioni di morti avete impedito.
Va bene. Mi lusinga e la ringrazio. Ma come presidente della Repubblica, io ho fallito nel mio obiettivo di avviare l'Italia alla riforma delle sue istituzioni: fui il capo di Stato più dileggiato ed anche insultato della storia repubblicana e perfino.
Cos'altro si rimprovera?
Alla fine di questi miei tentativi di dar il via alle riforme: persi il mio partito! Le sembrano successi?
Lei è crudele e ingiusto con se stesso, e poco misericordioso con quest'Italia cui anche lei ha dato forma. Diciamo meglio: lei ha sempre ammesso di essere pessimista (aggiungeva: perché cattolico di sinistra). Ma non sta esagerando in questo umor nero, è un peccato protestante, e anche Lutero lo condanna.
Pessimista? Niente affatto. Io sono un freddo realista nell'esaminarmi. Certo, sono stato un buono e onesto "commis d'Etat" con vesti un po' approssimative e rimpannucciate di politico, ma niente di più. D'altronde. Ha tempo di annotarsi un elenco di critiche a me dirette?
Prego.
La Dc mi ha rinnegato. Il Pci mi ha posto due volte sotto accusa proponendo un regolare impeachment parlamentare contro di me. Duramente critica verso di me è stata la parte "intellettuale" più importante del Paese, quella rappresentativa dai circoli politico-culturali di cui la più significativa opinione è stata quella di Eugenio Scalari. Ricorda? Mi ha ridicolizzato per anni, ostinatamente, senza tregua. Un segretario politico della Dc (Ciriaco De Mita, ndr) ha addirittura messo in giro la storia che io fossi "pazzo". Se tutti questi concordano, ci sarà pure un motivo. E poi.
Dica.
Io non intendo svolgere più attività politica pubblica, anche perché io non mi ritrovo più in questo nuovo mondo politico. Proprio no. Dall'età di quindici anni ho militato nella Democrazia cristiana, ho creduto nel "compromesso storico" e nella funzione democratica dei grandi partiti popolari. E guardi il presente. La Democrazia cristiana non c'è più, il Partito popolare europeo è diventato un caravanserraglio di conservatori, di moderati, di ex-democristiani e perfino di post-franchisti exfascisti spagnolisti.
Lei Aznar non lo sopporta proprio.
Anche di meno. Ma mi lasci proseguire. I "post-comunisti" del partito dei Ds sono costretti a scegliere come loro leader. (leader. capisce?) Romano Prodi. E si lasciano insultare dai suoi "ragazzi" con violente accuse sul piano della moralità e della politica. In Forza Italia alcuni post-dc, post-socialisti e post-liberali non sono riusciti a fare di questo miracoloso movimento un partito di centro liberaldemocratico e popolare di massa.
Quindi?
Dove vuole che io organicamente mi collochi? Sono fuori, non c'entro.
Ma lei voterà ad aprile?
Certo che sì. E questo è per me un grande problema. Pensi che forse darò un voto al centro-destra, forse l'Udc, ed un voto al centrosinistra, non però ad una lista di cui il capolista sia Romano Prodi od un prodiano! Questo mai. Forse quindi voterò l'Udeur. Forse per il mio ritiro è già troppo tardivo.
Perché dice questo?
Perché mi accorgo che da qualche tempo io, che non sono stato mai un uomo spiritoso, sono diventato simpatico alla gente e riesco anche a farla divertire. E quando un politico arriva ad essere simpatico ed a far divertire la gente, vuol dire che non è più visto come un politico e che in politica non può più svolgere alcun utile e credibile ruolo.
Ma.
Non replichi. Non mi blandisca. Non renda più amaro il tutto.
Obbedisco. Al dunque in che cosa consisterà il suo "ritiro dalla politica"?
Semplice. Non parlerò e non scriverò d'attualità politica, non terrò conferenze (intanto nessuno ha avuto mai in mente di invitarmi.), non parteciperò a trasmissioni radio e televisive, a tavole rotonde e non concederò interviste su temi d'attualità politica.
Lei però, se ricordo bene, ha posto dei limiti a questo suo ritiro.
Ricorda giusto. Se sorgessero problemi politici nei quali siano in gioco gli interessi internazionali fondamentali della nostra Patria, i valori di libertà o valori etici e religiosi. Oppure l'impegno politico d'attualità sia richiesto da direttive del Papa o dei Vescovi, adempiendo ai miei doveri di politico cristiano, conformemente anche alla Nota dottrinale della Congregazione della Dottrina della Fede, io non. starei né zitto né fermo.. Ora che ho ripreso i contatti con la mia Alma Mater, l'Università degli Studi di Sassari, che mi ha conferito una laurea honoris causa in "Scienza della Comunicazione e Giornalismo", farò un'altra eccezione: parlerò di tutto nelle lezioni e conferenze a cui mi hanno già invitato, ma sotto profili strettamente scientifici e con metodo puramente didattico. E poi farò il senatore, non appena le condizioni di salute me lo permetteranno.
Ciò significa che Francesco Cossiga, e i suoi allievi Franco Mauri e Mauro Franchi non scriveranno più le loro adorabili cronache e opinioni per Libero?
Adorabili? Via, non è l'ora dell'umorismo ma dell'addio. Potranno scrivere di molte altre cose che non siano la politica. E di molte altre cose potranno anche parlare. Poi, certo, se Franco Mauri scrivesse, si farebbe risalire quello che scrive a me. Diverso sarebbe se continuasse a scrivere (ma non so se lo farà!) Mauro Franchi, quello più di sinistra, che non è così legato a me come il Mauri. Comunque, dal 1° gennaio terrò fede a quanto detto il giorno del mio compleanno, non per un "fatto di parola e di onore", ma per necessità mia e utilità della politica generale.
"Electio silentii", dunque.
Voglio morire in pace e amicizia con il Signore.
Dagospia 27 Dicembre 2005