FURBETTOPOLI - DOPO ANTONVENETA, BNL E RCS LA QUARTA SCALATA TOCCAVA AL MONTE DEI PASCHI (NEL MIRINO DI CALTA E FURBETTI) - LO ZAMPINO DI D'ALEMA CHE DA ANNI PREPARA LA VENDETTA SUI SENESI - LATORRE INTERCETTATO MENTRE GIOSCE CON RICUCCI.

Francesco Cozzi Lepri per News Settimanale


Dopo l'assalto ad Antonveneta, Bnl e Rcs, era pronta a partire la quarta scalata dei "furbetti", al Monte dei Paschi di Siena, con l'assenso tacito (ma non troppo) di ambienti vicini a Massimo D'Alema. La conferma è arrivata da un'intercettazione dell'immobiliarista Stefano Ricucci, venuta fuori la scorsa settimana. Andiamo con ordine e partiamo da D'Alema. Il presidente dei Ds ha un conto aperto con i suoi colleghi di partito senesi fin da quando nel 2001 Giuseppe Mussari, diretta emanazione dei diessini locali, è subentrato alla presidenza della Fondazione Mps al dalemiano Giulio Sapelli, professore universitario e grande frequentatore dei consigli di amministrazione, membro del comitato di redazione di ItalianiEuropei, la rivista di D'Alema. Con Mussari si è fortemente ridotto il potere dell'ex premier sull'istituto bancario, che in altri tempi si era invece svenato per operazioni dispendiose come l'acquisto della Banca del Salento, centro di potere radicato proprio nel seggio elettorale di D'Alema. A riportare il sereno tra Roma e Siena doveva servir la quarta opa dell'estate.

In una telefonata intercettata dalla Guardia di Finanza con il senatore ed ex assistente di D'Alema, Nicola Latorre, Stefano Ricucci annunciava che, dopo gli assalti all'Antonveneta, la Bnl e la Rcs, il boccone successivo sarebbe stato proprio l'istituto di Rocca Salimbeni. Per legge, il testo della conversazione non è pubblicabile, ma è lo stesso Ricucci a riassumerlo in un'altra telefonata con il vicepresidente del Monte, Stefano Bellaveglia
(dalemiano): «Stefano dice che ha appena parlato con Nicola (Latorre, ndr) e gli ha detto che Fassino li ama perché hanno servito la Bnl, la Unipol. Stefano dice di avergli detto che la prossima volta ci mettono dentro anche la Monte Paschi di Siena, ma nel senso che non sarà lei a comprare, ma loro. e lui sembra aver capito».

Siamo all'8 luglio, quando ancora la resa dei conti di Bancopoli è lontana. Alcuni giorni prima, il 23 giugno, in commissione Finanze al Senato è stato votato l'emendamento Eufemi, il provvedimento promosso dal senatore Udc che obbliga le fondazioni bancarie a scendere sotto il 30% nell'esercitare il diritto di voto nelle partecipazioni di controllo. Un emendamento ad hoc contro il Monte dei Paschi, ha sostenuto qualcuno, visto che di fondazioni sopra al trenta, oltre a Siena che detiene il 49 % della banca e non ha alcuna intenzione di mollare la presa, ci sono solo la Cassa di risparmio di Firenze e la Carige.



In quella votazione, mentre i Ds si schierano compatti per il no, due membri del gruppo si astengono: il senatore di Cesena, Massimo Bonavita, e Latorre. Nel suo intervento, il senatore vicino a D'Alema spiega, come riporta il resoconto del Senato, che il provvedimento «tende essenzialmente a garantire la distinzione di ruoli tra fondazioni e banche, senza avere l'obiettivo di collocare presso investitori stranieri quote delle società dimesse». Perché questa diffida nei confronti degli investitori stranieri? E gli investitori italiani? Nell'intercettazione Ricucci parla al plurale, «la prossima volta ci mettiamo dentro anche la Monte dei Paschi.». Da maligni si può dedurne che quel plurale faccia riferimento a Francesco Gaetano Caltagirone, l'imprenditore romano che insieme a Ricucci e a Sergio Billè ha partecipato all'operazione Confimmobiliare, della quale è stato presidente onorario fino al 15 dicembre, pochi giorni prima che scoppiasse il putiferio sul presidente di Confcommercio.

L'interesse dell'editore del Messaggero e del Mattino per la banca senese è noto da tempo, visto che ne detiene quasi il 5 % di quote ed esprime due membri nel consiglio di amministrazione (lui stesso e l'ex presidente di Sviluppo Italia Massimo Caputi). Un numero destinato a crescere, qualora l'emendamento Eufemi diventasse operativo, perché sui sedici consiglieri totali la Fondazione, che ne detiene otto, dovrà scendere a cinque. Indiziati a prendersi i tre posti rimanenti sarebbero proprio coloro che hanno già quote importanti dell'istituto, ed esprimono consiglieri.

Oltre a Caltagirone, ne hanno due anche i Gorgoni, ex proprietari della Banca del Salento, il gruppo del bresciano Emilio Gnutti e infine la Unipol. Tutti gruppi non ostili a D'Alema, se si pensa che il presidente Ds, i cui interventi sulle pagine del Messaggero sono frequenti, ha perorato più volte la causa del costruttore romano nei confronti dei senesi, senza successo. Oltretutto, Caltagirone e gli immobiliaristi avevano incassato 2,2 miliardi di euro dalla cessione delle quote in Bnl per la scalata di Unipol, e proprio alla fine di quel mese gli scambi in borsa del titolo della banca senese erano saliti in alcuni giorni anche di cinque volte. Se tutto fosse andato com'era nei progetti dei nuovi capitani coraggiosi, Unipol avrebbe controllato la Bnl, mentre Caltagirone e gli immobiliaristi avrebbero riportato dentro all'ovile romano Mps. Invece le cose sono andate diversamente e ora si ricomincia a parlare di un'intesa tra Unipol e Monte dei Paschi, da anni in rapporti tesissimi. Ma stavolta sarebbe Siena a farla da padrona.


Dagospia 12 Gennaio 2006