ARCHEO - LA SCALATA TELECOM DI COLANINNO, MADRE DI TUTTE LE OPA: QUANDO IL CAPO DEL GOVERNO D'ALEMA BLOCCĂ’ IL MINISTRO DEL TESORO CIAMPI E LITIGO' CON IL DIRETTORE DEL TESORO DRAGHI.

DA IL VELINO.IT (WWW.ILVELINO.IT)


Il dibattito molto "alto" fra Massimo D'Alema e Giulio Tremonti - la definizione è di D'Alema - nel salotto di Vespa ha riproposto la lettura dei fatti odierni legati alle scalate Bnl e Antonveneta partendo da quella che a buon ragione può definirsi la madre di tutte le Opa: la conquista, nel 1999, di Telecom da parte di Roberto Colaninno. Una vicenda finanziaria sulla quale il ruolo di palazzo Chigi, allora guidato da D'Alema, fu determinante.

Ma l'attuale presidente dei diesse, che pure a Tremonti ha ribadito la bontà dell'azione di Colaninno, ha tenuto a precisare che a presidiare la correttezza di quella scalata e delle iniziative del governo c'erano il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi e l'allora direttore generale del ministero Mario Draghi, da pochi giorni Governatore della Banca d'Italia. Ma D'Alema di quella grande storia sembra aver dimenticato qualche passaggio e soprattutto i retroscena della decisione cruciale della scalata Colaninno, quella che portò il Tesoro a disertare il 10 aprile del 1999 l'assemblea indetta dal consiglio della Telecom per varare le misure atte ad impedire la scalata stessa.

Il Tesoro, con il suo 3,46 per cento, quasi due miliardi di euro, era ancora il principale azionista. Ma, benché avesse partecipato, attraverso i suoi rappresentanti nel cda, alla votazione con cui era stata deliberata la convocazione dell'assemblea, non si presentò poi al Lingotto, all'assemblea stessa.

A bloccare il dicastero di Via XX settembre fu D'Alema che per questo si trovò a scontrarsi con il direttore generale. Ci fu un incontro informale a cui presero parte, oltre a D'Alema, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Franco Bassanini, il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi, Draghi, il ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, il ministro dell'Industria, Pierluigi Bersani, il ministro delle Comunicazioni Salvatore Cardinale e Giuliano Amato, ministro delle Riforme istituzionali.



D'Alema, durante la riunione, sostenne l'opportunità per il Tesoro di non intervenire all'assemblea al fine di mantenere una sua neutralità. Gli si oppose duramente Draghi. Il Tesoro, secondo il suo direttore generale, aveva il dovere di assicurare il funzionamento dell'assemblea e di tutelare il patrimonio dello Stato e dunque di recarsi all'assemblea e votare.

Su come votare, Draghi si era riservato di decidere, una volta sentito il parere di Morgan Stanley, la banca d'affari americana a cui aveva conferito il mandato di esprimersi su cosa era giusto fare nell'interesse dello Stato in merito alle proposte avanzate da Bernabé. La discussione tra Draghi e D'Alema si fece animata al punto da sfiorare la lite. Nessuno dei ministri presenti intervenne. D'Alema non si mosse dalle sue posizioni e Draghi, che già aveva espresso a Ciampi i suoi dubbi sull'opa di Colaninno che suo avviso rischiava di caricare la Telecom di pesanti debiti, impose al presidente del Consiglio di spedire una lettera al Tesoro con cui si faceva espressa richiesta di disertare l'assemblea.

La lettera che Draghi chiede a D'Alema alla presenza di Ciampi e D'Alema, scrivono i giornalisti Giuseppe Oddo e Giovanni Pons nel libro L'AffareTelecom, "è la prova documentale dell'esistenza di una posizione critica sull'atteggiamento da assumere nei riguardi della scalata e acquista il valore di una manleva da eventuali responsabilità".

Ciampi fu tra i ministri l'ultimo che seppe della scalata e che ne venne a conoscenza proprio attraverso i dubbi di Draghi. A maggio Ciampi, sebbene il Tesoro non avesse i poteri di bloccare l'operazione, chiese a Colaninno la lista degli azionisti di Bell - la società lussemburghese che guidava la scalata e che fece risparmiare centinaia di miliardi per oneri fiscali - e delle persone che stavano dietro la società inserendo nella direttiva di applicazione della golden share un passaggio in cui si stabiliva che il Tesoro attraverso i suoi poteri speciali poteva impedire le operazioni che difettavano di trasparenza. Una misura di salvaguardia, benché limitata. Il 13 maggio Ciampi fu eletto alla presidenza della Repubblica e lasciò il Tesoro. Dal suo successore, Vincenzo Visco, non arrivò alcun rilievo negativo sulla correttezza delle operazioni. (vum)


Dagospia 12 Gennaio 2006