UN SUB-COMADANTE ALLA CAMERA - QUELLO CHE INVOCA LA PATRIMONIALE, TOGLIE I RITRATTI DI STALIN E RECLAMA ANCORA L´ABOLIZIONE DELLA PROPRIETÀ PRIVATA. E DA PIÙ DI UN ANNO HA CHIUSO I CONTI CON LA COCA COLA - I BOTTI DI BERTINOTTI CON LELLA CAFONAL.
Filippo Ceccarelli per La Repubblica
Dunque Montecitovio, con l´ormai celebre erre blesa del suo prossimo e assai probabile presidente. Fausto Bertinotti, figlio di ferroviere, già sindacalista della corrente socialista lombardiana, poi eretico del comunismo italiano, leader tanto eclettico quanto rivoluzionario, quindi patrono di tutti i movimenti che fanno la ricchezza e la disgrazia della sinistra italiana. E ora, non senza fatica, designato alla guida della Camera dei deputati.
E subito, data l´atmosfera vanamente e sospettamente sfarzosa che la Pivetti e poi Casini hanno imposto al Palazzo, e data anche la più indefessa e conclamata vocazione bertinottiana alla critica, al popolo, alla lotta, alla rivolta, anche, ecco subito il pensiero va agli immensi commessi in alta uniforme, con catenelle, guanti bianchi e tutto, che accompagneranno fuori dell´aula, appena eletto, «il ragazzo con la maglietta a strisce», come s´intitolava una sua specie di autobiografia.
Ed è un´immagine quasi incredibile, questa di Bertinotti chiamato al vertice della più prestigiosa sede istituzionale. «Il sub-comandante Fausto», come lo chiamavano dopo l´avventurosa missione nel Chiapas, dopo l´incontro con il vero sub-comandante, Marcos, incappucciato e con pipa a penzoloni. Bertinotti gli regalò un´edizione rara del don Chisciotte, regalo pregevole e a suo modo protocollare, forse persino presidenziale, ma le foto che ritraggono l´evento indubitabilmente celebrano l´incontro fra due rivoluzionari.
Ancora a dicembre Bertinotti suggeriva addirittura ai contadini cinesi di scioperare, per i loro interessi, contro un regime ingiusto e oppressivo. Ci furono ovviamente ironie sulla qualità del cachemire disponibile dietro la muraglia, perché Bertinotti è considerato un leader elegante, che sa trattarsi bene, e al quale non dispiace un certo scintillante presenzialismo.
Eppure, al di là delle inevitabili punzecchiature che questo comporta, mai come oggi Bertinotti appare il più compiuto esemplare della sinistra antagonista italiana; un leader nato nelle piazze gremite di operai e cresciuto nelle stanze fumose delle trattative con i «padroni»; infine conquistato alla grande notorietà di questo tempo grazie all´assidua padronanza dimostrata in centinaia e centinaia di talk-show. E basterebbe questa sommario percorso biografico a porlo in una posizione come minimo dialettica con l´aula del Parlamento, del Palazzo. Istituzione per sua natura elitaria, sobria, macchinosa e combinatoria, ma oggi terribilmente lontana dal mondo, travolta dall´ondata tecnologica della comunicazione, insomma in crisi.
Ecco. Bertinotti non porta dentro, ma esattamente al vertice delle istituzioni il suo universo, le sue tribù, i suoi compagni, il suo complesso e variegato immaginario di comunista romantico, Brecht e Gandhi, San Paolo e Kavafis, don Vitaliano e Luxuria, Heidi Giuliani, le donne in nero, Tex Willer, Coppi, Dylan Dog, Citto Maselli, lo psicanalista Fagioli. Porta con sé, soprattutto, il ricordo della presidenza di Pietro Ingrao. A luglio saranno trent´anni da quando Enrico Berlinguer pose su quello stesso scranno un comunista non solo (cautamente) dissidente rispetto alla sua linea, ma addirittura fautore del dissenso. Una scelta che piacque a Loris Fortuna e a Ciriaco De Mita; una soluzione che anche allora stabilizzava a sinistra la vasta maggioranza dell´unità nazionale.
Con tutte le differenze del caso, Prodi deve aver fatto analoghi calcoli. Ma sulla poltrona più alta dell´aula, bene o male è destinato a sedersi l´uomo che ha chiamato Ochalan; che ha sfilato tra i lacrimogeni di Genova; che prima ha ospitato in lista il disobbediente D´Erme, quello della distesa di letame sotto casa di Berlusconi, e poi Luxuria. Il «Sub-comandante», il «Parolaio rosso», l´amico di Cecchi Gori e della Marini, il marito della signora Lella, che non manca un party «SuperCafonal» di Dagospia, ma che pure è riuscita a far indossare la giacca al disobbediente Caruso.
Sì, Bertinotti: il sigaro spento, il portaocchiali civettuolo. E ancora resta inconcepibile immaginarselo sopra il banco del governo, con il campanello in mano. Il difensore ragionevole degli incappucciati che va giù duro contro la Tav e morbido sugli espropri o sugli slogan spericolati a favore della resistenza irachena. Rivoltoso e non violento. Quello che invoca la patrimoniale, toglie i ritratti di Stalin e reclama ancora l´abolizione della proprietà privata. E se la cosa può sembrare irrilevante, se non frivola, anche quello che da più di un anno ha chiuso i conti con la Coca cola.
Ora: per quanto Montecitorio resti un luogo straordinariamente adattabile, e perciò anche fantastico nelle sue mutazioni, è difficile immaginarsi la Mecca cola in vendita alla buvette. Ma l´arrivo di Bertinotti è sul serio una novità; per non dire che è una sorpresa. «Onorevoli colleghi, la seduta è aperta». Ma aperta sul serio.
Dagospia 23 Aprile 2006
Dunque Montecitovio, con l´ormai celebre erre blesa del suo prossimo e assai probabile presidente. Fausto Bertinotti, figlio di ferroviere, già sindacalista della corrente socialista lombardiana, poi eretico del comunismo italiano, leader tanto eclettico quanto rivoluzionario, quindi patrono di tutti i movimenti che fanno la ricchezza e la disgrazia della sinistra italiana. E ora, non senza fatica, designato alla guida della Camera dei deputati.
E subito, data l´atmosfera vanamente e sospettamente sfarzosa che la Pivetti e poi Casini hanno imposto al Palazzo, e data anche la più indefessa e conclamata vocazione bertinottiana alla critica, al popolo, alla lotta, alla rivolta, anche, ecco subito il pensiero va agli immensi commessi in alta uniforme, con catenelle, guanti bianchi e tutto, che accompagneranno fuori dell´aula, appena eletto, «il ragazzo con la maglietta a strisce», come s´intitolava una sua specie di autobiografia.
Ed è un´immagine quasi incredibile, questa di Bertinotti chiamato al vertice della più prestigiosa sede istituzionale. «Il sub-comandante Fausto», come lo chiamavano dopo l´avventurosa missione nel Chiapas, dopo l´incontro con il vero sub-comandante, Marcos, incappucciato e con pipa a penzoloni. Bertinotti gli regalò un´edizione rara del don Chisciotte, regalo pregevole e a suo modo protocollare, forse persino presidenziale, ma le foto che ritraggono l´evento indubitabilmente celebrano l´incontro fra due rivoluzionari.
Ancora a dicembre Bertinotti suggeriva addirittura ai contadini cinesi di scioperare, per i loro interessi, contro un regime ingiusto e oppressivo. Ci furono ovviamente ironie sulla qualità del cachemire disponibile dietro la muraglia, perché Bertinotti è considerato un leader elegante, che sa trattarsi bene, e al quale non dispiace un certo scintillante presenzialismo.
Eppure, al di là delle inevitabili punzecchiature che questo comporta, mai come oggi Bertinotti appare il più compiuto esemplare della sinistra antagonista italiana; un leader nato nelle piazze gremite di operai e cresciuto nelle stanze fumose delle trattative con i «padroni»; infine conquistato alla grande notorietà di questo tempo grazie all´assidua padronanza dimostrata in centinaia e centinaia di talk-show. E basterebbe questa sommario percorso biografico a porlo in una posizione come minimo dialettica con l´aula del Parlamento, del Palazzo. Istituzione per sua natura elitaria, sobria, macchinosa e combinatoria, ma oggi terribilmente lontana dal mondo, travolta dall´ondata tecnologica della comunicazione, insomma in crisi.
Ecco. Bertinotti non porta dentro, ma esattamente al vertice delle istituzioni il suo universo, le sue tribù, i suoi compagni, il suo complesso e variegato immaginario di comunista romantico, Brecht e Gandhi, San Paolo e Kavafis, don Vitaliano e Luxuria, Heidi Giuliani, le donne in nero, Tex Willer, Coppi, Dylan Dog, Citto Maselli, lo psicanalista Fagioli. Porta con sé, soprattutto, il ricordo della presidenza di Pietro Ingrao. A luglio saranno trent´anni da quando Enrico Berlinguer pose su quello stesso scranno un comunista non solo (cautamente) dissidente rispetto alla sua linea, ma addirittura fautore del dissenso. Una scelta che piacque a Loris Fortuna e a Ciriaco De Mita; una soluzione che anche allora stabilizzava a sinistra la vasta maggioranza dell´unità nazionale.
Con tutte le differenze del caso, Prodi deve aver fatto analoghi calcoli. Ma sulla poltrona più alta dell´aula, bene o male è destinato a sedersi l´uomo che ha chiamato Ochalan; che ha sfilato tra i lacrimogeni di Genova; che prima ha ospitato in lista il disobbediente D´Erme, quello della distesa di letame sotto casa di Berlusconi, e poi Luxuria. Il «Sub-comandante», il «Parolaio rosso», l´amico di Cecchi Gori e della Marini, il marito della signora Lella, che non manca un party «SuperCafonal» di Dagospia, ma che pure è riuscita a far indossare la giacca al disobbediente Caruso.
Sì, Bertinotti: il sigaro spento, il portaocchiali civettuolo. E ancora resta inconcepibile immaginarselo sopra il banco del governo, con il campanello in mano. Il difensore ragionevole degli incappucciati che va giù duro contro la Tav e morbido sugli espropri o sugli slogan spericolati a favore della resistenza irachena. Rivoltoso e non violento. Quello che invoca la patrimoniale, toglie i ritratti di Stalin e reclama ancora l´abolizione della proprietà privata. E se la cosa può sembrare irrilevante, se non frivola, anche quello che da più di un anno ha chiuso i conti con la Coca cola.
Ora: per quanto Montecitorio resti un luogo straordinariamente adattabile, e perciò anche fantastico nelle sue mutazioni, è difficile immaginarsi la Mecca cola in vendita alla buvette. Ma l´arrivo di Bertinotti è sul serio una novità; per non dire che è una sorpresa. «Onorevoli colleghi, la seduta è aperta». Ma aperta sul serio.
Dagospia 23 Aprile 2006