IL POLITO MARGHERITO FINISCE SOTTO TRAVAGLIO: S'È MESSO IN TESTA DI RIFORMARE, LUI DA SOLO, CON LE NUDE MANI, LA LEGISLAZIONE SULLE INTERCETTAZIONI - POLITO REPLICA, MICHELE ANSELMI AGGIUNGE, PADELLARO RISPONDE.

Marco Travaglio per l'Unità

Dev'essere una bella fortuna, per un politico, non avere elettori. Un po' come, per un giornalista, non avere lettori. Antonio Polito assomma su di sé entrambe le fortune. Come direttore del Riformista, giornale programmaticamente sprovvisto di lettori, poteva scrivere tutte le corbellerie che gli passavano per la testa, ed erano parecchie, senza che nessuno gliene chiedesse conto. Ora, come senatore eletto, anzi nominato nella lista bloccata della Margherita in Campania, può metterle in pratica in Parlamento senza il fastidio di doverle spiegare ai suoi eventuali elettori, che nemmeno lo conoscono. Per cominciare col piedino giusto, s'è messo in testa di riformare, lui da solo, con le nude mani, la legislazione sulle intercettazioni. Ma deve avere il sospetto che gli italiani non comprendano la pur meritoria iniziativa.

Così, per nasconderla meglio, l'ha comunicata al Foglio, garanzia di assoluta clandestinità. «Il punto di partenza dell'iniziativa - spiega Polito Margherito - è lo stato di totale illegalità di tutta la vicenda, sia nella sua prima ondata sulle banche, sia adesso che è finito sotto accusa il calcio». Illegali, dunque, non sono le scalate bancarie dei Fiorani, Consorte, Ricucci & C., e nemmeno la cupolona di Lucianone & C. No, illegali sono le intercettazioni disposte dai giudici e quelle pubblicate dai giornali: «Il rischio più grave che corre l'Italia dai tempi delle leggi speciali del fascismo». Ecco, i tentati golpe, le stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia, Italicus, treno 904, Bologna, Ustica, il terrorismo rosso e nero in combutta con i servizi segreti, per non parlare di quelle politico-mafiose a Palermo, Roma, Milano e Firenze, sono acqua fresca a confronto dei giudici che intercettano i furfanti e dei giornali che ne informano i lettori. Bisogna cambiare la legge.

E qui c'è un salto logico davvero ardito: se, come sostiene Polito Margherito, l'uso che pm e giornalisti fanno delle intercettazioni è «abusivo e illegale», vuol dire che la legge attuale lo proibisce. E allora che bisogno c'è di cambiarla? Sarebbe come dire: visto che ogni giorno si commettono tanti furti, bisogna cambiare le leggi sul furto. In realtà le telefonate dei furbetti del quartierino erano pubblicabilissime, in quanto contenute nei provvedimenti restrittivi notificati a decine di indagati e avvocati, dunque non più segrete. Idem per la gran parte delle intercettazioni su Calciopoli (e quelle non ancora contestate agli indagati erano segrete in base alla legge vigente: se qualcuno le ha pubblicate, bisogna farla rispettare, non cambiarla).

Ma Polito Margherito va capito: ha appena scoperto, con sua grande sorpresa, che i giudici intercettano «per cercare gli indizi di reato». Capito come siamo ridotti? Abbiamo magistrati che, in ossequio alla legge, cercano le notizie di reato, anziché restarsene in ufficio ad aspettare che piovano dal cielo. E, quel che è peggio, le trovano pure. Il piccolo giureconsulto campano ne fa una questione di «fair play». Come dargli torto? È inelegante che un giudice possa intercettare un delinquente mentre il delinquente non può intercettare un giudice. Non è sportivo. Perciò cambiare la legge, limitando «lo strumento investigativo in mano ai pm» e «sanzionando i giornali che pubblicano telefonate», non basta. Lui sogna una commissione parlamentare d'inchiesta sull'uso delle intercettazioni. Non sa che la Costituzione proibisce al Parlamento di sindacare l'attività dei magistrati. Si chiama divisione dei poteri: forse non era un riformista, ma deve averla inventata un tale Montesquieu.



È un vero peccato che Polito Margherito sia arrivato in Parlamento solo ora. L'avessero eletto nel 2001, Bellachioma avrebbe trovato un valido alleato quando, in pieno scandalo Bancopoli, tentò di tagliare le mani ai pm e ai giornalisti. E oggi Fazio sarebbe governatore di Bankitalia, Fiorani titolare di Antonveneta, Consorte&Sacchetti della Bnl e magari Ricucci del Corriere, mentre Moggi continuerebbe a spadroneggiare su arbitri e designatori, giornalisti e moviolisti, ministri e alti ufficiali, pilotando i campionati dalla serie A alla promozione. Prospettive non troppo avvincenti per milioni di risparmiatori e di sportivi. Dei quali però, comprensibilmente, Polito Margherito non si occupa. Almeno finché, nella passeggiata quotidiana tra il Riformista e Palazzo Madama, non ne incontrerà uno che lo riconosca. Ma è così piccino, tenero e indifeso che non glielo augureremmo mai, per nessuna ragione al mondo.

L'UNITÀ FACCIA SORVEGLIANZA DEMOCRATICA
Lettera di Antonio Polito a l'Unità
Caro direttore,
non pretendo che l'animo questurino delle bananas comprenda che le spiate sono di destra e le garanzie di sinistra; che la giustizia è «fair play» perché si fonda sulla parità delle parti, accusa e difesa, davanti al giudice terzo; né che questo concetto è sancito nella Costituzione, in un articolo approvato da una maggioranza di centrosinistra. Però tutte queste cose l'Unità le sa, le ha sostenute negli anni bui in cui si spiavano i suoi lettori, e le sostiene ancora, insieme con i democratici americani, contro le intercettazioni telefoniche di Bush. Permettimi dunque, caro direttore, di incitarti alla sorveglianza democratica.

GRANDI O PICCINI CHE SIANO SEMPRE GIORNALI SONO...
Lettera di Michele Anselmi a l'Unità
Signor direttore,
vorrei far notare a Marco Travaglio, il quale ieri ha ironizzato nella sua rubrica su «Polito Margherito», ossia il neosenatore e già direttore del «Riformista» Antonio Polito, una semplice cosa. Non entro nel merito del dibattito sulle intercettazioni telefoniche, pratica che pure ha rivelato aspetti discutibili, se non allarmanti; Travaglio è convinto che Polito, nel suo ruolo di parlamentare, voglia dare una mano agli impuniti, ai furbetti del quartierino, agli arbitri corrotti, eccetera. Quindi sarà difficile fargli cambiare idea (anche alla luce di quanto ragionevolmente scritto su «La Stampa» da Lucia Annunziata). E però: che c'entra sbeffeggiare «il Riformista» in quanto «giornale programmaticamente sprovvisto di lettori» o «il Foglio» in quanto «garanzia di assoluta clandestinità»? Ci sono quotidiani generalisti, pensati e fatti per raggiungere vasti pubblici di lettori; ci sono quotidiani «di opinione», più agili e scarni, che si rivolgono ad un altro tipo di lettori. La quantità non è sempre sinonimo di qualità. E se anche lo fosse, perché sfottere Polito su quel versante? Un giornalista scrive dove vuole o dove può. Lo dico perché, avendo passato ventiquattro anni della mia vita a «l'Unità», ci fu un periodo, prima della chiusura del 2000, nel quale ci si rimproverava non di scrivere sciocchezze o storie inattendibili ma di scriverle su un giornale che nessuno leggeva più.

Risposta di Antonio Padellaro, direttore de l'Unità
A proposito di anni bui e spie, rammento solo che la scoperta delle schedature Fiat sui dipendenti (colpevoli, per esempio, di leggere l'Unità) si deve al magistrato, giustizialista, Guariniello. Quanto a Bush il paragone è davvero bizzarro. Le intercettazioni di cui stiamo parlando non sono state certo disposte dal potere esecutivo ma fanno parte della normale procedura: sono cioé richieste dal pm e concesse dal gip. In questo caso la parità delle parti non c'entra nulla perché, altrimenti, si dovrebbe autorizzare la difesa a intercettare le telefonate dell'accusa. Quanto alla giustizia come «fair play» è un concetto indubbiamente da approfondire. Insieme, beninteso, alla possibilità di interrompere le udienze per servire il the delle cinque.




Dagospia 31 Maggio 2006