MOGGI STORY/22 - 1993: IL PARCHEGGIO DI UN ANNO ALLA ROMA (GLI SCREZI CON SENSI) E L'ARRIVO ALLA JUVE - IL GIOCO DELLE 3 CARTE DI LUCIANONE: ANCORA ALLA ROMA PERDE TEMPO E LASCIA PAULO SOUSA ALLA JUVE.
Tratto da "Lucky Luciano - Intrighi, maneggi e scandali del padrone del calcio italiano Luciano Moggi", Ala Sinistra e Mezzala Destra, Kaos Edizioni (Un libro scritto in joint-venture da tre giornalisti sportivi, che hanno preferito l'anonimato, e da Marco Travaglio)
CAPITOLO IV. IL PADRE, IL FIGLIO E LO SPIRITO SANTO
Il gioco delle tre carte
L'ingaggio-parcheggio di Moggi da parte della Roma, nel luglio 1993, è preceduto da una bufala. Sui giornali, a giugno, si legge che Lucianone è il nuovo direttore generale della Fiorentina. Strano, molto strano: è vero che deve solo "parcheggiarsi" per un annetto, in attesa di passare alla Juventus; ma la Fiorentina, al termine del campionato 1992-93, è retrocessa in serie B. Eppure sembra proprio vero, dal momento che l'ineffabile ex ferroviere conferma la falsa notizia: «È vero che non c'è ancora la firma, ma una stretta di mano vale più di un contratto... Ho scelto Firenze perché la Fiorentina non vale la B. Con i Cecchi Gori [proprietari della squadra, ndr] abbiamo piena comunità [sic!] di intenti: riporteremo la squadra in serie A». Dopo la Juve, la Lazio, il Napoli, il Torino, ora Lucianone si scopre tifosissimo della Fiorentina, e annuncia che ne sarà il salvatore. Ma nel giro di poche settimane volta gabbana, e passa alla Roma, nonostante la stretta di mano che "vale di più di un contratto".
Queste giravolte sono la traduzione pratica delle "sinergie" e delle "flessibilità" così come le intende Moggi. Il grande maneggione pallonaro si muove dietro le quinte calcistiche alla maniera pirandelliana: uno-nessuno-centomila, oppure come un esperto del gioco delle tre carte. Qualche tempo prima, per esempio, mentre ufficialmente dirigeva il Torino, aveva brigato per riportare Maradona al Napoli. E a fine agosto - cioè un mese dopo essere passato alla Roma - verrà sorpreso a trafficare con il suo amico procuratore Riccardo Sogliano per portare l'attaccante Paolo Monelli nella squadra dell'Entella. È sempre così: mentre ufficialmente lavora per qualcuno, Moggi segretamente lavora anche per qualcun altro. E non c'è niente di contraddittorio: infatti, a suo modo coerente, Lucianone - al di là delle cariche - lavora sempre e solo per se stesso. E non ne fa mistero.
La notizia del ritorno di Moggi alla Roma suscita un vespaio di polemiche. La società giallorossa ha di fatto due padroni, il palazzinaro Pietro Mezzaroma e l'industriale Franco Sensi. Quest'ultimo apprende dell'ingaggio di Moggi - deciso da Mezzaroma - a cose fatte. Le tensioni fra i due esplodono in guerra aperta: «Mezzaroma non può decidere se io non sono d'accordo», tuona Sensi, «avevamo un patto che non è stato rispettato!». Anche il direttore sportivo romanista, Emiliano Mascetti, è stizzito: «È una scelta che non capisco e che preferisco non commentare: neanch'io ne sapevo niente». Ma cosa fatta capo ha, e Lucianone se la ride: la "consulenza" romana per meno di un anno gli porta in tasca poco meno di un miliardo. Così lui, generoso e altruista com'è, lancia una campagna per i disoccupati del calcio: «I giocatori disoccupati stanno crescendo, fra poco arriveranno a 500-600... Ma non scandalizziamoci, tutto tornerà nella norma solo quando la crisi economica del Paese finirà: in fondo, il calcio è lo specchio che riflette il problema della disoccupazione sociale». Poche e meditate parole di un ex ferroviere miliardario con aspirazioni da statista...
Il campionato della Roma "moggizzata" incomincia male. A ottobre Mezzaroma vuole già cacciare l'allenatore Carlo Mazzone. «È tutto in mano a Moggi, che dovrà scegliere un nuovo allenatore e dei rinforzi», scrivono i giornali. Ma l'altro presidente, Sensi, difende l'allenatore, e «diventa pallido solo a sentire il nome di Moggi». Mazzone si arrabbia, non ci sta a fare il capro espiatorio della squadra che va male; allora interviene Lucianone, che sfodera il suo cipiglio del padreterno: «Il nostro allenatore non è in discussione, ma deve stare calmo e soprattutto zitto».
Il 15 ottobre arriva a Roma anche un altro Moggi: il figlio di Lucianone, il ventiduenne Alessandro. La squadra giallorosa non c'entra, Moggi junior approda nella capitale per sostenere degli esami molto particolari: quelli necessari per l'iscrizione all'Albo dei procuratori sportivi. Già, perché il rampante rampollo di papà Luciano sta per entrare anche lui nel mondo del calcio: nonostante la tenera età, farà il manager, cioè il professionista che cura gli affari miliardari dei calciatori. In fila per quello stesso esame ci sono anche avvocati e commercialisti. Ma Moggi junior non si impressiona, e da vero enfant prodige supera la prova di slancio. Poco importa se gli altri esaminandi, invidiosi, commentano: «E te pareva che bocciavano proprio lui!».
Il figlio di Lucianone diplomato procuratore non ha neanche il tempo di fare l'apprendistato: decine di calciatori sono subito pronti ad avvalersi della preziosa assistenza del rampollo del potentissimo padre. Così la ragnatela affaristica della ditta Moggi si allarga ancora di più. Il conflitto di interessi non potrebbe essere più macroscopico: da dirigente di grandi club di serie A (prima la Roma, poi la Juve), Moggi senior "tratterà" con Moggi junior ingaggi e trasferimenti di giocatori. Mai visto niente del genere nell'intera storia del calcio. A novembre, la guerra intestina tra Mezzaroma e Sensi si risolve con la vittoria del secondo. Il palazzinaro si fa da parte, e Sensi diventa il padrone unico della Roma. «Tempi cupi per il Re del mercato», scrive un giornale, «Moggi, al termine del campionato, dovrà lasciare la Roma. Anche perché gli contestano di aver ceduto Grossi in prestito al Bari per due lire».
Allora Lucianone mette in campo le sue armi migliori, e sulle prime riesce ad ammansire Sensi e a stabilire con lui una qualche intesa. Durerà poco, comunque, anche perché il presidente romanista ignora che Moggi sta solo contando i giorni che lo separano dall'approdo in casa Juve. Le voci del trasloco di Lucianone alla corte degli Agnelli si fanno più insistenti all'inizio del 1994. Al punto che un gruppo di tifosi juventini espone allo stadio Delle Alpi un eloquente striscione anti-Moggi: «No ai granata e ai mercenari senza onore». Così l'ex ferroviere, che è un gran bugiardo, si affretta a dichiarare: «Non ho mai avuto nessun contatto con la Juve. Ho un contratto con la Roma e intendo rispettarlo. Evidentemente a Torino c'è qualcuno che mi vuole male».
Mentre se ne sta in riva al Tevere, Lucianone fa già la spola con Torino. Ma la Juve non c'entra ancora: c'entra la Procura della Repubblica, che gli ha messo gli occhi addosso nell'inchiesta sul malaffare della società granata. Intanto, a Napoli, il pentito di camorra Pietro Pugliese racconta la sua verità del presunto scudetto "venduto" da Maradona & C. alla camorra. Le rivelazioni del pentito finiscono sui giornali, ma Lucianone cade dalle nuvole: «Nel calcio ci sono cose che si sanno e cose che non si sanno. Io di questa storia non so niente».
Il trasloco di Moggi dalla Roma alla Juventus, nella primavera del 1994, è un altro capolavoro dell'ex ferroviere. Fin dal dicembre 1993, nella veste di "consulente" giallorosso, Moggi sta trattando l'ingaggio del centrocampista portoghese Paulo Sousa, al quale è interessata anche la Juve. A metà aprile, colpo di scena: il giocatore portoghese firma per la squadra bianconera. La reazione del presidente romanista è velenosa: «O Moggi è un incapace, oppure... Era da dieci giorni che gli avevo detto: vai a Lisbona e firma il contratto per Sousa! O si è fatto fregare, oppure c'è sotto qualcosa...». Altri pettegolezzi riguardano il passaggio di Ciro Ferrara dal Napoli alla Juve, a dispetto del lungo corteggiamento da parte della Roma. Allora Lucianone prende la palla al balzo: attribuisce a Sensi una "mancanza di fiducia", e previa sceneggiata di lesa maestà rassegna le dimissioni.
Come è andato davvero il caso Sousa lo racconta da Lisbona il procuratore del giocatore, José Veiga, confermando che Moggi, nel trattare Paulo per la Roma, ha volutamente tirato le cose in lungo favorendo la Juve: «La Roma fu la prima a interessarsi a Sousa. I contatti, che risalgono a dicembre, li ho tenuti con Moggi. Da tre mesi gli dicevo: "Chiudi la trattativa, ché ci sono altre squadre interessate, la Juve, il Parma". Ma lui mi rispondeva: "Aspetta: se domenica prossima battiamo il Lecce, arrivo e firmo... Se domenica prossima battiamo il Cagliari... Se domenica prossima...". Rinviava sempre, al punto che Sousa e io non ne potevamo più. Finché ho telefonato alla Juventus, e abbiamo firmato alle stesse condizioni».
Lucianone, che ha preso due piccioni con una fava (passa alla Juve come previsto portando in dote ai nuovi padroni il fuoriclasse portoghese che ha sottratto alla Roma facendo il doppio gioco), non si scompone: «Non ci vedo niente di scandaloso se altri si sono infilati in un affare che la Roma poteva fare o non fare». Per tentare di salvare le apparenze, entra in scena un amico di Lucianone, Dario Canovi, il procuratore italiano di Sousa, che dichiara: «Io so che lo Sporting Lisbona [la squadra di Sousa, ndr] ha obbligato il giocatore ad andare a Torino. Infatti gli hanno detto: "O firmi per la Juve, o resti con noi"...». È sempre bello avere degli amici. Più prosaico l'ex calciatore Aldo Agroppi: «Questo Moggi è furbissimo: ho capito che sarebbe andato alla Juve quando i bianconeri hanno comprato Sousa».
Anche gli sviluppi della carriera di Sousa in maglia bianconera la dicono lunga sulla caratura umana e professionale dell'ex ferroviere di Monticiano. Approdato alla Juve insieme a Lucianone, il giocatore portoghese lascia il suo procuratore Canovi e entra nella scuderia del procuratore Moggi junior; poi, un bel giorno, decide di cambiare ancora, e affida la rappresentanza dei propri interessi calcistici a un altro procuratore, Giovanni Branchini. Nel 1996 la Juventus (cioè Moggi senior) si libera di Sousa (che non è più nella scuderia di Moggi junior) vendendolo al Borussia Dortmund. «Sono stato spremuto e buttato via: mi sento tradito... Alla Juve non c'è umanità, contano solo gli affari», dichiarerà il giocatore, precisando: «Certo, se restavo nel giro Moggi, anziché passare al procuratore Branchini, forse la Juve non mi avrebbe trattato in questo modo». Pronta la replica di Lucianone faccia tosta: «Queste dichiarazioni di Sousa dimostrano che abbiamo fatto bene a cederlo».
22 - continua
Dagospia 14 Giugno 2006