COME MAI IL SILURAMENTO DI COGNETTI È DIVENTATA LA VICENDA PIÙ DIBATTUTA DEL MOMENTO? - CONTRO LA DECISIONE DELLA TURCO UNO SCHIERAMENTO-MIX CHE VA DA SCALFARI A STORACE, DA CAPEZZONE A TOTTI, DA RIZZO A LOIERO, DA DI PIETRO A TOTTI. PERCHÉ?...
Mattia Feltri per La Stampa
Sabato pomeriggio il direttore della «Repubblica», Ezio Mauro, dopo aver letto il superclassico editoriale di Eugenio Scalfari per il numero di domenica, era garbatamente perplesso. Ha chiamato il fondatore, e col rispetto che si deve ai monumenti gli ha chiesto se fosse proprio convinto dell'opportunità di rimproverare con tanta durezza il ministro Livia Turco su una vicenda tutto sommato marginale. Il fondatore ha risposto «sì».
La vicenda marginale nel frattempo è diventata la più dibattuta del momento, e riguarda l'avvicendamento del professor Francesco Cognetti alla direzione scientifica dell'Istituto Regina Elena con la professoressa Paola Muti. Soprattutto è diventata una polemica prossima al tafferuglio, con schieramenti difficilmente delineabili e profusione di colpi bassi. Per esempio quello di Scalfari stesso, che nel suo commento sottrae alla Muti la qualifica di medico. O quello dell'ex governatore del Lazio, Francesco Storace, che misura la competenza con il numero di pagine in «Google»: 1480 a 709 per Cognetti (ma se fosse solo per questo, Alessandra Mussolini batte Storace 713 mila a 276 mila). E colpo basso è definibile anche quello di Cognetti, il quale si dichiara vittima delle «quote rosa».
Dipenderà dalla solita carestia ferragostana di notizie, ma tanta acredine è inspiegabile. Il ricorso allo spoils system della Turco ha riguardato una ventina di colleghi di Cognetti, eppure soltanto per lui si lucidano i revolver. Gente fino a ieri in difficoltà nella lettura del foglietto illustrativo del Maalox, si produce nella comparazione dei due curriculum, entrambi spaventosi, almeno per il profano. E, in difesa dello scienziato uscente, si coalizzano (involontariamente) uomini che in comune hanno il bianco degli occhi: Scalfari e Storace, Daniele Capezzone e Francesco Totti, Marco Rizzo e Agazio Loiero, Antonio Di Pietro e Carlo Verdone, Walter Veltroni e Fabrizio Cicchitto. Perché?
Il terreno è delicatissimo. La direzione scientifica del Regina Elena si occupa di tumori, cura e ricerca. Cognetti, nato a Catanzaro cinquantacinque anni fa, dal 2001 a 2003 è stato presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica. E in questi giorni ha beneficiato della soliderietà blanda di Umberto Veronesi. Ecco, quando si parla di lotta al cancro in Italia, Veronesi vuol dire settore privato, Cognetti vuol dire settore pubblico. Almeno ad ascoltare quello che si dice a Roma. E a Roma chi ha bisogno, e può, si rivolge a Cognetti. Lui, oltre alla fama, ha dunque buone relazioni, e non significa necessariamente appoggio politico, malgrado Silvio Berlusconi gli abbia rinnovato l'incarico il 7 aprile, due giorni prima delle elezioni vinte da Romano Prodi.
In tv lo si è visto spesso, nelle trasmissioni di settore, ma anche in altre più generaliste, come a «Moby Dick» di Michele Santoro o a «Domenica In». Gli piace essere divulgativo. A «Domenica sprint» elogia il ciclista Lance Armostrong che ha vinto il morbo e poi sette volte il Tour de France. Ai convegni indica l'esempio dell'attore Robert De Niro, che parla liberamente della sua neoplasia. Ha raccolto fondi preziosi grazie alla collaborazione di Renzo Arbore. Conosce il valore dei testimonial, e nel comitato d'onore del Regina Elena ci sono, appunto, Totti, Verdone e Veltroni, ma anche Carlo Caracciolo, presidente onorario del «gruppo editoriale l'Espresso», il regista Giuseppe Tornatore e Luigi Abete, presidente della «Banca nazionale del lavoro».
Molti lo amano e qualcuno lo detesta. Questi ultimi dicono in giro che la sua carriera decollò ai tempi di Francesco De Lorenzo ministro della Sanità. Ma non è vero. «Mi ha aiutato con la mia associazione, la Aimac», dice De Lorenzo da Capri. E De Lorenzo fondò la Aimac (che promuove l'informazione per i malati) dopo le disavventure giudiziarie e la malattia. Invece è più acclarata la familiarità del professore con Storace, del quale, per esempio, ha partecipato alla cena elettorale in cui venne annunciata, sotto forma di colpo di scena, la candidatura al Consiglio regionale di Carlo Pederzoli, nome al secolo di Bud Spencer.
L'ingresso nel mondo della notorietà non strettamente accademica risale invece alla fine degli Anni Novanta, quando fu membro e responsabile per il Lazio della commissione che doveva monitorare l'efficacia della terapia proposta da Luigi Di Bella. Fra i due finì a querele, e le vinse Cognetti. Poi studiò gli effetti degli Ogm sull'agricoltura e dell'elettrosmog sulla salute, e definì nulli gli uni e gli altri sollevando qualche polemica. Ormai celebre anche per i meriti clinici e, purtroppo, per i molti pazienti, nel 2001 venne innalzato alla carica di cui ora viene privato dalla Turco, e a vantaggio di una scienziata da lui richiamata dall'America nella strategia di controfuga dei cervelli. Gli restano i sostenitori. Il governatore della Calabria Loiero lo ha già inserito nella Commissione oncologica regionale. Il «Messaggero» e il «Tempo», all'opposto su tutto, ne sottolineano i meriti. Alcuni siti ributtano fuori le sue foto alle feste di blasonati alla «Casina Valadier».
Dagospia 09 Agosto 2006
Sabato pomeriggio il direttore della «Repubblica», Ezio Mauro, dopo aver letto il superclassico editoriale di Eugenio Scalfari per il numero di domenica, era garbatamente perplesso. Ha chiamato il fondatore, e col rispetto che si deve ai monumenti gli ha chiesto se fosse proprio convinto dell'opportunità di rimproverare con tanta durezza il ministro Livia Turco su una vicenda tutto sommato marginale. Il fondatore ha risposto «sì».
La vicenda marginale nel frattempo è diventata la più dibattuta del momento, e riguarda l'avvicendamento del professor Francesco Cognetti alla direzione scientifica dell'Istituto Regina Elena con la professoressa Paola Muti. Soprattutto è diventata una polemica prossima al tafferuglio, con schieramenti difficilmente delineabili e profusione di colpi bassi. Per esempio quello di Scalfari stesso, che nel suo commento sottrae alla Muti la qualifica di medico. O quello dell'ex governatore del Lazio, Francesco Storace, che misura la competenza con il numero di pagine in «Google»: 1480 a 709 per Cognetti (ma se fosse solo per questo, Alessandra Mussolini batte Storace 713 mila a 276 mila). E colpo basso è definibile anche quello di Cognetti, il quale si dichiara vittima delle «quote rosa».
Dipenderà dalla solita carestia ferragostana di notizie, ma tanta acredine è inspiegabile. Il ricorso allo spoils system della Turco ha riguardato una ventina di colleghi di Cognetti, eppure soltanto per lui si lucidano i revolver. Gente fino a ieri in difficoltà nella lettura del foglietto illustrativo del Maalox, si produce nella comparazione dei due curriculum, entrambi spaventosi, almeno per il profano. E, in difesa dello scienziato uscente, si coalizzano (involontariamente) uomini che in comune hanno il bianco degli occhi: Scalfari e Storace, Daniele Capezzone e Francesco Totti, Marco Rizzo e Agazio Loiero, Antonio Di Pietro e Carlo Verdone, Walter Veltroni e Fabrizio Cicchitto. Perché?
Il terreno è delicatissimo. La direzione scientifica del Regina Elena si occupa di tumori, cura e ricerca. Cognetti, nato a Catanzaro cinquantacinque anni fa, dal 2001 a 2003 è stato presidente dell'Associazione italiana di oncologia medica. E in questi giorni ha beneficiato della soliderietà blanda di Umberto Veronesi. Ecco, quando si parla di lotta al cancro in Italia, Veronesi vuol dire settore privato, Cognetti vuol dire settore pubblico. Almeno ad ascoltare quello che si dice a Roma. E a Roma chi ha bisogno, e può, si rivolge a Cognetti. Lui, oltre alla fama, ha dunque buone relazioni, e non significa necessariamente appoggio politico, malgrado Silvio Berlusconi gli abbia rinnovato l'incarico il 7 aprile, due giorni prima delle elezioni vinte da Romano Prodi.
In tv lo si è visto spesso, nelle trasmissioni di settore, ma anche in altre più generaliste, come a «Moby Dick» di Michele Santoro o a «Domenica In». Gli piace essere divulgativo. A «Domenica sprint» elogia il ciclista Lance Armostrong che ha vinto il morbo e poi sette volte il Tour de France. Ai convegni indica l'esempio dell'attore Robert De Niro, che parla liberamente della sua neoplasia. Ha raccolto fondi preziosi grazie alla collaborazione di Renzo Arbore. Conosce il valore dei testimonial, e nel comitato d'onore del Regina Elena ci sono, appunto, Totti, Verdone e Veltroni, ma anche Carlo Caracciolo, presidente onorario del «gruppo editoriale l'Espresso», il regista Giuseppe Tornatore e Luigi Abete, presidente della «Banca nazionale del lavoro».
Molti lo amano e qualcuno lo detesta. Questi ultimi dicono in giro che la sua carriera decollò ai tempi di Francesco De Lorenzo ministro della Sanità. Ma non è vero. «Mi ha aiutato con la mia associazione, la Aimac», dice De Lorenzo da Capri. E De Lorenzo fondò la Aimac (che promuove l'informazione per i malati) dopo le disavventure giudiziarie e la malattia. Invece è più acclarata la familiarità del professore con Storace, del quale, per esempio, ha partecipato alla cena elettorale in cui venne annunciata, sotto forma di colpo di scena, la candidatura al Consiglio regionale di Carlo Pederzoli, nome al secolo di Bud Spencer.
L'ingresso nel mondo della notorietà non strettamente accademica risale invece alla fine degli Anni Novanta, quando fu membro e responsabile per il Lazio della commissione che doveva monitorare l'efficacia della terapia proposta da Luigi Di Bella. Fra i due finì a querele, e le vinse Cognetti. Poi studiò gli effetti degli Ogm sull'agricoltura e dell'elettrosmog sulla salute, e definì nulli gli uni e gli altri sollevando qualche polemica. Ormai celebre anche per i meriti clinici e, purtroppo, per i molti pazienti, nel 2001 venne innalzato alla carica di cui ora viene privato dalla Turco, e a vantaggio di una scienziata da lui richiamata dall'America nella strategia di controfuga dei cervelli. Gli restano i sostenitori. Il governatore della Calabria Loiero lo ha già inserito nella Commissione oncologica regionale. Il «Messaggero» e il «Tempo», all'opposto su tutto, ne sottolineano i meriti. Alcuni siti ributtano fuori le sue foto alle feste di blasonati alla «Casina Valadier».
Dagospia 09 Agosto 2006