DA POMPEI, LAVA SU TRONCHETTI: "LA SEPARAZIONE FRA IL FISSO E I CELLULARI È UN MODELLO DEL PASSATO" - "IL PROBLEMA DELLE TLC IN ITALIA È NELLA MANCANZA DI UN VERO MERCATO E IN UNA CAPACITÀ IMPRENDITORIALE NON SEMPRE ALL'ALTEZZA DELLA SITUAZIONE".
Marco Zatterin per "La Stampa"
«Tutto dimostra che la separazione fra telefonia fissa e mobile fa parte del passato. E che quello delle telecomunicazioni è un business sotto pressione in cui vince chi integra i mestieri e li sviluppa sul numero più alto possibile di piattaforme». Ecco il pensiero di Tommaso Pompei, inventore di Wind passato a Tiscali, di cui oggi è amministratore delegato, quando l'operatore telefonico arancione è transitato dall'Enel al magnate egiziano Sawiris.
L'ennesima metamorfosi in casa Telecom riaccende il dibattito su ruoli e modelli per le Tlc «made in Italy» e no. Con scenari che, a sentire il manager romano che cita il Financial Times di ieri, costringeranno le compagnie «ad altre contorsioni per andare oltre il declino dei vecchi schemi di business e trovare una strategia di crescita praticabile». Non un compito facile, ma purtroppo inevitabile.
Dottor Pompei, siete un settore in cerca di ispirazione. Che succede?
«I margini di redditività e la capacità di generare cassa sono ancora significativi, tuttavia tre fattori condizionano le prospettive di crescita. Il primo è la forte spinta competitiva dovuta all'aumentare degli attori presenti sul mercato. Il secondo motivo è la pressione tecnologica che costringe a forti investimenti con ritorni che - vedi l'Umts - corrono il rischio di essere sopravvalutati. L'ultimo è l'azione di chi fissa le regole del gioco, figura che ragiona in termini di vantaggi per i consumatori e pertanto tende a trasferire i margini di profitto dei gestori in una riduzione dei prezzi. L'effetto combinato di questi elementi fa sì che i tempi siano più difficili rispetto al passato. Non tanto per quanto accade in questo momento, ma per le prospettive di redditività di un futuro non lontano».
Telecom abbandona la One company, scorpora Tim e diventa media company. Funziona?
«Per valutare un'operazione come questa bisogna ragionare su due aspetti. Uno è di ordine finanziario, ma su questo non voglio fare commenti: sono cose che rientrano nella sfera decisionale di manager e azionisti. L'altro è di natura industriale, e conduce alla constatazione che il superamento del modello del fisso separato dal mobile è nei fatti, semplicemente perché non è più possibile definire le tecnologie d'accesso - vedi il wifi o il wimax - come fisse o mobili. Sono l'una e l'altra cosa».
Allora?
«Allora si afferma il modello in cui il business tradizionale delle Tlc viene rivisitato abbandonando la dicotomia fisso-mobile e concentrandosi sul paradigma accesso-servizi-contenuti. È la formula che tutti i big hanno adottato, come Deutsche, France e Telefonica».
Lo ha capito anche British Telecom che ora cerca di tornare sui suoi passi coi cellulari...
«È vero. In quel caso, però, la vendita del settore mobile era stata innescata da difficoltà di ordine finanziario».
Telecom sta facendo il contrario. Quali sono i vantaggi della convergenza dei mestieri in un'unica direzione?
«Non voglio fare il sofista, ma non parlerei di convergenza, bensì di integrazione verticale fra chi fa i media e chi ne gestisce l'accesso. I multipli applicati ad una media company sono superiori a quelli di una compagnia di Tlc classica, e questo può giustificare il cambiamento del modello. La formula, però, funziona solo per un operatore di tipo tradizionale, capace di distribuire i contenuti su tante piattaforme diverse».
In breve è meglio avere tutto insieme?
«È meglio avere quante più piattaforme possibili. A proposito: ha notato che lo scorporo Tim avviene nel giorno in cui Vodafone muove nel fisso in Inghilterra...».
In assenza di ragioni finanziarie, ce ne sono di industriali perché gruppi come British T. o Telecom abbiano separato fisso e mobile?
«Per quello che posso valutare non ne vedo».
Lo scorporo della rete apre la porta ad una condivisione che gli altri gestori chiedono da anni. Come la valuta?
«Da un lato fa emergere il valore delle infrastrutture nella sua interezza. Dall'altro, qualora si siano predisposte le regole, consente di dare un accesso equivalente a quella che, per tutti gli operatori, è una infrastruttura primaria. Così si può creare un campo da gioco uguale per tutti».
Tim potrebbe anche finire in mani straniere così l'Italia rimarrebbe senza un gestore italiano contro i quattro che aveva dieci anni fa. Cos'è accaduto?
«Come sistema Paese non siamo stati capaci di proteggere e sviluppare i settori in cui abbiamo delle capacità riconosciute. Siamo molto avanzati dal punto di vista della diffusione della telefonia e arretrati per quanto riguarda le infrastrutture. Si è avuta la combinazione di una scarsa capacità degli azionisti che hanno avuto in mano le società di gestione con una limitata lungimiranza di indirizzare gli investimenti per lo sviluppo. È amaro dirlo, ma è così».
Ha notato che ogni cambio di governo tende a coincidere con un rivolgimento in casa Telecom? Un caso?
«Credo proprio di sì. I fattori scatenanti sono altri. Il problema delle Tlc in Italia è nella mancanza di un vero mercato e in una capacità imprenditoriale non sempre all'altezza della situazione».
Un giudizio pesante per il sistema. Come se ne esce?
«Non so, è difficile. Come manager non posso che sperare in un cambiamento e lavorare perché si realizzi. In realtà non vedo segnali sulla possibilità di una inversione di tendenza nel breve periodo».
Dagospia 12 Settembre 2006
«Tutto dimostra che la separazione fra telefonia fissa e mobile fa parte del passato. E che quello delle telecomunicazioni è un business sotto pressione in cui vince chi integra i mestieri e li sviluppa sul numero più alto possibile di piattaforme». Ecco il pensiero di Tommaso Pompei, inventore di Wind passato a Tiscali, di cui oggi è amministratore delegato, quando l'operatore telefonico arancione è transitato dall'Enel al magnate egiziano Sawiris.
L'ennesima metamorfosi in casa Telecom riaccende il dibattito su ruoli e modelli per le Tlc «made in Italy» e no. Con scenari che, a sentire il manager romano che cita il Financial Times di ieri, costringeranno le compagnie «ad altre contorsioni per andare oltre il declino dei vecchi schemi di business e trovare una strategia di crescita praticabile». Non un compito facile, ma purtroppo inevitabile.
Dottor Pompei, siete un settore in cerca di ispirazione. Che succede?
«I margini di redditività e la capacità di generare cassa sono ancora significativi, tuttavia tre fattori condizionano le prospettive di crescita. Il primo è la forte spinta competitiva dovuta all'aumentare degli attori presenti sul mercato. Il secondo motivo è la pressione tecnologica che costringe a forti investimenti con ritorni che - vedi l'Umts - corrono il rischio di essere sopravvalutati. L'ultimo è l'azione di chi fissa le regole del gioco, figura che ragiona in termini di vantaggi per i consumatori e pertanto tende a trasferire i margini di profitto dei gestori in una riduzione dei prezzi. L'effetto combinato di questi elementi fa sì che i tempi siano più difficili rispetto al passato. Non tanto per quanto accade in questo momento, ma per le prospettive di redditività di un futuro non lontano».
Telecom abbandona la One company, scorpora Tim e diventa media company. Funziona?
«Per valutare un'operazione come questa bisogna ragionare su due aspetti. Uno è di ordine finanziario, ma su questo non voglio fare commenti: sono cose che rientrano nella sfera decisionale di manager e azionisti. L'altro è di natura industriale, e conduce alla constatazione che il superamento del modello del fisso separato dal mobile è nei fatti, semplicemente perché non è più possibile definire le tecnologie d'accesso - vedi il wifi o il wimax - come fisse o mobili. Sono l'una e l'altra cosa».
Allora?
«Allora si afferma il modello in cui il business tradizionale delle Tlc viene rivisitato abbandonando la dicotomia fisso-mobile e concentrandosi sul paradigma accesso-servizi-contenuti. È la formula che tutti i big hanno adottato, come Deutsche, France e Telefonica».
Lo ha capito anche British Telecom che ora cerca di tornare sui suoi passi coi cellulari...
«È vero. In quel caso, però, la vendita del settore mobile era stata innescata da difficoltà di ordine finanziario».
Telecom sta facendo il contrario. Quali sono i vantaggi della convergenza dei mestieri in un'unica direzione?
«Non voglio fare il sofista, ma non parlerei di convergenza, bensì di integrazione verticale fra chi fa i media e chi ne gestisce l'accesso. I multipli applicati ad una media company sono superiori a quelli di una compagnia di Tlc classica, e questo può giustificare il cambiamento del modello. La formula, però, funziona solo per un operatore di tipo tradizionale, capace di distribuire i contenuti su tante piattaforme diverse».
In breve è meglio avere tutto insieme?
«È meglio avere quante più piattaforme possibili. A proposito: ha notato che lo scorporo Tim avviene nel giorno in cui Vodafone muove nel fisso in Inghilterra...».
In assenza di ragioni finanziarie, ce ne sono di industriali perché gruppi come British T. o Telecom abbiano separato fisso e mobile?
«Per quello che posso valutare non ne vedo».
Lo scorporo della rete apre la porta ad una condivisione che gli altri gestori chiedono da anni. Come la valuta?
«Da un lato fa emergere il valore delle infrastrutture nella sua interezza. Dall'altro, qualora si siano predisposte le regole, consente di dare un accesso equivalente a quella che, per tutti gli operatori, è una infrastruttura primaria. Così si può creare un campo da gioco uguale per tutti».
Tim potrebbe anche finire in mani straniere così l'Italia rimarrebbe senza un gestore italiano contro i quattro che aveva dieci anni fa. Cos'è accaduto?
«Come sistema Paese non siamo stati capaci di proteggere e sviluppare i settori in cui abbiamo delle capacità riconosciute. Siamo molto avanzati dal punto di vista della diffusione della telefonia e arretrati per quanto riguarda le infrastrutture. Si è avuta la combinazione di una scarsa capacità degli azionisti che hanno avuto in mano le società di gestione con una limitata lungimiranza di indirizzare gli investimenti per lo sviluppo. È amaro dirlo, ma è così».
Ha notato che ogni cambio di governo tende a coincidere con un rivolgimento in casa Telecom? Un caso?
«Credo proprio di sì. I fattori scatenanti sono altri. Il problema delle Tlc in Italia è nella mancanza di un vero mercato e in una capacità imprenditoriale non sempre all'altezza della situazione».
Un giudizio pesante per il sistema. Come se ne esce?
«Non so, è difficile. Come manager non posso che sperare in un cambiamento e lavorare perché si realizzi. In realtà non vedo segnali sulla possibilità di una inversione di tendenza nel breve periodo».
Dagospia 12 Settembre 2006