LILLI IN VIAGGIO TRA CHADOR E CHAMPAGNE - DALL'IRAN AL CAVIALE ALLA RICERCA DEL "GIN TONIC DA ASSAPORARE", A SAN FRANCISCO DOVE SI TROVA "L'AVANGUARDIA CHE LOTTA" - URLO' A TEHERAN A UN GUARDIANO DELLA RIVOLUZIONE: "NON TOCCARMI, STRONZO!".

Annalena Benini per "Il Foglio"

Lilli Gruber ha "la passione di capire" (lo dice lei stessa, fiera). Ma ha anche grandi intuizioni, capacità di costruire scenari: la sera in cui vinse il ballottaggio alle elezioni il fondamentalista Mahmoud Ahmadinejad, impegnato da quel momento in poi a sperare di cancellare Israele dalle carte geografiche, a "estirpare il problema dal medio oriente", a negare l'Olocausto eccetera, lei si trovava a Teheran per scrivere il quarto libro - in quattro anni, tutti editi da Rizzoli - "Chador, viaggio nel cuore diviso dell'Iran" (quello in cui è in copertina velata di bianco con i capelli che già sfumano verso un biondo più tenue e pensoso, perché il primo piano in cui è invece velata di nero e guarda la Mecca con ciuffi rosso spaccacuori è "L'altro Islam", dell'anno prima).

Era a una festa di iraniani chic, dove, finalmente, aveva potuto bere "quel gin tonic che da giorni sognavo di assaporare", e di gin tonic in gin tonic la riflessione, anzi la previsione di Lilli dopo la vittoria Ahmadinejad fu questa: "Ci sarà per caso un che di Saint-Just in quest'uomo? La ghigliottina sta già aspettando gli opportunisti e gli sfruttatori?". Azzeccatissima. Forse le ghigliottine le piacciono molto perché le ricordano la rivoluzione francese, piena di brioches e di eleganti Robespierre. Lei, in effetti, la sera del trionfo di Ahmadinejad era elegantissima, e anche il suo autista: "Taraneh, davvero chic nel suo completo verde acqua, è come sempre al volante. Io, invece, per il party di stasera decido di mettere un paio di pantaloni e una giacca alla coreana di seta blu di Armani, che previdente avevo infilato in valigia". Nemmeno il marito Jacques sfigurava: "Per fortuna aveva già stirato una camicia bianca, da abbinare a un paio di pantaloni scuri non troppo stropicciati. Ma ora la nostra prima preoccupazione non è tanto il guardaroba", ovvio, saranno stati tesi per il risultato delle elezioni. No. ".l'ansia di arrivare in ritardo alla festa".

La notte fu lunga, la Gruber venne corteggiata da un ricco mercante di tappeti che ballava molto bene, nel tempo libero andava a caccia nelle riserve di famiglia, e ballando la guardava dritto negli occhi: per essere sinceri quella sera "a tavola nessuno è davvero preoccupato della vittoria di Ahmadinejad. Lo champagne è al fresco, il caviale delizioso, l'argenteria lussuosa. la notte è dolce". I viaggi di Lilli sono sempre così, "passione di capire" e champagne ghiacciato. E' andata dappertutto, ha rischiato la vita, a volte è stata perfino costretta ad andare in onda da Baghdad con una pinza nei capelli, ha fatto sessanta vasche al giorno nella piscina dell'hotel anche sotto le bombe, ha vinto premi, superpremi, viaggi premio, ha chiamato resistenti i terroristi islamici, ha parlato di occupazione americana durante il Tg1, ha urlato a Teheran a un guardiano della rivoluzione: "Non toccarmi, stronzo!", ha comprato tappeti ovunque andasse, sempre "col cuore", ha lamentato la poca libertà d'informazione in Rai nel vecchio e brutto tempo berlusconiano, è stata eletta infine, a conclusione di un percorso perfetto, eurodeputato nelle liste dell'Ulivo, con un sacco di voti e di applausi.

A Bruxelles adesso si sta impegnando molto, ad esempio ha organizzato in questi giorni, per significare l'importanza dell'"immigrazione come risorsa", un concerto di Claudio Baglioni. Ma il bel successo politico non ha tolto a Lilli Gruber la "passione di capire", così l'estate scorsa è partita di nuovo, con in borsa il marito Jacques e qualche altro previdente tailleur Armani, alla riscoperta dell'America buona (quella che odia Bush, per intenderci, quella che pensa all'undici settembre come alla punizione per l'arroganza e l'obesità, quella che disprezza il presidente "per la sua idiozia e mancanza di buon gusto", come ha detto a Lilli Gruber Gore Vidal, tornato nella villa di Hollywood per condurre la sua crociata anti Bush insieme a George Clooney, quella che si preoccupa per la deriva antidemocratica e quindi scrive sceneggiature).

Un mese in giro per i caffè di Tribeca e San Francisco, dove si può trovare, dice Lilli, "l'avanguardia che lotta", un viaggio attraverso case affacciate su Central Park di giornaliste che si vergognano di essere americane e organizzano cene multietniche, incontri con registi, scrittori, attrici, futurologhe che leggono lo schermo di cristalli liquidi, donne consapevoli e progressiste che vanno in giro con peni finti nei pantaloni, preti gay, chirurghi plastici (anche nel viaggio in Iran non si era lasciata sfuggire l'intervista al chirurgo plastico miliardario, fondamentale per capire i musulmani e la guerra).



E' stato un viaggio bellissimo, ha detto Lilli Gruber qualche sera fa su La Sette (in una trasmissione condotta da Antonello Piroso sull'undici settembre), un viaggio che le ha fatto ritrovare l'America "che ho amato da ragazza e che ancora amo". E che le ha fatto comprendere l'urgenza di allearci tutti, ma proprio tutti, credendoci tantissimo, minacciando anche l'uso della forza, per sconfiggere finalmente l'Asse del Male. Qual è questo Asse del Male? Il terrorismo, il fondamentalismo islamico, l'odio assoluto per l'Occidente? No, l'America. Non gli americani buoni, ovvio, non Susan Sarandon e neanche i proprietari dei negozi equi e solidali del Greenwich Village, solo l'America ignorante, periferica, violenta, magari persino cristiano-evangelica di George W. Bush.

Perché portare il chador e non uscire di casa se sei femmina ha un suo senso vezzoso, fa parte di una tradizione affascinante e misteriosa che produce bei tappeti ricamati, mentre andare a messa la domenica nella chiesa di Times Square è pericoloso, fanatico e soprattutto volgare (Cristianesimo fondamentalista, lo chiama Lilli Gruber arricciando il naso, oppure anche "sette protestanti vicine alle posizioni di destra"). Comunque, Lilli Gruber è andata in America alla ricerca dell'Asse del Bene, con cui "noi europei dobbiamo aprire un dialogo". Jane Fonda è stata una delusione, perché è una born again christian, infatti l'ha trovata "troppo magra" (Susan Sarandon invece fantastica e combattiva, con "gli occhi nocciola intensi e acuti", John Irving, lo scrittore "dal corpo asciutto e nervoso", le ha spiegato che Bush ha vinto di nuovo le elezioni perché la scuola pubblica fa schifo e quindi la gente è ignorante.

E nelle sue ricerche, mentre fermava bella gente per strada che le diceva sempre "non siamo migliori di Saddam Hussein, ormai i terroristi siamo noi, la nostra arroganza è disgustosa", ha preso un gran numero di aperitivi in posti democratici, ha fatto jogging a Central Park, si è fatta sistemare i capelli per la foto di copertina all'ombra del ponte di Brooklyn, ha attraversato la baia di San Francisco in mountain bike sul Golden Gate Bridge, è stata a parecchie cene in ristoranti eleganti e in case con gallerie d'arte ricavate nelle piscine coperte, poi arrivata a Chicago si è ricordata di quel vecchio paio di stivali da cowboy che si era comprata un decennio prima, si è molto divertita a Las Vegas, ha incontrato il medico più all'avanguardia nei lifting leggeri e invisibili, e alla fine di tutto ha festeggiato: "Jacques e io brindiamo alla conclusione della nostra avventura con una bottiglia di champagne nelle sale di un bel locale nel quartiere di Georgetown. un luogo piacevole, con un pianoforte che suona in sottofondo, donne eleganti che bevono tè e giovani astri nascenti della letteratura che festeggiano i loro successi". L'obiettivo perfetto per un kamikaze incazzato, anche se Lilli ha frequentato soprattutto i luoghi chic dell'avanguardia che lotta e i quartieri omosessuali.

Una bella fatica, per dimostrare che ormai l'America "ha perso autorità morale", che serve un riscatto (e anche diete mirate per l'umanità sovrappeso, effetto evidente dello sfascio causato da Bush figlio) e persino che la decisione di costruire sul nulla lasciato dal World Trade Center una torre ancora più alta, la Freedom Tower, è uno sbaglio enorme, segno di mancanza di umiltà e semplicità. L'ha detto a Lilli Renzo Piano, che fa parte dell'Asse del Bene insieme alla giornalista col pene di plastica nei pantaloni, e al quale purtroppo non è stato chiesto di progettare nulla: "Ha vinto un misto di affarismo e retorica", lo stesso che muove l'Asse del Male americano, e che ha, cinque anni fa, causato l'undici settembre. Infatti l'altra sera, in tivù, ormai bionda e rassicurante, seduta di traverso e con labbra sempre più belle, spiegava che la cosa più urgente, dopo cinque anni in cui è successo di tutto, non è difendersi, ma "interrogarsi sulle radici dell'odio" e ovviamente cacciare Bush, per ritrovare la bella America di Jack Kerouac, "l'America che ci manca", quella di Fernanda Pivano.

Lilli Gruber, esperta di politica estera, che di sé dice "l'istinto e l'esperienza devono spesso sostituire la visuale a trecentosessanta gradi degli avvenimenti", in "Chador" sperava in Ahmadinejad, e ne "I miei giorni a Baghdad" riteneva improbabile che in Iraq si potesse mai andare a votare, e che Saddam Hussein venisse catturato. Adesso continua la sua missione, tra Parigi, Piazza Navona e Bruxelles, spiegare come va il mondo, senza perdere i saldi in Madison Avenue. Ha scritto, nel secondo libro, "L'altro Islam": "Sono tornata in queste irrequiete terre del medio oriente quando stavo ripensando le mie scelte professionali al Tg1. Ho cominciato il libro come giornalista e l'ho finito come deputata europea. Non mi sembra di aver cambiato mestiere. Continuerò a mettere al servizio del pubblico la mia passione di sempre: la passione di capire". Con una coppa di champagne, però equo e solidale.



Dagospia 18 Settembre 2006