"'L'UNITA'" STRONCA BEPPE GRILLO: "SEI LIBERO DI RIMPIANGERE ORIANA FALLACI E I SUOI ARTICOLI SUL "CORRIERE DELLA SERA". MA È GIUSTO CHE QUESTA VOLTA TI PRENDI L'APPELLATIVO DI QUALUNQUISTA, E ANCHE UN PO' DI DESTRA" - I FIGHETTI DEL GIORNALISMO.
Roberto Cotroneo per l'Unità
Ogni volta che una persona nota, o celebre, muore, in questo paese non ci si limita a fa-re un bilancio di chi sia stato e di cosa abbia fatto. Ma spesso comincia una partita dop-pia: su quello che ha avuto e su quello che non gli è stato concesso. Ogni volta è tutto un recriminare qualcosa. Sto parlando di quanto è stato dopo la morte di Oriana Fallaci: una grande giornalista, e una scrittrice di libri che rimarranno negli anni. Una donna di grande coraggio che ha lottato con una grave e terribile malattia per anni.
Era davvero difficile condividere una sola virgola di quello che Oriana Fallaci ha scritto dopo l'11 settembre 2001, ma il giudizio su di lei non si può ridurre agli ultimi cinque an-ni della sua vita. Solo che passino le visceralità della Fallaci, ma non certo i conformismi dei certi suoi seguaci. E mi riferisco in particolar modo a una persona che dell'anticonformismo, della lucidità di pensiero, ha fatto una battaglia personale e quasi ossessiva: Beppe Grillo.
Poche ore dopo la morte della Fallaci, Beppe Grillo, nel suo blog, commemorava in questo modo la scrittrice e giornalista fiorentina: «Morta Oriana Fallaci quanti giornalisti liberi di nazionalità italiana rimangono in giro? La Fallaci ha scritto cose che non condi-videvo e altre su cui ero d'accordo. Ma si è presa sempre dei rischi. Diceva la sua veri-tà, ci metteva la sua faccia. Lascia, più che un vuoto, un baratro nel giornalismo italiano. Fare il giornalista non è facile, ci vuole il protettore. Giornalisti senza padroni non ce ne sono più, e quelli che resistono sono sempre più anziani. E anche ripetitivi, ma non dite-lo a Eugenio Scalfari. Bisogna andare nella biblioteca comunale e leggersi vecchi pezzi di Montanelli per tirarsi un po' su».
Beppe Grillo finisce mani e piedi dentro inesorabili luoghi comuni, e soprattutto mostra di avere, anche lui, uno scarso rispetto di questo mestiere, e del lavoro di molti che fan-no questo mestiere, con coraggio, in condizioni molto difficili, e magari pagati quel che basta, e che spesso non basta. Grillo scrive banalità, e forse non sa che il giornalismo di grandi inchieste, di reportage rischiosi, in questo paese non è stato rappresentato soltanto dalla Fallaci. Che certo tutti ricordiamo sotto la tenda di Gheddafi, o ferita a Cit-tà del Messico, o con l'elmetto a Saigon. Oriana Fallaci apparteneva a una generazione di giornalisti che hanno trovato lo spazio e hanno potuto fare tutto questo. Erano in mol-ti, e spesso erano molto bravi. E se Grillo anziché rileggersi il pur ottimo Montanelli an-dasse nell'archivio prima del "Corriere di Informazione" e poi del "Corriere della Sera" e cercasse sotto la voce "Corradi", Egisto Corradi, scoprirebbe che gli inviati di guerra che rischiavano la vita per informare sulle cose che accadevano nel mondo non risponde-vano soltanto al nome di Oriana Fallaci.
Se Grillo avesse la pazienza di andarsi a leggere vecchi e nuovi articoli di un signore che si chiama Bernardo Valli, forse capirebbe che non fu soltanto Oriana Fallaci a muo-versi per il mondo e a raccontarlo come sappiamo. Se Grillo avesse la costanza, tra un post e l'altro del suo blog, di entrare in una libreria e cercare le opere di Guido Piovene e Goffredo Parise, scoprirebbe che si tratta di straordinari giornalisti con una penna quasi inarrivabile. Se, per andare in anni più recenti, sfogliasse le annate dell'"Espresso" tra il 1989 e il 1994 vedrebbe che Federico Bugno, scomparso tre anni fa, ha raccontato piazza Tien an Men o la guerra in Bosnia come pochi altri. E a piazza Tien an Men ha rischiato di essere ucciso dalle botte delle guardie cinesi.
Ma i luoghi comuni di questo genere hanno sempre un doppio fine. Esaltare Oriana Fal-laci, mettendola su un Olimpo che fino al 2001 ha in gran parte meritato. E buttare alle ortiche il resto del giornalismo italiano. Pazienza che personaggi come Elisabetta Gar-dini, (sic), dicano che i giornalisti non hanno la schiena dritta. Ma che lo facciano i cam-pioni dei diritti, delle libertà, i geni dell'invettiva contro qualunque potere, è francamente troppo. Alla fine del suo post, infatti, Grillo, sentenzia: «I fighetti del giornalismo, "intel-lettualmente onesti", con la cravatta giusta e la rubrica. Leggi i loro articoli e alla fine ti rimane un senso di vuoto. Non hanno più bisogno di mentire per coprire i fatti. Li annul-lano con il nulla. E non fanno neppure fatica. I Riotta, i Severgnini, i Mentana. Oriana, ci mancherai».
A parte il fatto che Enrica Mentana di solito non scrive articoli. Non si capisce molto be-ne cosa c'entrino Riotta o Severgnini e soprattutto cosa significhino la parole "intellet-tualmente onesto" messe tra virgolette in forma ironica. In realtà è sempre la solita vec-chia storia. Ma quale "giornalismo fighetto". Oggi i giornali sono profondamente cambia-ti. Non c'è più spazio e non c'è più possibilità di fare gli inviati alla Fallaci in giornali do-ve il mondo lo racconti cliccando su internet o accendendo la Cnn. Dove la misura me-dia degli articoli si è ridotta a un terzo, altro che venti cartelle della Fallaci. Dove i repor-tage e gli inviati si devono abolire e togliere di mezzo perché costano troppo. E solo quei pochi grandi rimasti riescono ancora a raccontare qualcosa.
Il problema non è avere un'altra Fallaci che chiamava il direttore del "Corriere delle se-ra" in persona per leggergli gli articoli che scriveva (ed erano 20 cartelle alla volta, e due ore di telefono). Il problema è capire che questo mestiere caro Grillo, non è fatto soltan-to da eroi con l'elmetto. Da interviste memorabili dove alla fine non sai bene chi intervi-sta e chi è intervistato, è fatto da gente normale, che nei dieci anni di Berlusconi al pote-re spesso ha faticato non poco.
Pensa a quelli che hanno una notizia che interessa, e hanno trent'anni, e sono bravi, e hanno studiato tre lingue, e sono cresciuti con il mito del giornalismo capace di far di-mettere un presidente degli Stati Uniti. E stanno in un giornale con un contratto a termi-ne, con uno stage spesso neppure pagato, nel senso che si devono mantenere da soli. Con la promessa di una assunzione tra cinque anni, o chissà quando. Pensa a quelli che si vedono assegnare 30 righe, o forse 20, che non hanno possibilità di fare questo mestiere come si dovrebbe. Pensa a quando i settimanali pubblicavano i grandi repor-tage, e non si occupavano solo di rimmel, mascara, balocchi, telefonini e profumi.
Caro Grillo inneggi al giornalismo "senza sé e senza ma". Per fortuna il mondo è pieno di sé e di ma, e i filosofi da duemila anni non fanno altro che insegnare i sé e i ma, e si chiama dialettica, e si chiama logica, e si chiama ermeneutica. E quelli senza sé e sen-za ma, troppo spesso sono dei fascisti o degli stalinisti, perché è gente che non distin-gue. E questa è solo retorica. Ma quali senza sé e senza ma? Quale giornalismo in gi-nocchio e fighetto. Vai in una redazione di giornale e chiediti come lavora oggi un redat-tore, chiediti in che stato sono quelli stanno 18 ore ai siti internet, a quali stipendi, e a quali contratti, e chiediti perché la Fallaci per questa gente non è un modello, ma un marziano. E non solo la Fallaci. Ne avessimo di gente come Riotta nei giornali italiani, anche se porta la cravatta e non ha l'elmetto. Riotta è uno che in un paese normale fa-ceva il direttore a 35 anni. Senza aspettare di averne 52, e ancora dicono che è giova-ne.
Certo, adesso che lo hanno chiamato a dirigere il Tg1 tu pensi subito che è uno che ha ceduto ai compromessi della politica e del potere. Ma anche Enzo Biagi è stato direttore del Tg1, e non era certo un uomo che obbediva alla politica e al potere. Infatti su quella poltrona è durato poco. Da Riotta ci aspettiamo come minimo l'abolizione (per l'eternità) del famigerato "panino", con tutte le dichiarazioni dei politici messe in fila. E speriamo che lo faccia presto. Ma anziché fare battute sulle cravatte dei giornalisti fighetti (quelli con la sahariana vanno meglio?), chiediti quanti anni ha Franklin Foer il direttore del "New Republic", ovvero "la rivista di bordo dell'Air Force One". Te lo dico io: ne ha 41. Chiediti perché da noi è apprezzato solo un certo giornalismo spettacolare, e nei giorna-li fanno carriera solo quelli che scrivono di gossip.
Di giornalisti coraggiosi, bravi e senza elmetto ne abbiamo molti di più di quanto si cre-da, basta dargli la possibilità di farlo. Anche se a volte non hanno un nome e cognome di quelli che si ricordano per i secoli dei secoli. Sei libero di rimpiangere Oriana Fallaci e i suoi articoli sul "Corriere della Sera". Ma è giusto che questa volta ti prendi l'appellativo di qualunquista, e anche un po' di destra. Perché ci sta tutto.
Dagospia 21 Settembre 2006
Ogni volta che una persona nota, o celebre, muore, in questo paese non ci si limita a fa-re un bilancio di chi sia stato e di cosa abbia fatto. Ma spesso comincia una partita dop-pia: su quello che ha avuto e su quello che non gli è stato concesso. Ogni volta è tutto un recriminare qualcosa. Sto parlando di quanto è stato dopo la morte di Oriana Fallaci: una grande giornalista, e una scrittrice di libri che rimarranno negli anni. Una donna di grande coraggio che ha lottato con una grave e terribile malattia per anni.
Era davvero difficile condividere una sola virgola di quello che Oriana Fallaci ha scritto dopo l'11 settembre 2001, ma il giudizio su di lei non si può ridurre agli ultimi cinque an-ni della sua vita. Solo che passino le visceralità della Fallaci, ma non certo i conformismi dei certi suoi seguaci. E mi riferisco in particolar modo a una persona che dell'anticonformismo, della lucidità di pensiero, ha fatto una battaglia personale e quasi ossessiva: Beppe Grillo.
Poche ore dopo la morte della Fallaci, Beppe Grillo, nel suo blog, commemorava in questo modo la scrittrice e giornalista fiorentina: «Morta Oriana Fallaci quanti giornalisti liberi di nazionalità italiana rimangono in giro? La Fallaci ha scritto cose che non condi-videvo e altre su cui ero d'accordo. Ma si è presa sempre dei rischi. Diceva la sua veri-tà, ci metteva la sua faccia. Lascia, più che un vuoto, un baratro nel giornalismo italiano. Fare il giornalista non è facile, ci vuole il protettore. Giornalisti senza padroni non ce ne sono più, e quelli che resistono sono sempre più anziani. E anche ripetitivi, ma non dite-lo a Eugenio Scalfari. Bisogna andare nella biblioteca comunale e leggersi vecchi pezzi di Montanelli per tirarsi un po' su».
Beppe Grillo finisce mani e piedi dentro inesorabili luoghi comuni, e soprattutto mostra di avere, anche lui, uno scarso rispetto di questo mestiere, e del lavoro di molti che fan-no questo mestiere, con coraggio, in condizioni molto difficili, e magari pagati quel che basta, e che spesso non basta. Grillo scrive banalità, e forse non sa che il giornalismo di grandi inchieste, di reportage rischiosi, in questo paese non è stato rappresentato soltanto dalla Fallaci. Che certo tutti ricordiamo sotto la tenda di Gheddafi, o ferita a Cit-tà del Messico, o con l'elmetto a Saigon. Oriana Fallaci apparteneva a una generazione di giornalisti che hanno trovato lo spazio e hanno potuto fare tutto questo. Erano in mol-ti, e spesso erano molto bravi. E se Grillo anziché rileggersi il pur ottimo Montanelli an-dasse nell'archivio prima del "Corriere di Informazione" e poi del "Corriere della Sera" e cercasse sotto la voce "Corradi", Egisto Corradi, scoprirebbe che gli inviati di guerra che rischiavano la vita per informare sulle cose che accadevano nel mondo non risponde-vano soltanto al nome di Oriana Fallaci.
Se Grillo avesse la pazienza di andarsi a leggere vecchi e nuovi articoli di un signore che si chiama Bernardo Valli, forse capirebbe che non fu soltanto Oriana Fallaci a muo-versi per il mondo e a raccontarlo come sappiamo. Se Grillo avesse la costanza, tra un post e l'altro del suo blog, di entrare in una libreria e cercare le opere di Guido Piovene e Goffredo Parise, scoprirebbe che si tratta di straordinari giornalisti con una penna quasi inarrivabile. Se, per andare in anni più recenti, sfogliasse le annate dell'"Espresso" tra il 1989 e il 1994 vedrebbe che Federico Bugno, scomparso tre anni fa, ha raccontato piazza Tien an Men o la guerra in Bosnia come pochi altri. E a piazza Tien an Men ha rischiato di essere ucciso dalle botte delle guardie cinesi.
Ma i luoghi comuni di questo genere hanno sempre un doppio fine. Esaltare Oriana Fal-laci, mettendola su un Olimpo che fino al 2001 ha in gran parte meritato. E buttare alle ortiche il resto del giornalismo italiano. Pazienza che personaggi come Elisabetta Gar-dini, (sic), dicano che i giornalisti non hanno la schiena dritta. Ma che lo facciano i cam-pioni dei diritti, delle libertà, i geni dell'invettiva contro qualunque potere, è francamente troppo. Alla fine del suo post, infatti, Grillo, sentenzia: «I fighetti del giornalismo, "intel-lettualmente onesti", con la cravatta giusta e la rubrica. Leggi i loro articoli e alla fine ti rimane un senso di vuoto. Non hanno più bisogno di mentire per coprire i fatti. Li annul-lano con il nulla. E non fanno neppure fatica. I Riotta, i Severgnini, i Mentana. Oriana, ci mancherai».
A parte il fatto che Enrica Mentana di solito non scrive articoli. Non si capisce molto be-ne cosa c'entrino Riotta o Severgnini e soprattutto cosa significhino la parole "intellet-tualmente onesto" messe tra virgolette in forma ironica. In realtà è sempre la solita vec-chia storia. Ma quale "giornalismo fighetto". Oggi i giornali sono profondamente cambia-ti. Non c'è più spazio e non c'è più possibilità di fare gli inviati alla Fallaci in giornali do-ve il mondo lo racconti cliccando su internet o accendendo la Cnn. Dove la misura me-dia degli articoli si è ridotta a un terzo, altro che venti cartelle della Fallaci. Dove i repor-tage e gli inviati si devono abolire e togliere di mezzo perché costano troppo. E solo quei pochi grandi rimasti riescono ancora a raccontare qualcosa.
Il problema non è avere un'altra Fallaci che chiamava il direttore del "Corriere delle se-ra" in persona per leggergli gli articoli che scriveva (ed erano 20 cartelle alla volta, e due ore di telefono). Il problema è capire che questo mestiere caro Grillo, non è fatto soltan-to da eroi con l'elmetto. Da interviste memorabili dove alla fine non sai bene chi intervi-sta e chi è intervistato, è fatto da gente normale, che nei dieci anni di Berlusconi al pote-re spesso ha faticato non poco.
Pensa a quelli che hanno una notizia che interessa, e hanno trent'anni, e sono bravi, e hanno studiato tre lingue, e sono cresciuti con il mito del giornalismo capace di far di-mettere un presidente degli Stati Uniti. E stanno in un giornale con un contratto a termi-ne, con uno stage spesso neppure pagato, nel senso che si devono mantenere da soli. Con la promessa di una assunzione tra cinque anni, o chissà quando. Pensa a quelli che si vedono assegnare 30 righe, o forse 20, che non hanno possibilità di fare questo mestiere come si dovrebbe. Pensa a quando i settimanali pubblicavano i grandi repor-tage, e non si occupavano solo di rimmel, mascara, balocchi, telefonini e profumi.
Caro Grillo inneggi al giornalismo "senza sé e senza ma". Per fortuna il mondo è pieno di sé e di ma, e i filosofi da duemila anni non fanno altro che insegnare i sé e i ma, e si chiama dialettica, e si chiama logica, e si chiama ermeneutica. E quelli senza sé e sen-za ma, troppo spesso sono dei fascisti o degli stalinisti, perché è gente che non distin-gue. E questa è solo retorica. Ma quali senza sé e senza ma? Quale giornalismo in gi-nocchio e fighetto. Vai in una redazione di giornale e chiediti come lavora oggi un redat-tore, chiediti in che stato sono quelli stanno 18 ore ai siti internet, a quali stipendi, e a quali contratti, e chiediti perché la Fallaci per questa gente non è un modello, ma un marziano. E non solo la Fallaci. Ne avessimo di gente come Riotta nei giornali italiani, anche se porta la cravatta e non ha l'elmetto. Riotta è uno che in un paese normale fa-ceva il direttore a 35 anni. Senza aspettare di averne 52, e ancora dicono che è giova-ne.
Certo, adesso che lo hanno chiamato a dirigere il Tg1 tu pensi subito che è uno che ha ceduto ai compromessi della politica e del potere. Ma anche Enzo Biagi è stato direttore del Tg1, e non era certo un uomo che obbediva alla politica e al potere. Infatti su quella poltrona è durato poco. Da Riotta ci aspettiamo come minimo l'abolizione (per l'eternità) del famigerato "panino", con tutte le dichiarazioni dei politici messe in fila. E speriamo che lo faccia presto. Ma anziché fare battute sulle cravatte dei giornalisti fighetti (quelli con la sahariana vanno meglio?), chiediti quanti anni ha Franklin Foer il direttore del "New Republic", ovvero "la rivista di bordo dell'Air Force One". Te lo dico io: ne ha 41. Chiediti perché da noi è apprezzato solo un certo giornalismo spettacolare, e nei giorna-li fanno carriera solo quelli che scrivono di gossip.
Di giornalisti coraggiosi, bravi e senza elmetto ne abbiamo molti di più di quanto si cre-da, basta dargli la possibilità di farlo. Anche se a volte non hanno un nome e cognome di quelli che si ricordano per i secoli dei secoli. Sei libero di rimpiangere Oriana Fallaci e i suoi articoli sul "Corriere della Sera". Ma è giusto che questa volta ti prendi l'appellativo di qualunquista, e anche un po' di destra. Perché ci sta tutto.
Dagospia 21 Settembre 2006