BACHI, BUCHI E MUCCHE PAZZE - UN LIBRO METTE SOTTO ACCUSA L'AZIONARIATO DEL "CORRIERE". A SCRIVERLO UN SUO VICEDIRETTORE - MUCCHETTI SPUTA NEL PIATTO DOVE MANGIA? LA COERENZA DI CHI, PRIMA DI SPARARE, SEPARA I SUOI DESTINI DA QUELLI DELLA VITTIMA.

Paolo Madron per Panorama, in edicola domani


C'è il baco, quello informatico, che si insinua nei computer della Rcs Mediagroup nel tentativo di carpire qualche documento che scotta. Ma c'è anche il buco, quello sui conti della casa editrice aperto dalla premiata ditta Fratelli Fabbri fascicoli e dispense, venduta 15 anni fa dagli Agnelli di Torino (Ifi) agli Agnelli di Milano (Rizzoli), cioè gli stessi che nella schizofrenica confusione arrivano persino a farsi causa. Ancora, c'è un buco meno metaforico, l'esoterica botola scoperta sotto il pavimento della Gemina, quando la finanziaria tanto cara a Enrico Cuccia governava sulla società della R verde.

Insomma, c'è di tutto in questo Baco del Corriere (Feltrinelli, 14 euro), il libro di Massimo Mucchetti che ripercorre la centenaria storia del più importante quotidiano d'Italia, dai tempi gloriosi di Luigi Albertini a quelli più mesti di Stefano Ricucci e dei furbetti, quello che fu, in ordine di tempo, l'ultimo tentativo di mettere le mani sul giornale più ambito d'Italia.

Solo che mentre i furbetti del quartierino ordivano le loro guasconate, quelli dello spioncino hackeravano i computer di dirigenti e di un giornalista della Rcs, Mucchetti appunto, trasformato nei brogliacci delle intercettazioni con supremo sforzo di fantasia in «mucca pazza». Poco male. La bovina assonanza del cognome esclude almeno che Mucchetti sia un pollo, uno che si lascia abbindolare dal primo seducente richiamo che compare nella sua posta elettronica. Diffidenza salvifica, che lo ha messo sul chi vive di fronte a una email sospetta, che nascondeva uno di quei famigerati «troian» che infettano tutto e che, se aperta, avrebbe dato agio allo spione di trafugarne i documenti. Ha dato invece a Mucchetti lo spunto narrativo per scrivere il libro, interloquendo bonariamente con l'anonimo hacker su quello che avrebbe potuto trovare se il suo tentativo fosse andato a buon fine.

Bella chiave retorica per ripercorrere tutti questi anni turbolenti, dove le vicende del Corriere diventano metafora del capitalismo italiano, i cui anche minimi sommovimenti si riverberano tra i padroni del giornale. Mucchetti parte da una lettera di Luigi Einaudi ad Albertini, dove si richiama l'esigenza di tenere via Solferino lontana dagli appetiti della politica e dei potentati economici. E arriva all'oggi, per dire che il pericolo è lo stesso, ma accresciuto dal fatto che la compagine azionaria è più che mai affollata di soci che di mestiere fanno altro. E che dunque indulgono nell'umana tentazione di usare il Corriere come coperta buona a coprire i propri interessi.



Con alcuni di loro, Marco Tronchetti Provera, Cesare Geronzi, Mucchetti non è affatto tenero. Altri, come Diego Della Valle e Giovanni Bazoli, li tratta con più benevolenza (se non altro perché lo «scarparo» rischia di suo), non mancando però di evidenziare anche per loro l'anomalia di fondo, il fatto di non essere editori puri. La soluzione, ma anche il presidente della Banca Intesa vi aveva accennato in un recente intervento, è di separare la proprietà dalla gestione. Magari creando una sorta di Azionista speciale, fantomatico garante che dovrebbe surrogare ruoli e funzioni di quello che fu l'editore puro, il cui unico tornaconto viene solo ed esclusivamente dalla salute del giornale.

Mucchetti non è una penna della Mondadori o dell'Espresso, ma il vicedirettore ad personam del Corriere. Il fatto ha provocato reazioni contrastanti, tra il plauso e il mugugno. Plauso al coraggio di chi arriva a sputare nel piatto dove mangia, cosa politicamente scorretta in un paese dove per convenzione non si sputa neanche sui piatti degli altri, ancorché lerci. Mugugno, invece, in coloro che avrebbero preteso dall'autore la coerenza di chi, prima di sparare, separa i suoi destini da quelli della vittima.

Essendo la compagine che guida il «Corriere» variegata, il libro scatenerà la corsa al mandante, colui cioè che dall'interno avrebbe armato la mano di Mucchetti per regolare qualche conto. Ma con gli azionisti di via Solferino anche la dietrologia ha le sue belle gatte da pelare, perché la scena muta troppo rapidamente: chi era in auge solo pochi mesi fa è nella polvere, e viceversa. Per esempio, qualcuno dei componenti del quartetto di azionisti che ha determinato le dimissioni di Vittorio Colao ora non se la passa proprio benissimo. Mentre altri, specie dalle parti di Brescia, cui quella mossa era suonata come schiaffo, ora sono tornati prepotentemente in sella.

Il che dimostra, e su questo Il baco del Corriere ha buon gioco, che all'azienda servirebbe un padrone. Qualcuno obietterà che, dopo i Rizzoli, non ce n'è più stato uno. Nemmeno Giovanni Agnelli, che lo era solo in virtù del fatto che nei salotti buoni le azioni si pesano e non si contano, ma al quale Cuccia aveva frapposto il diaframma della Gemina, diventata in un tripudio di acronimi Hpi, quindi Hdp perché gli sembrava poco elegante che fossero i torinesi a dominare da soli la piazza. Ma lì era una questione di carisma, dei bei tempi antichi quando parlando del giornale bastava un aggrottar di ciglia dell'Avvocato per bruciare o intronare il suo direttore.


Dagospia 16 Novembre 2006