RAI STORY/ULTIMA PUNTATA - IN SETTE GIORNI VELTRONI CREO' TELEWALTER

Inchiesta di Giorgio Gandola per Il Giornale - ultima puntata




Walter il Circumnavigatore. In una settimana Veltroni riesce nell'impresa di attraversare tutto il palinsesto della Rai: Napoli capitale, Telecamere, Speciale Parlamento, Tempo reale, Mixer, Speciale Tg1, Linea tre. A Notte Cultura elenca i suoi libri da comodino («Il giovane Holden» e l'album delle figurine),a Storie racconta il suo cinema di formazione (da Ettore Scola ad Alvaro Vitali), a Bruno Pizzul la sua Juventus. È l'aprile del 1996, è la tournée interna che dà l'imprinting a quella che per sei anni sarà chiamata Telewalter. È l'inizio della Tv dell'Ulivo di cui si è celebrato senza rimpianto il funerale ieri con l'uscita di scena di Roberto Zaccaria.

«Se Mediaset è il Grande Fratello, Veltroni e Prodi riescono a dar vita in viale Mazzini a quel Frankenstein chiamato la Grande Sorella», scrive Massimo Gramellini nel libro «Compagni d'Italia». Così il carrozzone Rai, già devastato da 40 anni di lottizzazione, già appesantito dai debiti, già messo alla frusta dalla concorrenza berlusconiana, si ritrova occupato militarmente da una nuova tecnocrazia con i canini affilati: l'intellettuale radical chic. Il risultato non cambia; programmi scendiletto e miliardi del contribuente gettati dalla finestra.

Gli eccessi sono subito evidenti. A Carramba Raffaella Carrà incensa un giovane attore in tournée con il suo ovviamente splendido spettacolo, Francesco Siciliano. Vuoi vedere che è parente di Enzo, presidente della Rai? Indovinato, è solo il figlio. Nella fiction Un posto al sole (firmata da Giovanni Minoli) a ogni sbatter di ciglia gli interpreti si soffermano sulle bellezze di Napoli e sulle virtù del suo sindaco Antonio Bassolino.
Poi arriva Anima mia, il trionfo del Gianni Minà del Duemila Fabio Fazio e dei tic adolescenziali dei veltroniani al potere.

Con la vittoria dell'Ulivo accade quello che era già avvenuto nel 1975 con la clamorosa avanzata comunista a destabilizzare la torpida e monolitica Rai democristiana e bernabeiana. Ricorda Massimo Pini, allora consigliere d'amministrazione: «La tendenza generale era a sinistra. Ciò non significava far propri i temi classici del pensiero di sinistra, ma significava fare massa in quello schieramento. Così i liberali diventavano repubblicani, i repubblicani e i socialdemocratici tendevano a passare nelle file dei socialisti, ma molto spesso approdavano a quelle comuniste, grazie alla teoria che nella sinistra unita tanto vale stare nel Pci».

Analisi perfetta, basta aggiungere il prefisso «post» e siamo ai giorni nostri. I camaleonti provano a farsi largo, ma i duri e puri hanno cento metri di vantaggio. All'interno delle redazioni ci si ricorda che Veltroni aveva guidato l'Unità e che dall'Unità sono arrivati Rosanna Cancellieri, Antonello Caprarica, Guido Dell'Aquila.
Nell'altro foglio di sinistra, Paese Sera, hanno militato Lamberto Sposini (poi volerà a Mediaset), la bravissima inviata Neliana Tersigni e Anna Maria Pizzinotto. Più i fedelissimi Francesco Mannoni, Bianca Berlinguer, Flavio Fusi, Massimo Loche.

Alla Rai che pende a sinistra chi non è allineato non esiste. Chi non è allineato appare più scialbo, più insignificante, più brutto. Ne sa qualcosa Enrico Messina, demitiano della prima ora e per qualche tempo vicedirettore del Tg1. Durante il regno dei Professori aveva conquistato il cuore di un'avvenente collega dell'edizione serale, ma perduto il potere ha perso anche la mezzabusta.
A dominare la scena è Roberto Morrione, nato politicamente negli anni Settanta dentro la sezione staccata del Pci di viale Mazzini. È il coordinatore della campagna elettorale dell'Ulivo e il Rasputin di Telewalter.
«Non va mai contraddetto», sussurrano i colleghi. «Quando accade, il labbro superiore inizia a tremare, il baffo vibra e la rabbia dilaga». In azienda lo chiamano Pol Pot per il vezzo di chiedere conto delle posizioni assunte dai compagni nelle assemblee. Dopo aver appoggiato i glutei su tutte le poltrone, ottiene la gratitudine del Pds: nel 1998 diventa direttore di Rai International.

È un uomo colto, gran conoscitore del respiro profondo dell'azienda. Già dieci anni fa diceva: «Oggi non sono più possibili le crociate o i vuoti di notizie. La professionalità è più alta, la concorrenza e l'attenzione della stampa hanno fatto il resto. Ma in certi momenti, alla vigilia di elezioni e referendum o durante i congressi di partito, si avverte ancora il richiamo della foresta».

È un riflesso condizionato, in certe occasioni la tessera scotta nella tasca e bisogna dimostrare di averla meritata. L'ideologicamente puro Michele Santoro non fa altro che camminare nel solco della tradizione inaugurata nel 1994 da Enrico Deaglio, ex direttore di Lotta Continua, ex socialista martelliano d'acciaio. Durante un «Milano Italia» il conduttore, nervoso per la discesa in campo di Silvio Berlusconi, sbeffeggia in Tv Marcello Veneziani, filosofo della nuova destra e arriva quasi ad accusarlo di corresponsabilità nell'Olocausto.

Prigioniera di un pluralismo di facciata, la Rai vive gli ultimi anni all'inseguimento di un mondo che ha un altro passo, che non vive di tessere ma di competizione.
Così, quando il presidente bocconiano Claudio Demattè comincia a parlare di delottizzazione e di «tagliare i rami secchi», immediatamente viene soprannominato «Depazzè» e dato in pasto all'Usigrai di Giuseppe Giulietti. Alla fine della loro corsa, Demattè e il direttore generale Gianni Locatelli si sfogano con Giorgio Bocca: «Per licenziare qualcuno ci siamo dovuti inventare un'ingiustizia, mandare via quelli che erano in età da pensione anche se erano dei buoni professionisti. E tenerci i più giovani, talvolta scamorze».

I conti continuano a non tornare, Umberto Bossi comincia a parlare di privatizzazione (fu il primo) e a teorizzare il decentramento. Una sua frase sprezzante è considerata ancor oggi come l'aglio per i vampiri: «Spostiamo una rete a Milano e un'altra a Palermo. Se gli togli da sopra la casa, scopri i topi».
Però anche lui si adegua alle regole del tv di stato: Gabriele La Porta entra in Rai come leghista, poi si sposta a sinistra fino a Rifondazione.
Dicono i maligni: «Oltre non può, c'è il muro di cinta del cortile».
Cambiare la Rai è impossibile perché è la Rai a cambiare te. Questa è la morale disillusa alla vigilia di una nuova quadriglia politica. Il Polo sta per insediarsi, i vecchi e i nuovi camaleonti aspettano appiattiti alle pareti. Luisella Costamagna, giornalista modello Saint Tropez dei programmi di Santoro, giovedì ha giurato da Piero Chiambretti: «Mai avuto amanti di destra».
Lo ha detto con orgoglio. Chi vivrà, vedrà. Naturalmente in tv.



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    Dagospia.com 21 Febbraio 2002