ODO GELLI FAR FESTA/13 - LA P2, I SERVIZI SEGRETI E GLI USA - UNA BRANCA DELLA NATO? UN'EMANAZIONE DEI SERVIZI? PER COSSIGA GELLI NON ERA IL VERO CAPO: "MI MERAVIGLIA CHE L'ABBIA DETTO: MI CONOSCEVA E LUI STESSO HA DICHIARATO CHE GLI SONO STATO UTILE."

Tratto da "Licio Gelli - Parola di Venerabile", di Sandro Neri, Aliberti Editore


Restiamo nel 1974. In una lettera circolare inviata durante l'estate agli aderenti alla P2, scriveva: «Non è allarmisticamente che si prevede un'estate veramente calda, direi scottante per una notevole quantità di problemi estremamente impegnativi». A cosa alludeva?
C'era una voce, che girava piuttosto insistentemente, di un moto che avrebbe cambiato la nostra Costituzione. E c'era un malcontento che preoccupava anche i vertici delle istituzioni. Non è un caso che di lì a pochi mesi il presidente Leone mi avrebbe chiesto di redigere una relazione sul malcontento che agitava il Paese e che io gli avrei consegnato lo Schema R.

Lo stesso Salvini confessò: «Non vado in vacanza perché ho paura che succeda qualcosa».
Me lo ricordo benissimo.

Cosa intendeva?
Questo andrebbe chiesto a Salvini, se fosse ancora vivo. Della possibilità di un colpo di stato parlavano in molti. Io credo che la sua fosse una battuta. Lo confessò lui stesso, anni dopo, in un'intervista rilasciata al quotidiano «la Repubblica». Precisò, se ricordo bene, di aver detto quella frase a un amico che stava andando in vacanza in Grecia. Aveva scherzato dicendo: «Chissà se al tuo ritorno non troverai i colonnelli anche qui». Insomma, qualcosa del genere.

Vincenzo Vinciguerra, reo confesso della strage di Peteano, a proposito di quella stagione ha dichiarato: «Dal dopoguerra in avanti ha operato anche in Italia un'organizzazione Nato che nelle diverse contingenze storiche si è avvalsa di organizzazioni secondarie o da lei stessa create. A esempio la loggia P2.»
Avevamo al nostro interno elementi della Nato ma non c'era il timbro dell'organizzazione sulla loggia. D'altronde, eravamo in contatto anche con altri organismi internazionali. All'Ompam, l'organizzazione per l'assistenza massonica, aderirono la Fao e l'Unesco, e l'Onu ci chiese di tenerla informata di tutte le nostre attività. Ma nessuno ha mai pensato che l'Ompam avesse il marchio di queste organizzazioni.

Francesco Cossiga, in una dichiarazione rilasciata al quotidiano «Il Giorno» nel 1993, ha definito la P2 «la risposta in termini sbagliati e occulti ai timori dei circoli atlantici che l'alleanza Dc-Pci allontanasse l'Italia dalla Nato».
No, la P2 non era questo. Certo non eravamo comunisti e in un'epoca in cui il Pci era fortissimo la nostra presenza faceva comodo ad alcuni ambienti. Non eravamo, però, una struttura occulta. Perché dell'esistenza della P2 si parlava sui giornali, io stesso rilasciavo interviste e chiunque fosse stato interessato a contattarmi avrebbe potuto avere il mio numero di telefono o prendere un appuntamento all'Excelsior. La loggia era riservata, non occulta.

Ha detto anche: «La P2 è d'importazione americana; non c'è dubbio che Gelli non fosse il vero capo della loggia. Il capo era un referente che metteva nei posti chiave i generali filoamericani».
Mi meraviglia che Cossiga abbia detto questo: perché mi conosceva e perché lui stesso ha dichiarato che gli sono stato utile. Non a caso è stato lui che ha voluto conoscere me.

Cossiga non è il solo a pensarla così. Giuseppe De Lutiis, storico dei servizi segreti, scrive: «La P2 non è da considerare meccanicamente un'emanazione dei servizi segreti. In un certo senso rappresentava qualcosa di più complesso e importante. Gelli rispondeva certamente a referenti superiori, anche internazionali ». Quali?
Io conoscevo personalità di rilievo internazionale. Anche all'interno della Cia o degli ambienti conservatori americani. Philip Guarino, esponente di spicco dei repubblicani, era uno dei miei migliori amici. Veniva a prendermi all'aeroporto quando mi recavo negli Stati Uniti, mi ha convinto a fare dei depositi nella banca, la Columbia, di cui era stato tra i fondatori e grazie a lui ho conosciuto anche Richard Nixon in occasione della cerimonia di insediamento di un presidente americano. Con William Colby avevo sicuramente dei rapporti; Martin l'ho incontrato tre volte, sempre grazie a Guarino. Ma non prendevo ordini da nessuno. Al massimo, fornivo consigli.

Ho trovato un suo appunto, intestato «Generale Maletti». Nelle prime righe si legge: «Io avevo personali rapporti con la Cia. Con Stone dello Rockin - capo della stazione di Roma - e con Mikke Sedinuovi, un algerino». In realtà Randolph Stone, capo stazione Cia a Roma e il suo vice Mike Sednaoui.
Eravamo in contatto solamente per motivi di conoscenza; andavamo a mangiare al ristorante Il gladiatore, davanti a Palazzo Venezia. Parlavamo della situazione in generale, del potere dei sindacati e del Partito comunista.



De Lutiis dice anche di più circa il suo potere e la sua influenza sui servizi. E ricorda che nel 1974 il generale Miceli aveva incaricato il colonnello Marzollo di inviare un ufficiale a Pistoia per indagare sul suo passato. Lei, allora, si lamentò con Miceli che bloccò tutto, anche se un sottufficiale di Pistoia, non tempestivamente avvertito, continuò a confezionare il dossier finendo poi per consegnarlo a Labruna durante le indagini sul golpe Borghese.
Tutto nasceva dal rapporto stilato da un vecchio amico, mio coscritto, Maurizio Degli Innocenti, massone anche lui, sicuramente in contatto con i servizi segreti. Ecco, lui era un agente a cachet, come si diceva. È il dossier che finirà poi nelle mani dell'ex sindaco comunista di Pistoia, Giuseppe Corsini, che a sua volta lo avrebbe fatto avere ai vertici del Goi per accusarmi di essere stato un torturatore di partigiani.

Nel rapporto - appurò poi la commissione Anselmi - si diceva che lei fosse dei servizi e che l'avesse lei stesso lasciato intuire in alcune circostanze.
C'era chi pensava lo fossi, visto che ero in contatto con uomini dei servizi, anzi con i loro capi. Di alcuni di loro ero amico, ma non sono mai stato alle loro dipendenze. Ho sempre detto: «Diffidate di chi dice di essere dei servizi segreti. Quelli che lo sono veramente si guardano bene dal rivelarlo». Ho frequentato Viezzer, Labruna, Maletti, Santovito, Martini, ma non sono mai stato un loro agente. Diciamo che loro gradivano la mia compagnia; ci vedevamo per parlare di politica. Insieme a Miceli ho partecipato a pranzi anche con uomini della Cia. Ne ricordo in particolare uno, in un ristorante di via Veneto, con un capo dell'intelligence americana. Pregò me e Miceli di non fare menzione a nessuno di quell'incontro: la sua presenza a Roma, infatti, non era nota neppure all'ambasciata americana.

Per molti iscritti alla P2 la data di iniziazione precedeva o seguiva immediatamente quella del passaggio ai servizi segreti: molti si sono chiesti se l'iscrizione alla loggia fosse una contropartita per l'assunzione - da lei favorita - degli 007 o al contrario la prova che la P2 era una sede di copertura di un gruppo di potere interno ai servizi. Può darmi la sua versione?
Una sede di copertura per agenti segreti non lo era di certo. È più facile che qualcuno abbia accettato di entrare in segno di gratitudine per quanto era stato fatto per lui o perché scopriva che c'era anche un suo superiore.

Poi c'è la questione dei nomi di copertura. Miceli ha dichiarato che il suo fosse Filippo e che a questo nome corrispondesse anche un numero di telefono, interno al Sid.
Falso. Per almeno nove anni sono stato informato di tutti i movimenti che riguardavano i nostri apparati di sicurezza. E allora sì che i servizi erano davvero segreti. Questo perché ho avuto la fortuna di godere dell'amicizia e della fiducia dei dirigenti dell'intelligence italiana e americana. Sapevano che in caso di bisogno avrebbero potuto contare su di me.

Sempre Miceli descrisse Salvini come un informatore dei servizi. Il suo nome in codice era "dottor Firenze".
No, non era un informatore. O quantomeno a me non risulta. Per come l'ho conosciuto, escluderei che possa aver svolto un ruolo simile.

Però il ricorso ai nomi falsi è vero. Francesco Cossiga ha raccontato di averla conosciuta come "ingegner Luciani". Perché questa finzione?
Per pura precauzione. Non mi sembrava opportuno, essendo il capo di una loggia riservata, presentarmi col mio vero nome a persone o ambienti con cui non ero già in confidenza. Poteva essere una tutela anche per i miei interlocutori. Potevano esserci personaggi pubblici o politici che non avevano convenienza a farsi vedere in compagnia, magari nel proprio ufficio, di un massone. Oppure massoni di altre obbedienze che non volevano far sapere di avere contatti con un venerabile del Grande Oriente d'Italia. E poi c'erano gli uomini vicini alla Chiesa: situazioni che richiedevano prudenza. Cossiga, comunque, mi ha conosciuto col mio vero nome, ai tempi in cui era ministro dell'Interno.

Nel 1980 la sede della P2 era a casa di Giovanni Fanelli, lui sì uomo dei servizi. Sono noti l'indirizzo - via Luigi Bodio 20 - e il numero di telefono.
Giovanni Fanelli era un questore in servizio all'Ufficio affari riservati del Viminale. Ma era anche il mio segretario o meglio il segretario amministrativo della loggia P2. Il numero di telefono che aveva lasciato era quello della sua abitazione, ma a casa sua non c'era alcun ufficio, non c'era alcuna struttura. Fanelli era il segretario della loggia e come tale aveva lasciato un numero per risultare reperibile anche la sera. Magari portava a casa documenti e carte, per lavorare un po' anche dopo cena come fanno molti. Ma posso assicurare che le sedi della loggia erano altre. In via Cosenza 7, nel quartiere Nomentano, poi in via Condotti 9 e infine in via Giovan Battista Vico, al Flaminio. Quest'ultima sede - un appartamento di 400 metri quadri, arredato con mobili di lusso - a differenza delle altre l'avevamo acquistata. L'ho rivenduta all'indomani dello scandalo, dando la procura a mia moglie.

13 - Continua


Dagospia 05 Dicembre 2006