OGGI AUDIZIONE AD ALTA GRADAZIONE ALLA CAMERA TRA IL TASSATORE ANDREA COLASIO E I TARTASSATI RAI, MEDIASET, SKY - IN BALLO LA RIFORMA DEL SISTEMA DI FINANZIAMENTO AL CINEMA CHE PREVEDE UNA PIOGGIA DI TASSE SUI BROADCASTER CHE TRASMETTONO FILM.
Oggi dalle 15 audizione ad alta gradazione alla Camera tra tassatore e tartassati. Da una parte il rutelliano di ferro Andrea Colasio, segretario della Commissione cultura e firmatario di una proposta di legge sulla riforma del sistema di finanziamento al cinema che prevede una pioggia di tasse e imposte sui broadcaster che trasmettono film (tv, internet, iptv).
Dall'altra, i tartassati: Giancarlo Leone (Rai), Gina Nieri (Mediaset), Tullio Camiglieri (Sky), Piero Della Chiara (Telecom), Sergio Scalpelli (Fastweb), Alessandro Picardi (Wind) e H3G. Colasio è alle prese con una mission impossible: convincere i tartassati a pagare i film due volte, prima che siano stati girati (sotto forma di tasse) e poi per l'acquisto dei diritti dei film medesimi. Ma dall'uomo che all'inizio legislatura tentò di far passare una legge per introdurre lo studio dell'esperanto nelle scuole (http://www.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0009970), ci si aspetta anche l'impossbile.
2 - L'ITALIA SUL CINEMA VUOL ESSERE PIÙ FRANCESE DEI FRANCESI
Jacopo Tondelli per il "Riformista"
A cogliere per primo una tentazione di dirigismo cinematografico a vantaggio dei soliti noti era stato già in settembre Beppe Grillo. Sul tavolo non c'era ancora la recente proposta di Rifondazione comunista firmata per primo da Giovanni Russo Spena, ma una prima proposta ulivista di riassetto degli interventi pubblici a favore dell'industria cinematografica italiana, presentata il 28 aprile 2006 e assegnata alla commissione Finanze in agosto. Il disegno di legge a firma di Andrea Colasio, deputato padovano e responsabile cultura della Margherita, era stato criticato da Grillo che puntava il dito contro la proposta d'introdurre una tassa di scopo sugli internet provider che trasmettono contenuti audiovisivi, per «pagare lo stipendio di registi falliti».
I proventi del nuovo prelievo del 3,5%, replicava Colasio, servivano a generare un «circolo virtuoso» a favore dell'industria cinematografica, che ha ancora «bisogno d'aiuto». Nel contesto del circolo virtuoso, trova posto anche la nascita di una nuova agenzia «indipendente», quella «per il cinema e l'audiovisivo», prevista dall'ol-tremodo contorto articolo 5. A difesa del disegno di legge, Colasio portava l'autorevole modello ispiratore, che sta «in Francia, nazione di cui non si può dire certo che manchi di attenzione alla cultura e alle nuove tecnologie». I profumi della rive gauche, peraltro, sono decisamente più forti nell'ultima proposta-vespaio, quella firmata da 27 parlamentari di Rifondazione e assegnata alla commissione Istruzione. Colasio, infatti, dal modello parigino mutua solo il principio di raccolta a largo spettro delle risorse finanziarie, arrivando così ai provider, per destinare poi il raccolto alla nuova agenzia, che dovrebbe, da ultimo, pensare al finanziamento delle produzioni.
La proposta comunista, invece, getta il cuore oltre l'ostacolo: se protezionismo autarchico ha da essere, che sia, ma per davvero. E così, armare la norma che qualche ilarità ha suscitato nei giorni scorsi, che vorrebbe consentire di «distribuire una pellicola non comunitaria doppiata in italiano solo in abbinamento con una pellicola italiana o comunitaria di nuova produzione». Dato che il modello francese è rivendicato come ispiratore di entrambi i ddl, è forse utile fornire alcuni dati su cosa il "sistema francese" è davvero.
Un primo pilastro della produzione assistita transalpina è lo strumento della tassazione di scopo, distribuita in misura decrescente sui principali momenti di fruizione del prodotto cinematografico: sul prezzo del posto in sala, sul fatturato dei canali televisivi, sul prezzo dei dvd e sul video on demand. Un sistema costoso ma efficiente nel sostenere il cinema nazionale, non c'è dubbio, che non potrebbe comunque tenere senza la seconda gamba del sistema francese: una serie di vincoli al sistema televisivo quando si fa veicolo di contenuti cinematografici, a tutta tutela del "cinema al cinema" ma anche, di fatto, delle tv a pagamento.
La legge francese vieta infatti alle emittenti televisive di proiettare più di 192 film all'anno e più di 144 film in prima serata, sei film su dieci devono obbligatoriamente essere europei, mentre uno su quattro deve mostrare passaporto francese. La rigida griglia che di fatto ingabbia i palinsesti televisivi, pubblici o privati che siano, ha garantito negli anni il mantenimento di un buon livello di affluenza alle sale, ma ha anche abbattuto lo share della programmazione filmica "contingentata" in tivù, con ovvie ricadute negative sulla pubblicità. Tanto che, alla fine, molte emittenti stanno ben al di sotto del pur avaro tetto legale, preferendo sit-com americane agli epigoni della nouvelle vague, più redditizie in termini di raccolta pubblicitaria e però capaci di sfuggire alle rigorose maglie dell'autarchia legale. In Italia intanto, nel 2005, Rai Uno ha proiettato 363 film, Rai Due 183, Rai Tre 571, Rete 4 1094, Italia 1 655, Canale 5 431, La7 532.
Di mettere mano agli aspetti inerenti la programmazione cinematografica in tivù, lasciata intatta dal ddl Colasio, si occupa invece un'altra proposta degli stessi 27 volonterosi di Rifondazione, il ddl 1130, assegnato senza troppi clamori alla commissione già a dicembre, e gemello di quello che ha sollevato il recente polverone. Alla stretta prevista sulla distribuzione nelle sale, infatti, si affiancherebbe una morsa sulle proiezioni televisive comparabile a quella francese, introducendo obblighi di quote nazionali e continentali ancor più severe e prevedendo, all'articolo 2, che almeno il 70% della programmazione cinematografica televisiva sia riservato a opere europee, e almeno metà di queste - vale a dire il 35% complessivo - sia destinato a opere italiane.
E forse i dati sul cinema in tivù nella Francia protezionista sono sconfortanti, il ddl 1130 inverte il sistema francese: invece di un tetto massimo che il mercato finisce col rendere persino abbondante, prevede un tetto minimo - il 50% della durata complessiva delle trasmissione mensile, per ogni emittente, in ogni fascia oraria - riservato a opere europee di cui almeno metà, ancora una volta, devono recare un imprimatur tricolore.
Questo dibattito e le proposte di legge lasciano tuttavia una speranza: che si apra una discussione franca sullo stato dell'arte; che sbandierando il sistema francese se ne verifichi la funzionalità reale, e si rifletta sull'ennesima incoerenza che il concetto d'italianità, non del sistema ma del prodotto, ingenera in chi se ne serve, a seconda dei campi di applicazione; che si guardi, infine, con un po' di disincanto al percorso che dal 1965, anno in cui fu introdotta la legge Corona sui finanziamenti, ha portato agli odierni risultati, con il settore in infinita crisi e il cinema italiano alla provincia della produzione mondiale.
E si guardi a come, di anno in anno, si fa più ricca l'impressionante collezione di flop finanziati dallo Stato tra i quali non si rinviene, purtroppo, un nostrano Barry Lyndon, con cui Stanley Kubrik fu bocciato e sbeffeggiato in sala ma poi doverosamente risarcito dalla storia, dalla critica e dal pubblico di diverse generazioni. All'indomani dell'approvazione di quella legge, il 5 novembre del 1965 V Unità titolava «Approvata la legge contro il cinema», sparando a panettoni contro il timore di un'egemonia democristiana a spese pubbliche. Peccato che chi rifonda, talora, si dimentichi le parole di chi fondò.
Dagospia 31 Gennaio 2007
Dall'altra, i tartassati: Giancarlo Leone (Rai), Gina Nieri (Mediaset), Tullio Camiglieri (Sky), Piero Della Chiara (Telecom), Sergio Scalpelli (Fastweb), Alessandro Picardi (Wind) e H3G. Colasio è alle prese con una mission impossible: convincere i tartassati a pagare i film due volte, prima che siano stati girati (sotto forma di tasse) e poi per l'acquisto dei diritti dei film medesimi. Ma dall'uomo che all'inizio legislatura tentò di far passare una legge per introdurre lo studio dell'esperanto nelle scuole (http://www.camera.it/_dati/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=15PDL0009970), ci si aspetta anche l'impossbile.
2 - L'ITALIA SUL CINEMA VUOL ESSERE PIÙ FRANCESE DEI FRANCESI
Jacopo Tondelli per il "Riformista"
A cogliere per primo una tentazione di dirigismo cinematografico a vantaggio dei soliti noti era stato già in settembre Beppe Grillo. Sul tavolo non c'era ancora la recente proposta di Rifondazione comunista firmata per primo da Giovanni Russo Spena, ma una prima proposta ulivista di riassetto degli interventi pubblici a favore dell'industria cinematografica italiana, presentata il 28 aprile 2006 e assegnata alla commissione Finanze in agosto. Il disegno di legge a firma di Andrea Colasio, deputato padovano e responsabile cultura della Margherita, era stato criticato da Grillo che puntava il dito contro la proposta d'introdurre una tassa di scopo sugli internet provider che trasmettono contenuti audiovisivi, per «pagare lo stipendio di registi falliti».
I proventi del nuovo prelievo del 3,5%, replicava Colasio, servivano a generare un «circolo virtuoso» a favore dell'industria cinematografica, che ha ancora «bisogno d'aiuto». Nel contesto del circolo virtuoso, trova posto anche la nascita di una nuova agenzia «indipendente», quella «per il cinema e l'audiovisivo», prevista dall'ol-tremodo contorto articolo 5. A difesa del disegno di legge, Colasio portava l'autorevole modello ispiratore, che sta «in Francia, nazione di cui non si può dire certo che manchi di attenzione alla cultura e alle nuove tecnologie». I profumi della rive gauche, peraltro, sono decisamente più forti nell'ultima proposta-vespaio, quella firmata da 27 parlamentari di Rifondazione e assegnata alla commissione Istruzione. Colasio, infatti, dal modello parigino mutua solo il principio di raccolta a largo spettro delle risorse finanziarie, arrivando così ai provider, per destinare poi il raccolto alla nuova agenzia, che dovrebbe, da ultimo, pensare al finanziamento delle produzioni.
La proposta comunista, invece, getta il cuore oltre l'ostacolo: se protezionismo autarchico ha da essere, che sia, ma per davvero. E così, armare la norma che qualche ilarità ha suscitato nei giorni scorsi, che vorrebbe consentire di «distribuire una pellicola non comunitaria doppiata in italiano solo in abbinamento con una pellicola italiana o comunitaria di nuova produzione». Dato che il modello francese è rivendicato come ispiratore di entrambi i ddl, è forse utile fornire alcuni dati su cosa il "sistema francese" è davvero.
Un primo pilastro della produzione assistita transalpina è lo strumento della tassazione di scopo, distribuita in misura decrescente sui principali momenti di fruizione del prodotto cinematografico: sul prezzo del posto in sala, sul fatturato dei canali televisivi, sul prezzo dei dvd e sul video on demand. Un sistema costoso ma efficiente nel sostenere il cinema nazionale, non c'è dubbio, che non potrebbe comunque tenere senza la seconda gamba del sistema francese: una serie di vincoli al sistema televisivo quando si fa veicolo di contenuti cinematografici, a tutta tutela del "cinema al cinema" ma anche, di fatto, delle tv a pagamento.
La legge francese vieta infatti alle emittenti televisive di proiettare più di 192 film all'anno e più di 144 film in prima serata, sei film su dieci devono obbligatoriamente essere europei, mentre uno su quattro deve mostrare passaporto francese. La rigida griglia che di fatto ingabbia i palinsesti televisivi, pubblici o privati che siano, ha garantito negli anni il mantenimento di un buon livello di affluenza alle sale, ma ha anche abbattuto lo share della programmazione filmica "contingentata" in tivù, con ovvie ricadute negative sulla pubblicità. Tanto che, alla fine, molte emittenti stanno ben al di sotto del pur avaro tetto legale, preferendo sit-com americane agli epigoni della nouvelle vague, più redditizie in termini di raccolta pubblicitaria e però capaci di sfuggire alle rigorose maglie dell'autarchia legale. In Italia intanto, nel 2005, Rai Uno ha proiettato 363 film, Rai Due 183, Rai Tre 571, Rete 4 1094, Italia 1 655, Canale 5 431, La7 532.
Di mettere mano agli aspetti inerenti la programmazione cinematografica in tivù, lasciata intatta dal ddl Colasio, si occupa invece un'altra proposta degli stessi 27 volonterosi di Rifondazione, il ddl 1130, assegnato senza troppi clamori alla commissione già a dicembre, e gemello di quello che ha sollevato il recente polverone. Alla stretta prevista sulla distribuzione nelle sale, infatti, si affiancherebbe una morsa sulle proiezioni televisive comparabile a quella francese, introducendo obblighi di quote nazionali e continentali ancor più severe e prevedendo, all'articolo 2, che almeno il 70% della programmazione cinematografica televisiva sia riservato a opere europee, e almeno metà di queste - vale a dire il 35% complessivo - sia destinato a opere italiane.
E forse i dati sul cinema in tivù nella Francia protezionista sono sconfortanti, il ddl 1130 inverte il sistema francese: invece di un tetto massimo che il mercato finisce col rendere persino abbondante, prevede un tetto minimo - il 50% della durata complessiva delle trasmissione mensile, per ogni emittente, in ogni fascia oraria - riservato a opere europee di cui almeno metà, ancora una volta, devono recare un imprimatur tricolore.
Questo dibattito e le proposte di legge lasciano tuttavia una speranza: che si apra una discussione franca sullo stato dell'arte; che sbandierando il sistema francese se ne verifichi la funzionalità reale, e si rifletta sull'ennesima incoerenza che il concetto d'italianità, non del sistema ma del prodotto, ingenera in chi se ne serve, a seconda dei campi di applicazione; che si guardi, infine, con un po' di disincanto al percorso che dal 1965, anno in cui fu introdotta la legge Corona sui finanziamenti, ha portato agli odierni risultati, con il settore in infinita crisi e il cinema italiano alla provincia della produzione mondiale.
E si guardi a come, di anno in anno, si fa più ricca l'impressionante collezione di flop finanziati dallo Stato tra i quali non si rinviene, purtroppo, un nostrano Barry Lyndon, con cui Stanley Kubrik fu bocciato e sbeffeggiato in sala ma poi doverosamente risarcito dalla storia, dalla critica e dal pubblico di diverse generazioni. All'indomani dell'approvazione di quella legge, il 5 novembre del 1965 V Unità titolava «Approvata la legge contro il cinema», sparando a panettoni contro il timore di un'egemonia democristiana a spese pubbliche. Peccato che chi rifonda, talora, si dimentichi le parole di chi fondò.
Dagospia 31 Gennaio 2007