CAPITALIA WAR - "E IO VADO A VEDERE". ARPE IL BOCCONIANO ALL'ULTIMA BATTAGLIA - PERCHÉ LA PARTITA RISERVERÀ ANCORA MOLTE SORPRESE NONOSTANTE IL FINALE SIA GIÀ SCRITTO - MA SE IL TERREMOTO SQUASSA ROMA L'EPICENTRO E' AD AMSTERDAM.
Francesco Manacorda per "La Stampa"
«Andiamo a vedere». Ai collaboratori più stretti l'Ad di Capitalia Matteo Arpe riserva ieri poche parole per spiegare la sua strategia di fronte al combinato disposto - patto di sindacato e cda - che domani sancirà la sua defenestrazione. «Andiamo a vedere» perché la partita - pensa Arpe - riserverà ancora molte sorprese nonostante il finale sia già scritto. E di fronte al vero e proprio atto d'accusa nei suoi confronti che il presidente Cesare Geronzi sta preparando in queste ore per consegnarlo al patto - «Regole scritte e non scritte di comportamento in organizzazioni bancarie di grandi dimensioni», è il titolo provvisorio - anche l'ad pensa di avere molto da dire. E soprattutto molto che non gli è stato consentito dire visto che prima del blitz di Geronzi non c'è stato alcun chiarimento tra i due.
Potrà parlare però, Arpe, solo in consiglio. Non certo al patto che riunisce i grandi azionisti e a cui lavori non partecipa. E ad esprimersi - ritiene l'Ad - sarà anche il mercato: ieri un crollo del 3,81% che ha raggiunto il suo apice quando l'uscita di Arpe è sembrata chiara, il giorno precedente un calo dell'1,11%: in due giorni settecento milioni e passa di capitalizzazione bruciati sull'altare dei protagonismi e delle congiure di palazzo di Capitalia. Oggi chissà. «Andiamo a vedere». Ma da fare sembra esserci ormai poco o nulla di fronte al sisma che deflagra in via Minghetti.
L'attrito continuo che durava da molti mesi tra il signore dei Castelli Romani che si porta addosso il «saio di Bankitalia», il banchiere andreottiano riuscito nel miracolo di diventare dalemiano e berlusconiano allo stesso tempo - ma forse la verità è che sono i due leader politici a non potersi non dire geronziani - e il ragazzo prodigio con passaporto della Bocconi e stampigliato sopra il visto di Mediobanca, si tramuta all'improvviso in una deflagrazione assordante.
Nella sede della banca romana è ormai una faglia tettonica quella che si allarga tra l'ufficio dell'Ad al secondo piano - mobili moderni, un Boccioni alla parete - e le stanze del presidente solo due piani più su, dove pezzi di mura romane sbucano dall'intonaco. Ma se il terremoto squassa Roma l'epicentro, a ben guardare, è anche più lontano. E' ad Amsterdam, agli olandesi dell'Abn Amro tanto spesso apparsi incerti ed ondivaghi nelle loro strategie per Capitalia che bisogna rivolgersi. Perché è con loro che si salda in queste ore la strategia di Geronzi. Da una parte il romanissimo presidente che fa sapere di aver deciso il taglio definitivo con Arpe perché colpito dal suo comportamento durante il periodo in cui lo stesso Geronzi era fuori dalla banca, interdetto dall'autorità giudiziaria; poi definitivamente convinto dell'inconciliabilità dal contrasto con l'ad sull'ingresso del Santander e di Bolloré. Dall'altra gli olandesi che scaricano il loro «wunderkind» perché si sono convinti che stesse manovrando alle loro spalle e perchè considerano il profluvio di articoli contro il presidente usciti sulla stampa anglosassone come un «vulnus» per il loro investimento italiano.
Così, partita la prima scossa, il terremoto si propaga a velocità supersonica: prima attraverso le fattezze dell'avvocato Ripa di Meana, che lunedì consiglia ad Arpe le dimissioni - ovviamente rifiutate - dandogli tempo fino a mezzogiorno di ieri. Poi nell'accavallarsi di voci e boatos che vogliono l'ad colpevole di nefandezze assortite: voleva vendere Abn a Citibank; ha cercato di eliminare Geronzi durante il suo forzato riposo; si è messo di traverso a Intesa. Calunnie, fa sapere chi è vicino ad Arpe in queste ore, anche perché di qualsiasi sua mossa tesa a coltivare strategie per Capitalia, l'ad ha sempre informato chi di dovere.
Difficile distinguere il vero dal falso nei corridoi di via Minghetti e ancora più difficile ora che il terremoto ha colpito quel gioco di specchi che è sempre stato il rapporto tra Arpe e Geronzi si è infranto in molte schegge e ognuna riflette il suo pezzo di apparente verità.
Dagospia 21 Febbraio 2007
«Andiamo a vedere». Ai collaboratori più stretti l'Ad di Capitalia Matteo Arpe riserva ieri poche parole per spiegare la sua strategia di fronte al combinato disposto - patto di sindacato e cda - che domani sancirà la sua defenestrazione. «Andiamo a vedere» perché la partita - pensa Arpe - riserverà ancora molte sorprese nonostante il finale sia già scritto. E di fronte al vero e proprio atto d'accusa nei suoi confronti che il presidente Cesare Geronzi sta preparando in queste ore per consegnarlo al patto - «Regole scritte e non scritte di comportamento in organizzazioni bancarie di grandi dimensioni», è il titolo provvisorio - anche l'ad pensa di avere molto da dire. E soprattutto molto che non gli è stato consentito dire visto che prima del blitz di Geronzi non c'è stato alcun chiarimento tra i due.
Potrà parlare però, Arpe, solo in consiglio. Non certo al patto che riunisce i grandi azionisti e a cui lavori non partecipa. E ad esprimersi - ritiene l'Ad - sarà anche il mercato: ieri un crollo del 3,81% che ha raggiunto il suo apice quando l'uscita di Arpe è sembrata chiara, il giorno precedente un calo dell'1,11%: in due giorni settecento milioni e passa di capitalizzazione bruciati sull'altare dei protagonismi e delle congiure di palazzo di Capitalia. Oggi chissà. «Andiamo a vedere». Ma da fare sembra esserci ormai poco o nulla di fronte al sisma che deflagra in via Minghetti.
L'attrito continuo che durava da molti mesi tra il signore dei Castelli Romani che si porta addosso il «saio di Bankitalia», il banchiere andreottiano riuscito nel miracolo di diventare dalemiano e berlusconiano allo stesso tempo - ma forse la verità è che sono i due leader politici a non potersi non dire geronziani - e il ragazzo prodigio con passaporto della Bocconi e stampigliato sopra il visto di Mediobanca, si tramuta all'improvviso in una deflagrazione assordante.
Nella sede della banca romana è ormai una faglia tettonica quella che si allarga tra l'ufficio dell'Ad al secondo piano - mobili moderni, un Boccioni alla parete - e le stanze del presidente solo due piani più su, dove pezzi di mura romane sbucano dall'intonaco. Ma se il terremoto squassa Roma l'epicentro, a ben guardare, è anche più lontano. E' ad Amsterdam, agli olandesi dell'Abn Amro tanto spesso apparsi incerti ed ondivaghi nelle loro strategie per Capitalia che bisogna rivolgersi. Perché è con loro che si salda in queste ore la strategia di Geronzi. Da una parte il romanissimo presidente che fa sapere di aver deciso il taglio definitivo con Arpe perché colpito dal suo comportamento durante il periodo in cui lo stesso Geronzi era fuori dalla banca, interdetto dall'autorità giudiziaria; poi definitivamente convinto dell'inconciliabilità dal contrasto con l'ad sull'ingresso del Santander e di Bolloré. Dall'altra gli olandesi che scaricano il loro «wunderkind» perché si sono convinti che stesse manovrando alle loro spalle e perchè considerano il profluvio di articoli contro il presidente usciti sulla stampa anglosassone come un «vulnus» per il loro investimento italiano.
Così, partita la prima scossa, il terremoto si propaga a velocità supersonica: prima attraverso le fattezze dell'avvocato Ripa di Meana, che lunedì consiglia ad Arpe le dimissioni - ovviamente rifiutate - dandogli tempo fino a mezzogiorno di ieri. Poi nell'accavallarsi di voci e boatos che vogliono l'ad colpevole di nefandezze assortite: voleva vendere Abn a Citibank; ha cercato di eliminare Geronzi durante il suo forzato riposo; si è messo di traverso a Intesa. Calunnie, fa sapere chi è vicino ad Arpe in queste ore, anche perché di qualsiasi sua mossa tesa a coltivare strategie per Capitalia, l'ad ha sempre informato chi di dovere.
Difficile distinguere il vero dal falso nei corridoi di via Minghetti e ancora più difficile ora che il terremoto ha colpito quel gioco di specchi che è sempre stato il rapporto tra Arpe e Geronzi si è infranto in molte schegge e ognuna riflette il suo pezzo di apparente verità.
Dagospia 21 Febbraio 2007