FÜHRER BODYGUARD - LE MEMORIE DI ROCHUS MILCH, L'ULTIMA GUARDIA DEL CORPO DI HITLER - NON ERA UN IDEOLOGO, NÉ UN MEMBRO DEL PARTITO NAZISTA. HA SEGUITO ADOLF, COME TANTI ALTRI. UN MOSTRO D'INNOCENZA E DI CECITÀ.
Tratto da "L'Ultimo - Il memoriale inedito della guardia del corpo di Hitler (1940-1945), di Rochus Milch (a cura di Nicolas Bourcier), Castelvecchi editore
PREFAZIONE di Nicolas Bourcier, Parigi, 12 febbraio 2006
Rochus Misch è l'ultimo. L'ultimo sopravvissuto delle guardie del corpo di Adolf Hitler. L'ultimo soldato ad aver lasciato il bunker del Führer il 2 maggio 1945, il giorno in cui l'Armata Rossa s'impossessa della capitale del Terzo Reich, ormai in rovina. Uno dei pochi testimoni ad aver visto i corpi inerti del dittatore e della sua compagna, Eva Braun, accartocciati su un canapè nella loro tomba di cemento e acciaio. L'SS di ventisette anni a cui Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda, si è rivolto qualche minuto prima di suicidarsi a sua volta.
Oggi, Rochus Misch accetta di raccontarsi, di prendersi il tempo di ritrovare il suo passato, segnato dalla tragedia tedesca del secolo XX. È pronto. Per la prima volta, accetta di ripercorrere le tappe della sua vita e di rivelare nei dettagli i suoi ricordi, in un'opera che porterà il suo nome. Questo racconto, questa storia, così come lui l'ha vissuta, costituisce il documento che segue. È il risultato del lavoro di diversi mesi. Un esercizio delicato, fatto di ritorni al passato, un cammino difficile, a volte penoso e molto spesso insopportabile per un uomo vecchio, che coltiva solitario e senza posa il giardino della sua memoria, avendo molta cura di mettere da parte i cattivi pensieri.
Il mio primo incontro con Misch risale alla fine del 2004, a casa sua, nella sua villetta berlinese. Ero andato lì per tracciare un suo profilo, per il quotidiano «Le Monde», per cui lavoro. All'epoca, "La Caduta", film spettacolare dedicato alle ultime ore del Führer, era appena uscito nelle sale e si apprestava ad attraversare il Reno per essere proiettato in Francia. Rochus Misch aveva già fatto parlare di sé, prima sui media locali, quelli di Berlino, poi un po' ovunque in Germania, dove fu presentato allo stesso tempo come un «testimone esclusivo» e un «cittadino ordinario», la cui esistenza non dava adito a polemiche.
All'ora stabilita Rochus Misch era là, in piedi, dritto sulla soglia della porta. Il pugno fermo, quasi inquietante. Le spalle ancora larghe. Con quello sguardo penetrante che ti fissa per tutto il tempo necessario. Nel salone la luce era fioca. La Tv spenta. I capelli bianchi, il gilet di lana abbottonato a metà davano a quest'anziana guardia del corpo di Hitler un aspetto da pensionato qualunque.
L'incontro durò diverse ore. Rochus Misch era solo, con una scatola di scarpe sul tavolo, contenente delle foto del dittatore, delle persone a lui più vicine, del suo cane. C'erano anche pile di lettere, sparse qua e là, a dozzine, a centinaia. Il telefono non smetteva di squillare. Giornalisti della carta stampata, troupe televisive tedesche o straniere, perfino studenti che avevano trovato il suo numero sull'elenco telefonico. Lui non si lamentava. Anzi, sembrava assaporare il momento, godere di questa notorietà tardiva dopo essere stato un habitué delle note a pie' pagina delle opere specializzate.
In "Die Katakombe", uno dei testi di riferimento sulle ultime ore del nazismo, Uwe Bahnsen e James P. O'Donnel l'avevano descritto come «uno dei testimoni oculari più importanti tra le petites gens che circondavano Hitler [...], uno dei testimoni affidabili del Bunker». A vederlo così, quel giorno, piantato nel suo salone, Rochus Misch dava l'impressione di essere un personaggio singolare, unico superstite ancora capace di prestare un volto a un periodo così particolare della storia tedesca. Un volto vivo, il suo.
Per le esigenze di questo libro, gli incontri si sono ripetuti a intervalli più o meno regolari per tutta la seconda metà del 2005. Il testo che ne scaturisce non è tanto la storia intima del dittatore nazista, quanto quella di un uomo, di un individuo qualunque, che si è ritrovato al fianco del peggior Capo di Stato dei tempi moderni. Rochus Misch non era un ideologo, né un membro del Partito Nazista. Ha seguito il Führer, come tanti altri.
Per le esigenze di questo libro, gli incontri si sono ripetuti a intervalli più o meno regolari per tutta la seconda metà del 2005. Il testo che ne scaturisce non è tanto la storia intima del dittatore nazista, quanto quella di un uomo, di un individuo qualunque, che si è ritrovato al fianco del peggior Capo di Stato dei tempi moderni. Rochus Misch non era un ideologo, né un membro del Partito Nazista. Ha seguito il Führer, come tanti altri.
Orfano di padre e di madre, Misch si è adattato ai rischi e ai bisogni della sua esistenza, delle contingenze della vita quotidiana. Un essere devoto. Al Führer, come a Gerda, sua moglie, militante socialdemocratica con la quale dice di non aver mai litigato. È ascoltandolo oggi, con le sue debolezze, i suoi momenti di silenzio, la sua vertiginosa assenza di dubbi e la totale incapacità di critica, che si comprende come il nazismo abbia potuto attecchire e svilupparsi, come un Hitler abbia potuto sedurre le masse e il suo entourage. Misch rappresenta una successione di piccole storie, affascinanti e ignobili, capaci però di fare luce sulla Storia, quella con la S maiuscola. Alcuni dei suoi «aneddoti» non sono importanti, ma offrono insostituibili elementi per comprendere le logiche che hanno nutrito e animato quello Stato totalitario.
Quest'uomo ha servito un regime criminale senza aver partecipato direttamente alle nefande azioni dei nazisti. Certo questo non lo scusa, ma permette di avere una visione diversa da quella manichea, polarizzata sul bianco e nero, che oppone criminali nazionalsocialisti ed eroi antifascisti. Misch si è ritrovato nel cuore del potere senza farne parte. Sempre in piedi, le mani dietro la schiena, era nell'angolo morto del sistema. Né troppo vicino né troppo lontano, questo giovane SS era tenuto a distanza, ma sempre disponibile al minimo schiocco di dita.
Nessun tiranno può fare a meno di collaboratori, di tanti collaboratori. A sentire Misch, viene in mente questo conformismo di gruppo, questa obbedienza collettiva che bisogna chiamare adesione, e di cui lo storico Christofer R. Browning ha minuziosamente rivelato i meccanismi in "Des hommes ordinaires". Misch, come tanti altri, ha provato in tutti i modi a non spezzare quel legame di cameratismo che costituiva il suo mondo sociale. Ha fatto di tutto, come tanti altri, per conformarsi alle regole della sua comunità più vicina (il commando) e della società in generale (la Germania nazista).
Attraverso le sue parole s'indovina la forza del dovere d'obbedienza inculcato ai bambini, la virtù prussiana per eccellenza, segno dell'autoritarismo di cui la guardia svela i contorni nel momento in cui rievoca i ricordi legati al nonno. Durante i cinque anni passati accanto a Hitler, Misch non conserverà praticamente nulla dei dispacci e delle notizie che gli passano per le mani. Memorizzerà molto poco delle conversazioni telefoniche che trasmette. Non farà domande, o quasi. Misch ha imparato a non vedere, a non sentire. Opererà nel suo angolo, al suo posto, portando giorno dopo giorno la sua piccola pietra all'edificio nazista. Ripete: «Ho fatto il mio lavoro correttamente, tutto qui». Un lavoro ordinario in un luogo di lavoro ordinario con un padrone ordinario.
Traudl Junge, la segretaria che aveva battuto a macchina il testamento del Führer, è deceduta nel 2002. In un documentario di André Heller ha dichiarato che Hitler «era un vero criminale», ma che lei non l'aveva capito, «e come lei milioni di altre persone». Anche Misch si trovò nel cuore di tutte le informazioni che pervenivano al comando dello Stato nazista. Ma non ha visto niente o non ha voluto vedere niente. Non ha saputo niente perché ha distolto lo sguardo. Non se ne parla, nemmeno oggi, di ammettere che Hitler fosse un assassino. Impossibile per lui accettare una qualunque colpevolezza: «Era il mio capo», spiega, «con me è sempre stato premuroso e gentile».
È tutto lì dunque, tra le righe: i crimini commessi da colui che si serve, il rifiuto di sapere e i silenzi colpevoli. Ne "I sommersi e i salvati", Primo Levi scrive che più gli elementi si allontanano, più la costruzione di una verità che fa comodo cresce e si perfeziona. Misch, ottantotto anni, è in quella fase. I suoi «non lo so» e «non mi ricordo» sembrano formule vuote e ripetitive. La sua parola è fredda, senza emozione, quasi piatta. È quella di un testimone oculare, ma senza profondità di campo. Un mostro d'innocenza e di cecità.
Dagospia 16 Marzo 2007